Breathe Panel: “Breathe Panel” (2018) – di Phil Biondo

Un respiro pieno di voci. Che l’industria discografica contemporanea sia pervasa da una forte impronta Urban/Electro è senza dubbio un dato di fatto. Alcune tra le produzioni più importanti del decennio vantano infatti una scrittura ed una lavorazione elettronica incredibilmente profonda, evoluta e stratificata. Basti pensare ad artisti come: James Blake, Frank Ocean, The 1975, Jamie XX, Nils Frahm etc… ma ecco che, in totale contrapposizione ai musicisti sopra citati, appare l’omonimo album dei Breathe Panel, ovvero quattro ragazzi di Brighton, da poco sotto contratto per la Fat Cat Records. Tutto inizia come la più classica delle storie: Josh Tyler, Nick Green e Benjamin Reeves Alex Turner si incontrano all’Università di Brigthon e qui iniziano a sviluppare il loro progetto, componendo e suonando insieme. Ciò che più colpisce del quartetto è infatti questo senso di fratellanza, cooperazione e condivisione di idee e momenti. Ai beat perfettamente a tempo di una drum machine e a soundscape alieni, si contrappongono intrecci di chitarre elettriche, linee di basso portanti e vivaci melodie vocali. Ma se da un lato “Breathe Panel” appare più intuitivo ed istintivo di un disco elettronico, dall’altro Il lavoro della band britannica è minuziosamente levigato in ogni suo minimo dettaglio. Ogni singolo effetto, dal chorus fino a riverbero, è magistralmente orchestrato in 11 brani di rara fattura e pulizia stilistica. L’eco di band come Slowdive e Real Estate permane per tutta la durata del disco, senza mai però dare la sensazione di qualcosa di troppo referenziale o non genuino. Il drumming complesso di Benjamin Reeves (che a tratti ricorda i National) fa da sostegno ai testi e alla voce di Nick Green, sempre emozionalmente introspettiva, sia nelle liriche che nelle melodie. Gli arrangiamenti equilibrati del disco permettono infatti di gustare appieno la dinamicità di questo quartetto cosi fuori dal proprio tempo. Ascoltare le note iniziali di Sunrise/Sunshine, riporta subito alla memoria il “dreampop” degli anni 90, che oggi però vive una sua seconda giovinezza, grazie proprio a gruppi come I Breathe Panel. Pur facendo parte di una corrente artistica  che utilizza ampiamente gli effetti sonori, il quartetto inglese riesce a dare vita ad un album che suona pulito ed essenziale, regalando un ascolto estremamente raro nell’epoca di Spotify. La complicità che si respira tra i membri del gruppo si fa sentire in una sicurezza che farebbe invidia a band come SmithsOasis Coldplay. I Breathe Panel sono sicuri, suonano bene, ogni singola nota del disco è perfettamente udibile e cantabile. La coltre di effetti tipica del panorama indie/alternative/dream pop, in questo disco non è predominante ma solo un contorno. I brani del disco potrebbero essere eseguiti totalmente in acustico, senza perdere la loro magia e genuinità. Dall’inizio alla fine il lavoro suona come un unico flusso di colori, emozioni e momenti. Questo esordio dei Breathe Panel vive infatti di attimi estremamente intensi che si dilatano in un continuo susseguirsi di policromi paesaggi sonori. Alla fine dell’ascolto sembra di aver trattenuto il respiro per circa una trentina di minuti e istantaneamente emerge la necessità dirompente di far suonare il disco di nuovo e di nuovo ancora, alla ricerca di dettagli mancati o attimi perduti. Con questa loro prima opera i Breathe Panel entreranno prepotentemente in molte delle classiche dei dischi più belli del 2018… e se non succederà  non sarà per loro limite.

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