Brandon Jenkins: “Tail Lights in a Boomtown” (2018) – di Claudio Trezzani

Per chi vive al di qua dell’Oceano riuscire a conoscere molti dei migliori artisti della scena indipendente americana è davvero difficile, soprattutto per generi come il country e la red dirt music, generi molto legati alla terra d’origine e al senso di appartenenza. Quindi capita che reperire dischi di artisti fondamentali come Brandon Jenkins sia arduo ma, quando ci riesci da poco e accade quello che è successo il 2 marzo 2018 al grande artista dell’Oklahoma (deceduto a causa di complicazioni dovute ad un’operazione al cuore) ti senti in dovere di scrivere qualcosa del suo ultimo disco, uscito appena un mese fa. Non fatevi fuorviare dalla sua immagine, omone barbuto e tatuato, aria da cattivo ragazzo… la sua musica, la sua voce intensa e molto soul-oriented e, soprattutto, le sue liriche profonde, sono rassicuranti, da story-teller navigato. In lui c’è tutto, meno che la voglia di apparire e, infatti, il suo disco è stato auto-promosso… solo lui e la sua chitarra. Niente grandi tour, niente stadi, quasi nulle le apparizioni tv… è dura per un americano reperirne l’album, figuriamoci per noi. Questo “Tail Lights in a Boomtown” è il suo 13esimo disco da studio, una discografia corposa, un artista esperto, uno degli esponenti di maggior importanza della Red Dirt Music, un ramo del country nato nello stato del Nostro e cioè l’Oklahoma, e che prende il nome dalla terra rossa che si trova in abbondanza lì, al confine col Texas e che proprio col Lone Star State condivide la passione per il vero country (infatti esiste anche un genere Texas Red Dirt country). Ascoltando il disco ora, dopo la tragedia, e anche ascoltando i precedenti dischi, possiamo notare la differenza di temi e atmosfere, quasi come se Brandon Jenkins sentisse dentro di sé ciò che sarebbe successo… una sensazione che ha trasmesso a tutto il lavoro, molto intimo profondo e sofferto. Basta ascoltare la stupenda Fade To Black, con il suo ritornello “it’s over it’s over…”, struggente di per sé ma devastante ora, dopo il 2 marzo; un brano acustico delicato, con la steel-guitar appena accennata. Il triste violino di Be The Revival  e il suo acustico inizio segue il testo che parla dei dolori che la vita ci pone davanti… ma poi la canzone esplode con un coro aperto, solare e un invito ad andare “attraverso i dolori , a guardare con fede al domani”… quasi un’esortazione per familiari amici e fan ad usare la sua musica per guardare avanti ed essere positivi. Bellissima. L’unico pezzo davvero energico dell’album che con la sua chitarra sporca e polverosa ci ricorda che siamo in un disco di un vero country rocker è Witching Hour,  bella e divertente. Il lavoro si conclude con la title-track, una bella country song, steel guitar e acustica, con un testo (anche qui) che fa la differenza, breve e senza fronzoli così come il disco. Una perdita enorme per la canzone d’autore americana, un artista che come altri grandi non è stato celebrato per l’importanza e il talento che ha avuto, pensiamo a Townes Van Zandt, oppure a Rodney Crowell. Impresa ardua, lo so, per chi vive dalle nostre parti, ma gli odiati servizi di musica digitale possono ora aiutare anche noi a scoprire un artista che ci ha lasciato pagine di musica d’autore che sarebbe un peccato non conoscere. Grazie di tutto Brandon… Buon ascolto.

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