Brand New: “The Devil And God Are Raging Inside Me” – di Nicola Chinellato

E’ impossibile parlare di questo terzo disco dei newyorkesi Brand New, senza prima soffermarsi almeno un poco sulla copertina dell’album, scatto opera del fotografo americano Nicholas Priors e tratto da una sua personale collezione intitolata Age Of Man. Un art-work talmente bello, che il cd fu pubblicato senza che il nome della Band e il titolo del disco venissero impressi sull’immagine, inserendo, invece, nel packaging, uno sticker da applicare, successivamente all’apertura, sulla confezione. Una foto che possiede un impatto visivo potentissimo, ricco di implicazioni e di contrasti: la parete in legno scrostata di una casa tipicamente americana, due adulti che conversano indossando maschere orrorifiche e una bimba dal volto angelico che a pochi passi dai due, forse si nasconde, forse è solo inconsapevole di ciò che troverà dietro l’angolo, o forse, più poeticamente, incarnando il bene assoluto, non teme le brutture del mondo che la circonda. Anche a voler dar credito a quanti sostengono che la copertina è solo l’involucro commerciale di un prodotto e per questo non sempre (e forse quasi mai) estensione visiva dell’arte musicale che sottintende, è indubbio, dopo aver ascoltato le canzoni dell’album, che in questo caso la foto di Priors richiami inequivocabilmente il percorso di contraddizioni che compone il substrato emotivo delle dodici canzoni in scaletta.
Un andamento antinomico a partire dal titolo del disco, molto esplicativo, in stretto riferimento alle liriche, di cosa ci accingiamo ad ascoltare: testi che trattano dell’eterna lotta fra bene e male, del conflitto quotidiano fra il buio della morte e i luminosi palpiti di gioia che l’esistenza ci riserva, dell’inquietudine con cui guardiamo un mondo soffocato dalla violenza e in cui la speranza lotta quotidianamente per non retrocedere a chimera. Un concetto, questo, espresso molto bene anche nell’andamento altalenante di una scaletta che alterna oasi di quiete a improvvisi accessi di rabbia o in cui momenti di urgenza espressiva evaporano in un costante sottofondo di riflessive malinconie.
“The Devil And God Are Raging Inside Me” (2006) rappresenta, inoltre, un concreto spaesamento con riferimento all’evoluzione artistica dei Brand New, lontani ormai anni luce dagli impeti pop-punk di “Your Favorite Weapon” (2001), e con questo terzo album divenuti, invece, alfieri di un alternative rock, strutturato e maturo, che da un lato guarda alle soluzioni eteree dei coevi Dredg e a un certo goth rock a la Cure, e dall’altro rilegge, rinnovandola in chiave emo, la lezione (slow e post) core degli Slint e dei Fugazi, citati entrambi con gusto moderno e personale.
L’iniziale Sowing Season è la pietra angolare per comprendere un disco che, come detto, vive per contrasti, pieni e vuoti, urla e silenzi: il desolato lamento di Jesse Lacey (in precedenza imbarcatosi brevemente nell’avventura screamo dei Taking Black Sunday) si adagia inizialmente su un arpeggio di chitarra rarefatto e slintiano, per poi esplodere feroce in un grido raggelante e liberarsi, quindi, in un crescendo screaming. In questa canzone straniante e nel perfetto sincretismo fra soliloquio depresso e assalto all’arma bianca vive l’essenza di un disco, i cui umori possono disperdersi in lente volute malinconiche oppure deflagrare, improvvisi e devastanti, disperdendo ad altezza uomo esiziali schegge di violenza post-core. La successiva Millestone abbassa di poco i toni, si potrebbe venire circuiti da un ritornello rock molto melodico, se non si prestasse attenzione al lavoro chitarristico di Vincent Accardi, che cuce fra loro, sottotraccia, ruvidi riff e disturbanti derive noise. Jesus Christ, il primo singolo tratto dall’album, si dipana quieto su un arpeggio delicatissimo di chitarra, che segna l’inizio e la fine della canzone, mentre il corpus centrale è assorbito dalla voce in limine screaming di Lacey, che aggredisce l’ascoltatore, gridando con disperazione inemendabile tutto il male di vivere (“And I will die all alone / And when I arrive I won’t know anyone”).
Anche Degausser si gonfia lentamente di palpiti malinconici, tra chitarre slintiane, cori stranianti e la voce urlata, e poi soffertissima, di Lacey, che, grazie a un incantesimo vocale, trova l’esatto punto di fusione fra il mood lacrimoso di Robert Smith e la furia incontrollata di Jonathan Davis.
You Won’t Kown si apre con un arpeggio di chitarra in minore, sovrastato improvvisamente dal cantato di Lacey (di nuovo nei panni di un novello Robert Smith), i cui fiotti di bile vengono spinti dalla sei corde velenosa di Accardi fin nel cuore più profondo della notte. Parte la frenesia sferragliante di Not The Sun e diviene nuovamente emblematico come i Brand New sappiano sparigliare le carte, farti imboccare una strada, spingendo sull’acceleratore del rock, e poi scartare, inspiegabilmente, in un ritornello melodico che trafigge la canzone come un raggio di salvifico sole. Luci e ombre, brevi pacificazioni e cupo sprofondo: il gioco dei contrasti continua…
Se The Archers Bows Have Broken, con la ritmica impetuosa e il suo bel riff affilato, ci riporta nell’alveo di una apparente normalità, in cui il ritornello possiede finalmente un certo appeal radiofonico (quantunque mitigato da un buon dosaggio di abrasioni), Luca imbocca invece la strada della ballata lisergica, tormentata da scariche elettriche e voci distorte, e destinata a un’esplosione finale ammantata di epica quasi gotica. Meritano una menzione anche la conclusiva Handcuffs che, tra archi e morbidi arpeggi, chiosa il disco con quattro minuti di lenimento agrodolce, e la superba Limousine (brano dedicato a Katye Flynn, bimba di sette anni, investita e uccisa da un’auto pirata), che a conti fatti risulta la migliore del lotto: quasi otto minuti di disperata elegia d’amore, impreziosita da un icastico, ma decisivo, assolo finale di Accardi. 
“The Devil And God Are Raging Inside Me”, a distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione, resta una delle opere più interessanti del rock alternativo statunitense degli anni 2000 (in condominio, per affinità elettive emo-core, con El Cielo dei già citati Dredg). In Italia, quando il disco uscì, venne distribuito poco e male e suscitò ben poca attenzione da parte della stampa specializzata. Anche oggi, a ben vedere, l’album non è di facile reperibilità. Tuttavia, utilizzando, magari, qualche piattaforma digitale, “The Devil And God Are Raging Inside Me” merita di essere recuperato, sia per la qualità compositiva delle canzoni, sia per il caleidoscopio di suggestioni che innesca negli ascoltatori più suscettibili agli struggimenti malinconici. Certo, non si tratta di un viaggio sempre agevole, in considerazione dell’ostica violenza di certi passaggi imparentati strettamente al post-core; tuttavia, dall’ascolto emergono soprattutto una profonda sofferenza esistenziale e un costante senso di smarrimento emotivo, sentimenti di certo più congeniali a un ascoltatore propenso alla malinconia e alla voluptas dolendi piuttosto che a un cultore dei suoni estremi.

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