Bradley Cooper: “A Star Is Born” (2018) – di Maurizio Fierro

“Se non peschi a fondo nella tua cazzo di anima, non durerai. Te lo assicuro. Se non dici la verità, sei fottuta. Non hai altro che te e quello che vuoi dire alle persone, e loro ora ti ascoltano ma non ti ascolteranno per sempre, fidati. E questo è il momento per dire quello che vuoi dire”. È un apologo in sedicesimo della natura effimera della celebrità, quella raccontata da Jackson Maine ad Ally Campana in uno dei passaggi chiave di “A Star is born” (2018), terzo remake della fortunata pellicola di William H. Wellman del 1937 (ripresa poi da George Cukor nel 1954, con Judy Garland e James Mason, e da Frank Pierson nel 1974, con Barbra Streisand e Kris Kristofferson), con Fredric March e Janet Gaynor nei panni dell’attore sul viale del tramonto e della stellina baciata dalla fortuna e dal successo: una storia che è diventata un archetipo cinematografico. Al debutto dietro la macchina da presa, l’attore di Filadelfia Bradley Cooper (“Una Notte da Leoni”, “Il Lato positivo”, “American Sniper”), anche nelle vesti co-produttore e co-sceneggiatore, dirige se stesso e la cantante Lady Gaga (co-autrice della colonna sonora) in una pellicola che ha ottenuto otto candidature ai premi Oscar 2019, comprese quelle per miglior film e per migliore attrice e miglior attore protagonista. La vicenda è nota: una cameriera, cantante a tempo perso ma di talento, alle prese con un’esistenza anonima fra casa, lavoro e noia, incontra l’artista famoso, se ne innamora, ne è ricambiata e, lui, novello pigmalione, le apre le porte della celebrità, in uno di quei casi che ribaltano il mondo su se stesso mettendo in prospettiva un’intera vita, per trasformarla in una corsa verso il successo. È una storia senza tempo, “A Star is born”, che riesce sempre a intercettare quel burning desire” di felicità in cerca di approdo, che è una collaudata aspettativa del cinema popolare. Una storia che è anche epitome dell’American Dream, del “tutti ce la possono fare”, perché è sempre “It’s a morning again in America”, per dare alla vita un disegno nuovo, un orizzonte di felicità, e allora anche una timida e un po’ maldestra cantante di club di periferia può arrivare a esibirsi al Saturday Night Special, e poi vincere un Grammy. Stefani Joanne Angelina Germanotta sorprende. Senza la necessità di “make-up artist” di supporto, la sua interpretazione acqua e sapone è una riuscita performance che mette in scena la metamorfosi dell’”attrice bruco” Ally nella “cantante farfalla” Lady Gaga, pronta a spiccare il volo verso il successo, mentre il partner, Jackson Maine, fa il percorso inverso e, da chitarrista neofita in stile Eddie Wedder, torna a essere l’attore Bradley Cooper, per caricarsi sulle spalle il ruolo della rock star sul viale del tramonto, dall’allure fatale, in un’interpretazione che magari non convince del tutto, e nella quale l’utilizzo dei classici cliché del loser decadente potrebbe produrre un noioso effetto déjà vu, ma che è funzionale alla crescita del personaggio Ally. È un processo che vorrebbe essere di dissolvenza ma che rischia di trasformarsi in un’evanescenza che stanca, quello di Jackson Maine / Bradley Cooper, e il suo alter ego dietro la macchina da presa non lo aiuta, infarcendolo di sequenze francamente troppo lunghe, mentre la partner approfitta dell’imperdibile occasione per immergersi in un bagno lustrale che una seconda nascita, per Ally, in uno schiudersi verso un futuro che non si era resa conto di aver perso fino a quel momento, e una nuova immagine, per Lady Gaga, meno artefatta e più verginale. Tutto bene, quindi: “a star is born” ma, se una stella nascente accresce la propria luminosità alimentando energia intorno al proprio nucleo vitale, quasi per una sorta di reazione asimmetrica, “a star is born” , e quel che ne resta decade, raffreddandosi con inconsueta rapidità in un desolante gelo esistenziale, fino a collassare in un buco nero dell’anima, come l’immagine in “time-lapse” di un fiore morente. Cantano in presa diretta, Lady Gaga e Bradley Cooper, e l’assenza di playback e preregistrazioni è un plus che impreziosisce il film e rende onore ai due protagonisti. Swallow, la canzone che ha regalato il Golden Globe 2019 a Lady Gaga, è la colonna sonora di una storia che invoca la profondità per non accontentarsi di galleggiare sulla superficie dei sentimenti, e nella quale il “prendersi cura” si veste di più significati: perché se il disagio è da curare, anche il donarsi ha bisogno di cura e, allora, chi si prende cura di chi? Ma ormai è troppo tardi: Ally è una stella sempre più lontana, e Jackson è sulla via dell’implosione, perché non si può vestire di sicurezza un’irrequietezza cucita sottopelle. “Il talento è dappertutto, tutti hanno talento, ma avere qualcosa da dire e dirla in modo che la gente ti ascolti è un’altra faccenda”, dice a un certo punto Jackson Maine. Ma ci vuole un certo talento pure nel distruggersi, anche se si ha un rapporto conflittuale col fratello e si è trascorsa un’infanzia nascosta dietro sbornie precoci in compagnia del padre, una figura a metà strada fra il reale e l’immaginario… e se l’acufene di cui Jackson soffre, quel suono che sente da quando era un bambino e ascoltava la musica blues che tanto piaceva al padre alcolizzato, rappresenta il richiamo di emozioni che non si vogliono affrontare, allora la vita si sussegue in uno stordimento senza tempo, in un’inesausta jam-session con i propri demoni,in cui alcool e droga diventano l’unico abbraccio che consola e di cui non ci si stanca, in una sorta di avidità di autolesionismo. Ecco, forse, al di là dell’interprete, è proprio il personaggio ad aver fatto il suo tempo, e che si vorrebbe far appartenere a un’altra epoca. un personaggio che quando scende dal palco per tornare a essere persona non vive ma consuma la vita, non invecchia bene e non matura, non accettando di ridimensionare la carriera per il bene dell’amata senza l’atto di annullarsi, in un perverso sistema binario per cui o sei tutto o sei nulla; un personaggio ammantato da un nichilismo da secolo breve, che non cura la manutenzione di se stesso per curare la manutenzione dell’amore, e quindi dell’altro. Sono i tanti piccoli Jackson Maine che non riescono a sconfinare dai coni angusti dei loro campi visivi, incapaci di difendersi dall’attacco dei loro hacker interiori, che non riescono ad affrontare la paura senza la necessità di uccidersi per poterla uccidere.

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