Boris Leonidovič Pasternak: “Il dottor Živago” (1957) – Di Riccardo Panzone

Uno dei ritratti più affascinanti della società Russa, a cavallo tra la deposizione degli Zar e l’avvento del Bolscevismo, è senza dubbio quello di Boris Pasternak e del suo “Il dottor Živago”. Il romanzo, pubblicato in anteprima mondiale in Italia nel 1957, racconta le vicende dell’omonimo dottore, la cui storia personale viene incastonata nella meticolosa rappresentazione storica della sofferta nascita dell’Unione Sovietica. David Lean, regista americano, realizza nel 1965 la versione cinematografica dell’epopea avvalendosi di un cast di altissimo lignaggio (Omar Sharif, Julie Christie, Alec Guiness, Rod SteigerTom Courtenay, Geraldine Chaplin) e riuscendo nella inaspettata impresa, secondo chi scrive, di superare, a livello di impatto ed efficacia, l’opera letteraria. Il film, in un suggestivo susseguirsi di immagini ipnotiche proprie del paesaggio Russo, ha la capacità di dotare l’intreccio di una maggiore linearità (che nel romanzo, a tratti, latita, almeno nella traduzione in italiano di Pietro Zveteremich) e opera una caratterizzazione definitiva e chiara dei personaggi, altrimenti quasi assente nel romanzo. La materna bonomia di Tonja Gromeko (moglie di Živago e madre del primo figlio), la durezza di Paša Antipov Strelnikov (un Lev Trockij non dichiarato dal regista), il cinismo Wildiano di Victor Komarovsky emergono in modo cristallino nel film nobilitando, ulteriormente, un romanzo che nel 1958 era valso a Boris Pasternak l’assegnazione del premio nobel per la letteraturaNella pellicola emerge, in modo limpido, inoltre, la feroce critica operata da autore e regista nei confronti della società del controllo Sovietica, ridicolizzata, fino ai limiti del possibile, in scene e passaggi che pongono in risalto la bizzarra burocratizzazione dei rapporti sociali e il tentativo di svilire i sentimenti a mero strumento di collettivizzazione sociale. L’amore tra Jurij Andrèevič e Lara, non convenzionale, intenso, invincibile, sostenuto per tutta la trama dalle fila beffarde del destino, si inserisce in tale contesto come quell’elemento positivo di “invincibile disordine” che spariglia le carte sul tavolo della Storia. Jurij Andrèevič Živago, per questo, è inviso al nuovo governo Comunista (quello pseudo-liberale di Chruščëv contemporaneo all’ uscita del libro e quello della prima ora di Lenin del racconto): “in Russia l’individualismo è morto” ripete con poca convinzione Yergraf Živago, il fratello generale di Jurij Andrèevič. La condotta di vita di Jurij, caratterizzata proprio da profondo individualismo artistico e libertà di sentimenti, rappresenta una minaccia lungo la strada della collettivizzazione delle coscienze. Živago rifiuta le ingerenze della società del controllo, scrive poesie che raccontano l’amore, ama Lara al di fuori delle regole sociali ed è, pertanto, un soggetto da tenere sotto controllo, un essere pericoloso ed infimo che offre il destro alle reazionarie aspirazioni di libertà individuale. L’amore, ineludibile e incontrollabile, nel romanzo è il vero un atto rivoluzionario, poiché esso riesce ad esprimere la prevalenza della legge di natura sulla legge imposta (all’uomo) dall’uomo e, ciò facendo, distrugge, quasi involontariamente, ogni istanza contraria del sentire comune imposto. Sembra riecheggiare, alla fine della lettura o della visione, l’antico adagio di Sant’Agostino, “Ama e fai ciò che vuoi” che, travalicando i secoli, sembra voglia ricordare a tutti che la società più giusta non è quella che dirige, controlla, vieta e prescrive ma quella che in un contesto di libertà riesce a porre l’uomo nelle condizioni di aspirare alla propria felicità, tanto individuale quanto collettiva.

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