BORGHI INESISTENTI – TORANO NUOVO – di Piera Ruffini –

Una nuova rubrica
 
Nell’era della globalizzazione che imprigiona – avendo un’unica visione del mondo – e che riconduce l’uno al molteplice, anche i luoghi devono essere o apparire tutti uguali.
Prevale l’abolizione della soggettività, dell’anima che racchiude bellezza e i dolori di un Sud che non vuole assomigliare al Nord; prevale l’omologazione dello spazio e del tempo per cui gli ardori intimi diventano ardori collettivi. “Borghi Inesistenti” vuole dare luce a realtà ignorate dalla dall’offerta turistica tradizionale che uniforma e banalizza. 
La meraviglia dell’eterogeneità di quei luoghi “invisibili” per il mercato globale – dove tutto è commisurabile in denaro – risiederà, invece, per noi nel valore reale del respiro silente di un paese affacciato su una montagna o dal ritmo dell’acqua di un fiume che attraversa colori e saperi, trasmessi per generazioni. L’esperienza che si intende realizzare è quella di regalare al lettore l’opportunità di diventare passeggiatore di luoghi marginali, confinati in quell’oblio immobilizzante da rovesciare persino con spirito critico. Non mancheranno analisi e sguardi oggettivi sull’abusivismo edilizio, sul pattume architettonico o sulla tendenza al cementificare.
Tenteremo di scovare con lucidità casi di orrori ambientalistici e lo faremo raccontandovelo a nostro modo. Partendo dal basso e con l’anelito di rompervi il fiato per un tramonto dorato o un’ombra su una piazza di uno dei tanti borghi esistenti… nella loro splendida inesistenza.

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Torano Nuovo dorme sulla collina… tra i vigneti che intontiscono la terra e sussurrano tenacia di giorno e le due torri che ascoltano il silenzio e rammendano vite di notte. Accarezzata dalla valle che la ospita – la Val Vibrata culla dodici piccoli borghi della Provincia di Teramo – possiede il sangue forte e gentile dell’Abruzzo, che la rende periferia del mondo avulsa dall’insediamento produttivo industriale e perla del vino. I suoi fianchi ondeggiano su distesi campi agricoli e ballano la danza dei tesori della terra, nel battito scandito dalle magiche tradizioni contadine.
Eppure, il fascino che emana ha subìto nel tempo la brutalità della mancanza di rispetto per il suo tessuto, la sua pelle, il suo territorio, avendo vinto le finalità speculative dell’installazione di un ampio impianto fotovoltaico in pieno centro storico.
Una ferita al cuore del paese che palpita diversamente. Che pulsa una melodia più malinconica. Ha orecchie grandi per sentire Torano…

ma la sua bocca è piccola per sfamare i suoi abitanti, il bisogno di un impiego e di una felicità collettiva, il vuoto dell’esistere. Implodono personaggi che strizzano l’occhio all’infamia del pettegolezzo, al folklore, ai vizi, ai finti sorrisi. Cosi come esplodono invece, quelli dalla genuinità contagiosa, quelli che ancora riparano gomme e impartiscono seminari di sorriso quotidiano e di teatro. O quelli che radono la barba al ritmo filosofico di Socrate e Platone. Tuttavia, in fondo Torano è perlopiù implosiva. Perché attizza le ceneri – non più il fuoco – dello stare insieme, appiattisce e terrorizza i desideri. Ma quando dorme ha la forza di sognare. I suoi occhi guardano le montagne e si caricano di cielo e sentimento. I  suoi occhi, nella notte, sono stelle che cantano.

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