Bob&Tim: vite da niente – di Bartolo Federico

Ho il cranio che mi frulla di strane cose, e passo la mia giornata ascoltando Elvis che continua a cantare le sue fottute canzoni. Mi è rimasto solo lui mentre me ne vado da questa città, e non so neanch’io con quali intenzioni. Mi chiedo mentre me la filo su questa deserta strada, come farò a sopravvivere in un posto che non conosco… ma andarmene è l’unica cosa che posso fare per cercare di tirarmi avanti, aspettando che il mio destino si compia. Mio padre e mia madre sono stati genitori devoti e amorevoli, onesti e cortesi, e anche molto tolleranti con me che sono sempre stato un ragazzo difficile, strano, chiuso, e forse anche con qualche rotella fuori posto. Forse per questo motivo non ho mai incontrato una ragazza che avesse voglia di mettere in questa forsennata e delirante testa un po’ d’ordine. Darò l’impressione che io abbia voglia di lamentarmi, e penserete che io abbia paura ma non è così. E’ solo colpa di una strana configurazione d’eventi, se mi trovo in questa situazione, ma come il mitico Jack di Denari quel furfante che sgusciava tra pilastri di fiches, sarò uno duro da battere. L’altro giorno al bar del rione, su un quotidiano ho letto che andava tutto bene, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. La disoccupazione, la povertà, l’ingiustizia non esistevano più. E neanche gli invidiosi e i traditori. È stato così che ho pensato che il successo di quelli che ci governano, assomigliava in maniera impressionante al mio fallimento. Si era semplicemente rotto le palle Bob Dylan (nome d’arte preso da Matt Dillon, eroe di una serie western TV degli anni 50, e non dallo scrittore Dylan Thomas) di starsene a suonare seduto su un divano attorniato da quei giovani intellettuali che lo osannavano. Era diventato il simbolo della loro condizione sociale, del loro modo di pensare, e anche della loro appartenenza politica. Tutti studenti universitari che si definivano innovatori, ma in fondo non erano altro che figli di papà, radical chic, con la puzza sotto il naso. Per questi folkniks che frequentavano gli stessi locali ascoltando gli stessi dischi, e che parlavano allo stesso modo, la riscoperta della canzone come strumento di comunicazione era solo una moda. Tutto il contrario di quel giovinetto taciturno e scorbutico che si era abbeverato al sapere popolare di Woody Guthrie, e che aveva imparato a suonare l’armonica a bocca e la chitarra ascoltando alla radio le canzoni di quell’ubriacone di Hank Williams, il rock’n’roll blasfemo di Little Richard, e il blues paludoso di Muddy Waters e Howlin Wolf. Quel loro modo di essere era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua anarchia intellettuale, e anche dal suo intendere la musica folk stessa. Ma sin dai tempi in cui dodicenne si esibiva ai festival per dilettanti, pur continuando a leggere Steinbeck e ascoltare i dischi di hillbilly di sua madre, in cuor suo ambiva a diventare una rock’n’roll star. Dylan ha sempre diviso in due il pubblico. C’è chi lo adora incondizionatamente, e chi invece non lo sopporta per quel suo carattere taciturno e scontroso. La storia racconta che tutto ebbe inizio al festival folk di Newport, nel 1965. Quel giorno il rock’n’roll tornò nella vita della gente, ed ebbe nuovamente una voce. Era stufo Dylan di sentirsi dire: bravo questo ragazzo, anche se è stonato e suona maluccio la chitarra”. Così con un ghigno diabolico dipinto sul viso, quel 25 luglio si presentò sul palco con una chitarra elettrica a tracolla, seguito dal chitarrista Mike Bloomfield, e l’armonicista Paul Butterfield. Alzò il volume degli amplificatori, e la sua Fender sibilò nell’aria che i tempi erano cambiati, una volta e per sempre. Lo guardarono terrorizzati quei giovinetti presenti, che cominciarono a rumoreggiare e a respingerlo in malo modo… ma Bob continuò a suonare mentre il pubblico protestò scandalizzato, osteggiandolo di continuo. L’erede di Woody Guthrie chi si credeva di essere? Era solo uno che si stava compromettendo con una musica volgare, blasfema, impura… e per di più lo stava facendo proprio di fronte a chi lo aveva sempre osannato e vezzeggiato. Ma in quel trambusto nessuno si rese conto che per la prima volta due mondi il folk e il rock che si erano da sempre guardati con avversità e sospetto, attraverso l’arte di quel ragazzo, finalmente diventavano complementari. Sfruttando l’energia di quei suoni, Dylan tirò fuori dal suo cilindro qualcosa che non esisteva e questa volta, con buona pace di tutti, senza restarne prigioniero. Bringing All Back Home”, Highway 61 Revisited” e Blonde On Blonde”, sono i dischi che seguiranno quell’evento e che deformeranno, plasmeranno per sempre la musica rock. Il loro avvento produrrà un cambiamento radicale nel mercato discografico. Il rock’n’roll non sarà più solo musica da ballo, ma diverrà la colonna sonora per tutte quelle minoranze silenziose che nessuno rappresentava. Dentro queste canzoni c’è una musica carica d’idee, di fatti, di slogan. Una musica anche politica rinnovatrice, sovversiva, ribelle, anarchica, che nessuno riuscirà mai a eguagliare. Neanche lui. Le sue canzoni lievitano fino a diventare lunghissime, con cascate di versi che si fondono magicamente insieme ai suoni e, dentro quel caos apparente, c’è tutto quello che nessuno aveva mai osato metterci. Letteratura, ideologia, vita vissuta, fantasie, bugie, visioni, poesia, rabbia e violenza; ma anche le tradizioni, la strada, le droghe, Rimbaud, Baudelaire, e Charley Patton. Tutto questo sta in piedi in un clima da incubo urbano, da sogno ad occhi aperti, in una baraonda che è rock, folk, blues. Dylan ancora una volta diventa un simbolo. Questa volta però del disagio e della coscienza di massa; ma anche un punto di riferimento per una miriade di musicisti. Quei versi sputati fuori con giochi di parole, rime martellanti, scioglilingua, per la rapidità dell’informazione contenuta sembrano dei moderni tweet. Sono arrivato in città prima dell’alba e mi sono addormentato sui sedili posteriori della macchina. Quando nella tarda mattina mi sono alzato accecato dai raggi del sole, avevo un terribile mal di testa che mi accudiva. Sono sceso dall’auto e mi sono seduto sul ciglio della strada. Per farmi compagnia mi sono messo ad ascoltare il vento bisbigliare tra l’erba. Avevo perso non so quante volte l’equilibrio, e ogni volta prima che riuscissi nuovamente a rialzarmi, avevo dovuto lottare come un leone in un’arena. Dopo il mio ennesimo fallimento era molto meglio riprendere fiato. Quando vivevo ancora con i miei genitori, una sera ho sistemato l’antenna della radio e ho visto delle nuvole nere nel cielo arrivare sopra casa mia. Prima che piovesse ho ascoltato una canzone… che dico, una voce profonda, chiara, poi scura, forte, tenue, che sfumava le parole e poi le assaliva. Sembrava volesse superare qualsiasi barriera quella voce. Per un attimo mi sono chiesto se fosse un’allucinazione, o un mio tormento. Io sono giovane, io vivrò, io sono forte, io posso darti lo strano seme del giorno: senti il mutamento, conosci la strada” (Goodbye And Hello). Tim Buckley non era nato per fare la rockstar, anche se l’industria discografica sin dall’inizio aveva tentato in tutti i modi di costruirgli quel ruolo. Un uomo schivo, onesto e sensibile, con un carattere emotivo, introverso, tormentato come il suo, non avrebbe mai potuto esserlo. Per via di quell’indole i discografici di quel tempo lo avevano preso per uno squilibrato. Un artista Buckley che non si può categorizzare in nessun genere. La sua musica è inafferrabile, turbolenta, libera da qualsiasi costrizione. Con il suo canto allucinato ma prorompente e straripante di passione, era quasi riuscito a deformare la realtà con la poesia. Com’è stato per Dylan, i dischi di Buckley hanno rotto qualsiasi barriera musicale ed emozionale. Un uomo che ha sofferto la tristezza e la bruttezza del mondo, e che sognava la leggerezza di un viaggio fantastico. Un viaggio che partiva dall’ombra per poi tentare di volare, di respirare, cercando un appiglio, uno spunto, per tornare nella luce del mattino. Un uomo che riusciva a cantare completamente nudo nell’anima. Un innamorato della vita, tanto da non sopportare le sue miserie e trovare riparo nell’eroina. Uno che toccava e accarezzava le parole come i riccioli dei suoi capelli, cercando sempre un nuovo punto di partenza da cui poterle trasfigurare. L’acqua, le nuvole, il mare, i fiumi, le ragazze gitane, i treni, le melodie tristi, i solitari, sono le cose da cantare, quelle che animano il suo sentire; e non ci sono steccati o interdizioni che tengono, di fronte a quel flusso di passione. Tim Buckley con la sola chitarra acustica affronta il suo mondo di suggestive visioni, comunicando con gli angeli, graffiando e avvolgendo le parole, distendendo la melodia. Commuove e spacca l’anima mentre con la sua voce baritonale che non conosce risposte né verità, ma solo la paura di non potere più sognare, apre nuovi orizzonti. Era un uomo solo Buckley che faceva un mucchio di sogni, e che amava anche quello che perdeva. Con il vento che gli annodava i capelli era pronto a mettersi in marcia. Se né andato troppo presto il 29 giugno del 1975 nel cuore della notte, per un’overdose di eroina. Stava solo volando, cercando di afferrare qualcosa che gli era sfuggita nel buio. Ho ripreso a guidare, poi ho rallentato per rendermi conto di dove fossi arrivato, e mi sono fermato davanti a un lampione. Non ero solo. Lo avevo capito sin da subito, da quando la incontrai, che la musica non mi avrebbe mai lasciato. Durante questi anni passati insieme l’ho vista sorridere, piangere, lamentarsi; con l’aria corrucciata, aggrottare la fronte e fumarsi una sigaretta nervosamente. Spostarsi nei miei incubi, per poi tornare insieme a me a sognare. L’ho sentita come Tim, triste e felice. Curiosa e sconvolta, come Bob. Per poi incazzarsi e mentire, come Iggy. Un’irruzione continua, una voglia infernale di vita. Sedersi e svignarsela. Mi sono guardato intorno, la strada era di nuovo ricoperta di poesia. La musica è l’ultima resistenza al potere. Lei non va mai via. Nelle vite da niente, non va mai via.

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