Bobby Beausoleil: “Lucifer Rising” (1980) – di Gianluca Chiovelli

Quale idea abbiamo noi della controcultura californiana? O della controcultura americana in generale? Probabilmente una sola, quella che ci ha fornito, con abbondanza di dettagli falsificati dalla leggenda, la breve cronistoria della Summer of Love e del Monterey Pop Festival. Pace, abbasso la guerra nel Vietnam, libertà, viva le Pantere Nere… ma sotto quella crosta sottile, resocontata debitamente con film, dischi, saggi e testimonianze, si muoveva molto altro. La storia è sempre complessa e, come svelare, in parte, questo altro? Un pertugio in cui infilarsi, dimenticato da tutti, è questo disco di Robert “Bobby” Beausoleil: colonna sonora del cortometraggio omonimo di Kenneth Anger; è un accesso eminentemente esoterico, sfuggente, occultato dalle vesti trite e comuni della cronaca nera. Attraverso d’esso, però, si accede a una “camera delle meraviglie” e, forse, all’intima verità della cultura underground americana. Ciò che segue sarà, apparentemente, una sequela di fatti e nomi celebri. Tale accumulo, però, agendo sulla suggestione, rievocherà la ricchezza e la complessità di quel mondo di cui noi conosciamo la parte più rassicurante e addomesticata. Altro che fiori nei cannoni, qui sembra di stare in un film di Romero. Anzitutto togliamoci un dente. Bobby Beausoleil è un assassino, Mai pentito, peraltro e questo disco lo registrò in galera. Ecco come Truman Capote descrive l’incontro con Bobby a San Quintino: (…) Beausoleil è a torso nudo, indossa solo dei pantaloni di tela forniti dal carcere ed è chiaro che è compiaciuto dal proprio aspetto, del corpo in particolare che è elastico, felino e rivela un buon tono muscolare. Petto e braccia sono un panorama di emblemi tatuati: draghi stizzosi, crisantemi attorcigliati, serpenti distesi. Alcuni lo considerano di straordinaria bellezza: lo è, ma di un genere volgarotto, da galletto dei bassifondi. La cella è pulita, spoglia; in un angolo c’è una chitarra ben lucidata (…)Bobby Beausoleil era parte della Family di Charles Manson. Una parte, o forse qualcosa di più. Secondo una nuova teoria, infatti, era proprio lui il capo carismatico del gruppo; e i famigerati omicidi di Manson (sette: i due coniugi LaBianca, Sharon Tate, tre amici della Tate e un feto di otto mesi: il figlio di Sharon e Roman Polanski) vennero eseguiti solo per discolparlo mentre era in carcere accusato del delitto Hinman avvenuto poche settimane prima. Può essere, perché no? Bobby Beausoleil, soprannominato Cupido per l’harem che si era creato, nasconde in sé profondità insospettabili; ma veniamo a Hinman. Nel luglio del 1969 Beausoleil, assieme a Susan Atkins e Mary Brunner, due menadi della Family, si fiondò a casa di Gary Hinman, un insegnante di musica e piccolo spacciatore che aveva venduto della mescalina avariata al vecchio Charlie (Manson aveva, allora, trentacinque anni, metà dei quali passati in carcere: un veterano). Charlie Manson aveva a sua volta rivenduto la droga a una banda di bikers, gli Straight Satans e questi, insoddisfatti della merce, stavano esercitando, con qualche energia, il loro diritto al recesso. Il trio blandì e minacciò Hinman; passò quindi alle sevizie, senza, tuttavia, ottenere nulla. I nostri telefonarono quindi a Manson; questi, giunto sul posto, impassibile come un angelo della morte, staccò un orecchio a Hinman con la spada che si portava sempre appresso. L’orecchio sinistro, a metà. Charlie era molto abile nel maneggiare quella spada ereditata dagli Hell’s Angels. La vittima, lordo di sangue, frignava implorante ma i soldi no, proprio non li aveva. La tortura continuò per due giorni, senza esito. Manson si fece sentire ancora al telefono: “Sai cosa devi fare” si limitò a sibilare. Bobby Beausoleil eseguì la sentenza con laconica efficienza, quella del predestinato, come se le proprie mani fossero altro che gli utensili di un’entità sanguinaria e onnipotente. Egli ebbe a dire a Capote: Tutto è bene. Nella vita tutto è bene. Tutto scorre. È tutto bene. È tutto musica. Tutto è bene: c’è del genio in tale dichiarazione di crudeltà e innocenza. Tutto è bene: o è incoscienza o la soggezione a una deità a noi sconosciuta. 
Ecco la testimonianza indiretta di un tal De Carlo: Bobby prese il coltello e lo colpì. Disse che lo dovette fare tre o quattro volte. Hinman sanguinava copiosamente e annaspava; Bobby si sedette accanto a lui e gli disse: “Gary, la sai una cosa? Tu non hai più nessuna ragione per stare a questo mondo. Sei un “pig” e la società non ha bisogno di te. Perciò questo è per te il modo migliore di togliere il disturbo. Dovresti ringraziarmi per averti liberato dalla tua miseria”. Pare che Hinman intonasse canti buddisti prima che la lama indolente gli recidesse la gola. Quindi Cupido intinse la mano nel sangue e lasciò l’impronta sulla parete in modo da addossare la colpa alle Black Panthers che usavano proprio quel simbolo”; poi, sempre col sangue, vergò le parole fatali “Morte ai porci. Passiamo ora a Kenneth Anger. Chi era? Attore, precocissimo cineasta, scrittore, sovvertitore, omosessuale, innamorato dell’estetica pop americana (il divismo hollywoodiano, i bikers, il rock: “Scorpio rising” fu il primo film a utilizzare una colonna sonora esplicitamente rock); la sua opera risente degli influssi dell’occultista, alchimista e mago. Aleister Crowley, “l’uomo più cattivo del mondo”, la Bestia, il 666.
I trentotto minuti di “Inauguration of the Pleasurdome” sono un mirabile sunto della metafisica di Crowley. Un documentario di Kenneth Anger sulla villa di Cefalù in cui Aleister Crowley fondò l’Abbazia libertaria di Telema (Fa’ ciò che vuoi” era l’unica legge) è, invece, andato perduto (la villa, però, pur fatiscente, esiste ancora, maledetta dal volgo e dagli assessorati al turismo). Anger conobbe una notorietà mainstream nel 1959 quando vergò “Hollywood Babilonia”, un resoconto alla carta vetrata sugli scandali della Mecca del cinema (libro censuratissimo in America dove uscì, di fatto, solo nel 1975). Hollywood: il processo a Fatty Arbuckle, le orge, l’omosessualità, la pedofilia, lo spettacolare suicidio di Lupe Velez, la droga, il feroce omicidio “Black Dahlia”: nel libro c’è tutto, ed è raccontato senza mezzi termini, come chi sveli sardonico gli episodi più sordidi di un bordello. Il cortometraggio “Lucifer rising”, concepito sin dal 1967, ebbe vita difficile. Il primo materiale girato andò disperso (forse per colpa di Beasoleil stesso che era uno dei protagonisti; o forse no: la leggenda e la menzogna, qui, esercitano una graziosa signoria) coi lacérti di quel feto abortito Anger approntò un nuovo cortometraggio, Invocation to my Demon Brother, di undici minuti, musicato da Mick Jagger (vi suona il moog). Anger ci riprovò qualche anno più tardi e stavolta il risultato fu positivo, pur tra incomprensioni, litigi e defezioni. Chris Jagger, fratello di Mick, Marianne Faithfull e Jimmy Page appaiono fugacemente nel nuovo Lucifer, quello buono. Un altro protagonista è Donald Cammell che diverrà celebre nel 1979 per aver girato, assieme a Nicholas Roeg, il cult sadico Performance (in cui recitano – ancora lui! – Mick Jagger e Anita Pallenberg, la modella italiana che condivise il letto col buon Mick, con Brian Jones e, finalmente, con Keith Richards, a cui regalò tre figli e l’ispirazione per Angie). Ultimate faticosamente le riprese il regista commissionò la colonna sonora proprio a Jimmy Page; l’esoterico Jimmy se la prese comoda: ci mise tre anni. Anger, però, lo giudicò un pastrocchio inascoltabile. Insoddisfatto si rivolse, quindi, nel 1976, ancora una volta a Bobby che da qualche anno villeggiava a San Quintino. Bobby Beausoleil impiegò quattro anni: fu così che, nel 1980, il corto vide finalmente la luce. Di breve durata (circa trenta minuti) privo di dialoghi, esso trae forza dalle giustapposizioni fulminee di immagini apparentemente discordanti: rituali iniziatici egizî, manifestazioni della potenza naturale (lampi, lo schiudersi delle uova d’un coccodrillo, il ribollire del magma vulcanico) densi simbolismi pagani, flash quasi subliminali, affascinanti sfondi archeologici e naturalistici (è girato in tre luoghi: a Externsteine, in Germania, presso un osservatorio astronomico precristiano, già sotto la lente esoterica di Heinrich Himmler; fra le rovine egizie di Luxor e, forse, sulle pendici dell’Etna). Si potrebbe definirlo un videoclip iniziatico. Il filo conduttore che s’intuisce sotto tale complesso velame è, tuttavia, piuttosto semplice: l’uomo è stato strappato dalla visione dell’infinita perfezione divina e gettato su questa terra, materiata dall’infelicità e dal male; la sua è una caduta dal Bene Supremo nell’Abisso del dolore e della caducità. Ognuno di noi, però, conserva in sé una scintilla della perduta origine divina e, facendo appello a essa, può infine liberarsi dei limiti temporali e attingere di nuovo alla grazia eterna. Gesú, Horus, Lucifero, le divinità druidiche o lunari, Dioniso sono tutte manifestazioni storiche e contingenti della medesima ansia di purificazione, di riconquista della verità e della perfezione tramite una minuziosa ritualità magica. Tale desiderio innato dell’animo umano lo si può ritrovare in ogni epoca e latitudine: la grandiosa immagine finale del cortometraggio (una nave spaziale che sovrasta le rovine maestose e calcinate di Luxor) simboleggia potentemente la trasversalità di tale credenza immortale che, da sempre, indica agli iniziati la vera liberazione. In fondo Lucifer Rising non è altro che un lungo rituale accompagnato dall’unica preghiera conosciuta dal genere umano: l’invocazione a un dio salvifico che possa accoglierci presso di sé, come sua parte, sino a una eterna identità: l’uomo che si fa Dio. Una filosofia universale in cui si ritrovano, grazie a un sincretismo folle e inaudito, sia le eresie gnostiche che il cristianesimo delle origini: San Giovanni, i mistici, Aleister Crowley e i cattolici della degenerazione e dell’apocalisse come Joris-Karl Huysmans (L’Abisso) e Léon Bloy (per il quale, alla fine dei tempi, Satana/Lucifero risorgerà come terza persona della Divinità: un Lucifer Rising in luogo dello Spirito Santo, insomma, un Anticristo nel segno di Cristo). Il lungo trip psichedelico approntato da Bobby Beausoleil è in simbiosi perfetta con il film: si può affermare che fra musica e immagini non esiste cesura artistica o concettuale. In Lucifer Rising trovano composizione le disparate tessere della controcultura degli anni Sessanta, le spinte eversive, la voglie di mondi incontaminati, l’Oriente, i culti underground, le droghe. Ognuno perseguiva, in fondo, la stessa cosa: la felicità. L’America però non prometteva la felicità nella propria Costituzione, quella Carta che tutto il mondo addita come matrice suprema della democrazia? The pursuit of happiness, nientemeno. Forse Beausoleil già si credeva Lucifero quando accoltellò Gary Hinman, lo spacciatore e musicista sussurrandogli: Dovresti ringraziarmi per averti liberato dalla tua miseria. Ecco, ti regalo una fuga dal mondo, dovresti ringraziarmi. Il cuore umano è poca cosa, da sempre cerca solo ciò che lo consoli della fatica del mondo e doni una speranza contro il terrore del nulla. Non altro.

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