Bob Robertson Atomic Blues e il fantasma di Robert Johnson – di Lorenzo Scala

Prima stazione, canzoni spettrali e un’anima blues: una sera d’estate di qualche anno fa mi trovavo su una panchina a San Lorenzo, in Roma, insieme a un caro amico infermiere, entrambi in attesa di qualcosa, entrambi squattrinati, con poche certezze ma con grosse dosi di stima reciproca. Come spesso capita quando mi trovo in compagnia di questo ragazzo alto quasi due metri, con cui ho condiviso l’infanzia, le parole scorrono fitte e i discorsi sulla musica, grazie alla sua enorme padronanza dell’argomento, piegano il tempo avviluppandolo in bolle sospese. A volte andiamo avanti per ore. Spesso però, le perle di conoscenza da me assimilate in questi frangenti, vengono dimenticate nel giro di qualche mese… ma questo è un mio problema di memoria. La storia che mi narrò quella sera invece mi rimase impressa, il protagonista era Robert Johnson, il giovane che secondo la leggenda vendette la sua anima al diavolo per imparare a suonare la chitarra ad alti livelli ed io, letteralmente, pendevo dalle sue labbra per quell’alone fascinoso di mistero spettrale che aleggiava intorno a questo personaggio, una vera e propria colonna portante del blues, morto presumibilmente assassinato a 27 anni. Seconda stazione: il primo concerto di una band emergente. L’anno scorso, sempre in una sera d’estate, ho assistito a una nascita. Stavolta ero in compagnia di un altro amico fotografo, sempre in giro per il mondo. Lui in quei giorni aveva appena smesso di bere, avevamo entrambi bisogno di musica e così ci siamo recati a Carpineto Romano per il debutto dei Bob Robertson Atomic Blues (B.R.A.B.) formati da Paul Thorn, batteria, Alicia Moore, voce e basso e Alex Moore, chitarra voce e armonica. Di questa Band sapevo poco o niente. Sapevo solo che la cantante e bassista Alicia era cresciuta nel mio stesso vicolo in un paese vicino, Montelanico ma, essendo lei di qualche anno più giovane, la ricordavo molto poco. Ci rintaniamo in questo locale, io alticcio il giusto e il mio amico vestito dalle giuste dosi di scazzo. Siamo usciti un’ora dopo belli sconquassati. La musica dei Bob Robertson Atomic Blues ci aveva frullato per bene grazie a una miscela garage rock dal forte impatto blues… impalcature di suoni semplici ma fluidi. Rimasi colpito dalla sintonia dei tre musicisti che sembravano un unico corpo sonoro. Ricordo di aver pensato, prima o poi scriverò di loro, della loro freschezza e furia disinvolta. A fine serata io e il mio amico ci mettiamo a parlare casualmente di Robert Johnson, del suo modo di reagire alla morte durante il parto della prima moglie sedicenne, affrontando il lutto buttandosi nella mischia dell’alcol, del blues e del sesso occasionale. Terza stazione: il due settembre 2018 i Bob Robertson Atomic Blues aprono ai Modena City Ramblers a Carpineto Romano. Dopo un anno capisco che il momento è propizio, l’occasione é ghiotta e non voglio mancare alla loro apertura per i Modena City Ramblers. Questa è la terza sera estiva in cui il fantasma di Robert Johnson viene, a modo suo, a farmi visita. Mi trovo nella piazza del concerto con largo anticipo. Insieme a me un’intima amica, confidente e compagna  di vecchia data. Per curiosità vado sulla pagina facebook dei B.R.A.B. e leggo il modo in cui si presentano e le influenze musicali da cui hanno tratto lezioni importanti: dopo aver elencato varie band tra cui i The Stooges, The Sonics e i The White stripes, esce fuori che i ragazzi hanno una vera passione per la figura nebbiosa e maledetta di Robert Johnson. Il cerchio si chiude e capisco di trovarmi esattamente dove mi dovevo trovare. Le strane coincidenze astrali che hanno portato il nome leggendario di questo bluesman a fare capolino nelle mie estati, mi hanno strappato un sorriso. Il concerto inizia e appare immediato il fatto che i tre ragazzi, di olio sugli ingranaggi ne hanno buttato a litri. La piazza è gremita, loro inizialmente tesi ma quando si tratta di rock essenziale imbevuto di blues, gli animi si scaldano in poco tempo. A metà della prima canzone già cavalcano sciolti sul palco e le persone sembrano gradire. La batteria è un abbraccio tribale, la chitarra  è uno sberleffo divertito di sporca precisione, la voce è granitica nella sua tonalità profonda. Il basso lega sensuale il tutto. Le canzoni si susseguono in un unico flusso, qualche “stop and go” tipico del genere, i musicisti si scambiano qualche sguardo d’intesa  sul palco, Alicia tiene gli occhi bassi, abbraccia il pubblico unicamente con la sua voce che mi ricorda nella tonalità quella di Nico, Alex coinvolge il pubblico in modo più fisico, tra un assolo e l’altro lo cerca con gli occhi, lo invita a lasciarsi andare. Paul alla batteria se la gode paonazzo, diviso tra la concentrazione e l’euforia. Questo breve e denso concerto ha caricato l’aria di una certa elettricità. Poi sono saliti sul palco i Modena City Ramblers… ma questa è un’altra storia.

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