Bob Mould: “Blue Hearts” (2020) – di Maurizio Fierro

Viene da lontano “Blue Hearts” (2020). Siamo nel 1978, e lo studente diciottenne Bob Mould si è da poco iscritto al Macalester College di St. Paul, nel Minnesota. Lui è cresciuto a Malone, una di quelle lisergiche cittadine della periferia americana circondate dal nulla, e quella scuola, per Bob, è la via di fuga dalla desolazione che avvolge come un sudario il suo orizzonte. Lì ci insegnano due autorevoli professori, uno è niente di meno che il vicepresidente in carica degli Stati Uniti, Walter Mondale, mentre l’altro, Hubert Humphrey, è stato l’ex vice di Lindon Johnson; già, Humphrey, proprio quello del famoso memorandum per una soft exit strategy dal Vietnam, e che per questo subirà uno stigma politico destinato a segnarlo a vita. Bob lo adora, è infiammato dalle innumerevoli battaglie di Humphrey per la tutela dei diritti umani, ma il vento è cambiato al Macalester. Suo malgrado, Bob deve constatare che la maggioranza degli studenti è infervorata dai proclami di un ex mediocre attore ora governatore della California, Donald Reagan, repubblicano fino al midollo e candidato per l’elezione alla Presidenza.
A Bob questo non va giù, sente puzza di estremismo, intravede lo spettro dell’emarginazione tornare a farsi persecutorio, insomma, teme che stiano arrivando tempi duri e che occorra fare qualcosa. Già, fare qualcosa, individuare e mettere nel mirino il bersaglio, per esempio, perché se l’unica libertà che ci è concessa è quella di scegliere come accettare di non esserlo, liberi, forse riprodurre la realtà che si vagheggia attraverso la musica è già, qualcosa. Il punk, cazzo! La musica giusta per veicolare la rabbia… Ti ricordi i Ramones, Bob? Ti ricordi il tempo trascorso a provare e riprovare quei semplici accordi urlati alla chitarra? Il punk, cazzo! Un universo alternativo: mentale, prima che musicale. Un universo dove l’omosessualità non è una colpa, in cui la discriminazione svela la cattiva coscienza di una nazione fondata sulla schiavitù e sul razzismo, e l’attivismo è una ragione di vita. E quando hai nel mirino un sistema marcio, be’, quello è proprio un bersaglio bello grosso. E allora sì, diamoci da fare, pensa Bob, ché lo spazio per farsi ascoltare occorre trovarlo. E lo trova, Bob Mould.
Insieme al commesso del suo negozio di dischi preferito, Grant Hart, un buon batterista, e a un amico di quest’ultimo, il bassista punk Greg Norton, crea un terzetto agguerrito. Nascono gli Hüsker Dü (il nome è mutuato da un gioco da tavolo in voga anni prima), che fanno conoscere per la prima volta la loro musica aspra e febbrile al Ron’s Randolph Inn, un piccolo pub di St. Paul, suonano il primo concerto nel 1979 allo Spring Fest di Macalester, creano un’etichetta, la Reflex Recors, pubblicano il singolo Statues/Amusement, accolto con favore dalla critica, e sono pronti per uscire dal Minnesota per un tour in Canada nel 1981. Quello che succede in seguito è storia. Cinque 33 giri e un mini lp con l’etichetta SST, fra cui “Zen Arcade” (1984), un concept album doppio inciso in presa diretta, con pezzi ostici, duri, dove distorsioni, sperimentazioni e varietà di stili stanno insieme in un equilibrio sottilissimo, contrappuntando una storia introspettiva che si rivela alla fine un incubo, che poi non è altro che l’incubo di una generazione tradita da un Paese con l’encefalogramma piatto. Un album spartiacque, come ebbe a dire lo stesso Mould, che forse segna il punto più alto della sua carriera ma anche l’inizio della fine per la band di Minneapolis.
Poi arriverà la Warner Bros e, subito dopo l’improvviso scioglimento, quasi un beffardo sberleffo all’etichetta maistream, quindi l’autoisolamento alla Thoreau di Mould, il suo caming out, i Sugar, e una serie di album da solista lunga come il bugiardino di un medicinale potente. E siamo all’oggi, all’ennesima vita di un sessantenne che decide di riprendere il filo interrotto perché sì, è successo quello che sappiamo questa primavera a Minneapolis, e il Minnesota è diventato all’improvviso l’involontario centro di gravità del mondo, a rappresentare l’anima oscura dell’America che immola George Floyd sull’altare di un truculento suprematismo bianco. Il bersaglio, ricordate? Ieri Regan, oggi Trump, burattino di un sistema che cerca disperatamente di auto preservarsi sulla pelle dei disperati. Ieri il Movimento per i diritti civili, l’Aids e le rivendicazioni della comunità LGBTQI, oggi il  #MeToo e il Black Lives Matter, ma siamo sempre lì: la necessita di empowerment, ottenere diritti uguali per tutti.
E allora eccola, la speranza. I Blue Hearts (sempre quel colore, il blu ramato che dà il titolo a “Copper Blue” (1992), primo album dei Sugar), cuori democratici che pulsano d’indignazione per la radicalizzazione politica degli estremisti cattolici e dei Red Guys repubblicani di Trump, una polarizzazione delle divergenze che adombra una nuova secessione, centosessanta anni dopo. Nei quattordici pezzi che ci ricordano che il punk è un tormento che occupa militarmente ogni tuo pensiero, Mould usa la chitarra come un bisturi per incidere il ventre molle di un’America sull’orlo dell’implosione, ben sostenuto dalla sezione ritmica di Jason Narducy e Jon Wurster. Le rabbiose Fireball, Racing To The End e le tiratissime American Crisis e Next Generation si alternano a brani più evocativi come Leather Dreams e Baby Needs A Cookie, per finire con la sugariana Ocean, ché è proprio l’impronta dei Sugar a caratterizzare il sound di Mould e soci, un rock energico e impegnato che sprigiona passione, quasi un ardore compulsivo che spinge la musica oltre gli ostacoli del tempo, a riprendere quel sottile filo blu che era rimasto in sospeso dai tempi degli Hüsker Dü e dei Sugar. Mould non ha ancora perso la voglia di afferrare la realtà per strapazzarla e, come un rabdomante, tramuta lo scenario di crisi che lo circonda in un lp rabbioso, unendo idealmente la generazione analogica che protestava contro Regan con quella digitale che contrasta Trump. Ben tornato, Bob.

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