Bob Geldof: The Great Song of Indifference – di Bruno Santini

“Non mi interessa se il governo cade / Attua altre stupide leggi / Non mi importa se la nazione va in stallo / E non mi importa affatto.” (I don’t mind if the government falls / Implements more futile laws / I don’t care if the nation stalls / And I don’t care at all.
The Great song of Indifference, brano di “The Vegetarians of Love”, del 1990, può considerarsi una delle più celebri ed emblematiche canzoni di Bob Geldof, se prendiamo in esame esclusivamente la sua carriera da solista ed escludendo, dunque, il lungo lavoro (1975 -1986 e poi dal 2013 in poi) dei Boomtown Rats, band punk-rock più volte leader delle classifiche britanniche. Il brano nasconde, nelle sue 10 e semplici strofe, il suo significato che lo pone a “canzone di protesta”: un manifesto di indifferenza e disillusione, che aumenta e assume importanza ed ampiezza sempre più, attraverso le parole, come in un climax ascendente: dal disinteresse personale al disinteresse altrui; dall’indifferenza per il problema a quella per lo stato e per la povertà, per culminare – infine – con una totale assenza di interesse nei confronti del sentimento umano. Bisogna, in primo luogo, considerare il periodo e il contesto che interessano lo stesso brano: intorno alla metà degli anni 80, quando Geldof era già noto per la sua figura di attivista politico, fu fondata Band Aid, un supergruppo britannico creato a scopi benefici. L’impegno politico e sociale del mancino irlandese, infatti, in contraddizione con una delle strofe del suo brano, (“Non mi importa se il / terzo mondo frigge / La è più caldo, non me ne stupisco / Baby posso guardare intere nazioni morire / E non mi importa affatto”) si materializzò nei due anni ’84 e ’85, attraverso la band stessa. L’intero ricavato dei live e del successo della band fu utilizzato per combattere la carestia imperversante in Africa. Il progetto della Band Aid ebbe così successo che divenne, poi, ispiratore del celebre We are the World, brano il cui successo curò, in parte, la carestia etiopica. L’attivismo di Bog Geldof può, paradossalmente, considerarsi la principale causa di una discontinua carriera musicale e, ancora una volta paradossalmente, il brano in questione si pone in netta antitesi con il suo impegno. Distaccando, dunque e com’è lecito, l’umano dall’artista, il brano propone una gran protesta che passa attraverso la totale indifferenza. E se Khalil Gibran diceva che “l’indifferenza è già metà della morte”, il Nostro, quasi a replica, sottolinea che “Non mi importa se vivi o muori / Non potrebbe importarmene di meno se ridi o piangi / Non mi interessa se ti schianti o voli / Non mi interessa affatto”. Questa però non è l’unica chiave di lettura: ciò che meglio permea, in un primo ascolto, è la viva musicalità del brano, unita al quasi ripetitivo “Na na na” del ritornello, come per alleggerire il peso di un significato che, con una melodia più lenta, avrebbe reso il brano a tratti noioso e ridondante. La formula con cui, in definitiva, si pone la musica di Bob Geldof è duplice: accanto al tema serio ed elaborato lo svago, l’allegria… una caratteristica, se vogliamo, anche irlandese. Molto banalmente, essere irlandese ha aiutato Geldof a giungere ad un certo tipo di fama con un certo tipo di operato; lo si evince anche dai suoi live: un’unione di più elementi che riescono a coesistere e creare interesse. Live che trovano il loro culmine in questo stesso brano, che si articolano attraverso i monologhi politici e sociali del nativo di Dùn Laoghaire, che si sviluppano grazie al notevole utilizzo strumentale e che si concludono con la festa e con la gioia. Come in una forma d’oblio, concettualmente legato all’indifferenza, che porta ognuno a ballare sul ritornello di un manifesto dell’indifferenza, tralasciando, almeno per un attimo, che ciò che si sta ascoltando e ballando, è crudo e amaro.

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