Bob Dylan: “Triplicate” (2017) – di Gabriele Peritore

Soltanto Bob Dylan può permettersi di imbracciare la chitarra e reinterpretare brani che appartengono alla storia della musica americana, scavando tra le composizioni che hanno contribuito a gettare le basi per tutte le creazioni artistiche che verranno in seguito. Il progetto è iniziato con i due precedenti album “Shadows In The Night” (2015) e “Fallen Angels” (2016). Con “Triplicate” (2017) si dilata a dismisura, addirittura in un triplo album, come a voler dire che c’è ancora tanto da tirare fuori e forse, vista la portata del progetto, si capisce il motivo per cui Dylan non ritirò il Premio Nobel nell’autunno di quell’anno. Bob (come sempre) ha un modo tutto suo di riproporre i brani: lo fa con tono confidenziale spinto all’estremo, attingendo da un repertorio che è già stato reinterpretato da innumerevoli artisti, tra cui il crooner per eccellenza, Frank Sinatra. Tuttavia Dylan va oltre lo stile di “The Voice”, e trasforma le esecuzioni, rendendole introspettive, personali, intensamente intime. Sembra ricostruire l’atmosfera di quando fuori piove, le comunicazioni telematiche si interrompono e ci si riunisce intorno al camino, si prende la chitarra e si canta le canzoni che appartengono al passato e alle radici culturali di ognuno, accarezzando così, all’impronta, il ricordo. Una carezza preziosa alla Memoria. Con molta umiltà il Nostro prova a riportare la canzone alla sua forma essenziale, senza abbellirle in nessun modo, senza studiare arrangiamenti ammiccanti, rendendola esclusivamente elemento di intrattenimento puro della propria gente intorno al focolare. L’estrema umiltà che sfiora la presunzione più assoluta, perché in molti, in questa nuova veste artistica, hanno colto l’ennesima provocazione di Bob Dylan che ha iniziato la sua carriera proprio in contrapposizione a musica senza contenuti sociali come quella che in “Triplicate” rispolvera; è già capitato altre volte nel corso della sua carriera di aver cambiato rotta andando nella direzione opposta a quella in cui stava procedendo e spiazzando coraggiosamente i suoi stessi sostenitori. Probabilmente, invece, questa forma di riproporre vecchi standards, è soltanto il percorso umano (molto umano) di un Artista che ha compreso una lezione universale… tutto si consuma velocemente; e avverte l’esigenza di rendere un omaggio ad artisti che con il loro genio creativo hanno fornito qualcosa di solido, strutturando una zona della memoria che non può essere consumata, o per lo meno cerca di fare in modo che il processo di discesa verso la dimenticanza, o l’oblio vero e proprio, si allunghi il più possibile. Forse provocatorio è l’atteggiamento di menefreghismo nei confronti delle logiche di mercato in cui Dylan non interviene più in prima persona e, quindi, con noncurante leggerezza, può permettersi di proporre un triplo album… anche se non è alla portata di tutti, amen.

Disco 1:  “’Til the Sun Goes Down”
I Guess I’ll Have to Change My Plan (Arthur Schwartz, Howard Dietz)

The September of My Years (Jimmy Van Heusen, Sammy Cahn)
I Could Have Told You (Carl Sigman, Jimmy Van Heusen)
Once Upon a Time (Charles Strouse, Lee Adams)
Stormy Weather (Harold Arlen, Ted Koehler)
This Nearly Was Mine (Richard Rodgers, Oscar Hammerstein II)
That Old Feeling (Sammy Fain, Lew Brown)

It Gets Lonely Early (Van Heusen, Cahn)
My One and Only Love (Guy Wood, Robert Mellin)
Trade Winds (Ralph MacDonald)
Disco 2: “Devil Dolls”
Braggin’ (Jimmy Shirl, Robert Marko, Henry Manners)
As Time Goes By (Herman Hupfeld)
Imagination (Van Heusen, Johnny Burke)

How Deep Is the Ocean? (Irving Berlin)
P.S. I Love You (Gordon Jenkins, Johnny Mercer)
The Best Is Yet to Come (Cy Coleman, Carolyn Leigh)

But Beautiful (Van Heusen, Burke)
Here’s That Rainy Day (Van Heusen, Burke)
Where Is the One? (Alec Wilder, Edwin Finckel)
There’s a Flaw in My Flue (Van Heusen, Burke)
Disco 3: “Comin’ Home Late”

Day In, Day Out (Rube Bloom, Mercer)
I Couldn’t Sleep a Wink Last Night (Harold Adamson, Jimmy McHugh)
Sentimental Journey (Les Brown, Ben Homer, Bud Green)
Somewhere Along the Way (Van Heusen, Sammy Gallop)
When the World Was Young (Philippe-Gérard, Angèle Vannier, Mercer)
These Foolish Things (Eric Maschwitz, Jack Strachey)
You Go to My Head (John Frederick Coots, Haven Gillespie)
Stardust (Hoagy Carmichael, Mitchell Parish)
It’s Funny to Everyone But Me (Jack Lawrence)
Why Was I Born? (Jerome Kern, Hammerstein II).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.