Bob Dylan: “Time Out of Mind” (1997) – di Flavia Giunta

Quando hai avuto tutto dalla vita, cosa ti spinge a continuare ad andare avanti? Quando hai già assaggiato gli allori della gloria, l’amore della famiglia, le tournèe, le difficoltà, la malattia? Si potrebbe dire che, a cinquantacinque anni, Robert Allen Zimmerman (in arte Bob Dylan) abbia avuto dei trascorsi molto intensi, sia per quanto riguarda la carriera che la vita privata. Nessuno lo giudicherebbe se, a questo punto, si ritirasse definitivamente dal mondo dello spettacolo per godersi figli e nipoti in giro per i suoi numerosi possedimenti in America ed Europa, leggendo poesie e sorseggiando whisky circondato dai suoi amici di vecchia data. Eppure, così non è stato: e per fortuna, dato che questi ultimi anni della produzione del musicista ci hanno regalato alcune perle insospettabili, dopo tutto il tempo trascorso dai celebri album di inizio carriera con le loro Blowin’ in the Wind, The Times They Are A-changin’, Don’t Think Twice, It’s Alright e così via. Erano gli anni 60, un periodo fervido di rivoluzioni che elesse come suoi inni proprio quelle canzoni di protesta scritte da un giovane e ancora acerbo Dylan. Il cantore di una generazione, che nonostante tutto non prese mai una posizione politica netta: gli interessava solo la propria musica. Vivere suonando e cantando. Quando si è fatti così, non si può semplicemente smettere di farlo, per quanti anni tu possa avere o canzoni possa avere scritto. In realtà, molti davano per spacciata la carriera di Dylan già dalla fine degli anni 80: a quell’epoca, la rigida svolta religiosa del cantautore di Duluth lo aveva portato a pubblicare tre dischi di canzoni di poco pregio musicale, più simili a omelie. Qualcuno aveva subodorato i primi segni del fisiologico declino artistico. In fondo, dopo aver pubblicato tanti album in studio, è comprensibile non avere più materiale dello stesso livello del precedente, giusto? E invece, come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, nel 1997 Bob Dylan tirò fuori dal cappello a cilindro un disco decisamente ben fatto, acclamato dalla critica e vincitore di tre Grammy Awards. Parliamoci chiaro, arrivare a “Time Out of Mind” non fu un procedimento così diretto e immediato. Diverse canzoni Dylan le aveva già scribacchiate sui suoi taccuini disordinati durante i tour e le pause delle registrazioni passate, come usava fare appoggiato su una vecchia cassa che utilizzava come scrivania, ma mettere insieme il tutto fu un lavoro che richiese la partecipazione di molte altre persone. Primo fra tutti, il musicista franco-canadese Daniel Lanois, amico di Dylan che aveva già collaborato con quest’ultimo producendo l’album “Oh Mercy” (1989). Il cantautore lesse ad alta voce all’amico i testi delle canzoni che aveva intenzione di buttar giù, e Lanois senza pensarci due volte lo portò ad Oxnard, in California, per registrare il futuro album in un teatro in affitto e in un modo molto semplice: l’idea iniziale era di costituire un trio, cioè Dylan, Lanois (che suonava la chitarra acustica) e un batterista. Ma si sa, gli artisti sono volubili, e Bob Dylan in particolar modo: nonostante fosse tutto pronto per registrare, decise di non volerlo più fare lì, così vicino alla sua casa e alla famiglia che proteggeva a tutti i costi dal mondo della fama. Per cui, la baracca venne smontata e rimontata ai Criteria Recording Studios di Miami, un ambiente del tutto diverso (stanze bianche e fredde, quasi ciniche rispetto al vecchio, romantico teatro) che poi portò alla luce il lavoro definitivo. Questa fu solo la prima delle tante spaccature fra Dylan e il suo produttore; un succedersi di piccole schermaglie e di diatribe più aspre le quali, a prescindere dall’ottimo disco che ne risultò, portarono il grande musicista alla decisione di prodursi da sé i propri album successivi. Ma questa è un’altra storia. La situazione si andò allontanando sempre di più dal progetto originario anche per quanto riguardava l’organico dei musicisti presenti alle prove: dal trio si passò a una sorta di piccola orchestra, con anche più di un artista allo stesso strumento (fino a tre batteristi); la “banda” comprendeva, oltre a Dylan e Lanois: la band da tour di Dylan del periodo (David Kemper, Bucky Baxter e Tony Garnier), il batterista/pianista Tony Mangurian, i batteristi Jim Keltner, Brian Blade e Winston Watson, l’organista Augie Meyers, il tastierista Jim Dickinson che aveva suonato, fra gli altri, anche con i Rolling Stones, i chitarristi Duke Robillard e Robert Britt e, infine, la slide guitarist Cindy Cashdollar. Non erano mai presenti meno di dodici persone alla volta in quegli studios, eppure a Dylan non sfuggiva mai una nota: stando ai resoconti di qualcuno di loro, stava molto attento sia all’insieme che alle singole parti e al modo di suonare di ciascuno, e ascoltava con partecipazione eventuali consigli e impressioni dei musicisti. Ciò non toglie che non fosse sempre facile, per loro, stargli dietro: continuava a cambiare le tonalità delle canzoni in corso d’opera, passando rapidamente da un accordo all’altro. Inoltre, il suo intento era di farsi andare bene la prima registrazione di ogni pezzo; se si sbagliava la prima e si andava avanti fino a farla risultare perfetta, si andava peggiorando di volta in volta. I continui battibecchi fra Dylan e Lanois non miglioravano le cose. Ma ecco cosa venne fuori da quella baraonda organizzata. Si può considerare “Time Out of Mind” come uno di quegli album a tema nei quali l’insieme vale più delle singole parti: i brani, con le loro tematiche dell’invecchiamento, dell’amore e della perdita, sono assimilabili ad un ciclo che segue un andamento preciso, e ciò è apprezzabile al di là del valore delle singole canzoni. L’apertura è affidata al blues di Love Sick, pubblicata in seguito anche come singolo. Qui il cantante “cammina per strade morte” pensando fortemente alla propria amata. La traccia successiva, Dirt Road Blues, venne costruita su di un’improvvisazione su un riff country-blues. Nella storia che la canzone racconta abbiamo sempre lo stesso personaggio in cammino, malinconico e malato d’amore, che tuttavia ne cerca ancora il lato positivo, come se non volesse guarire. In Standing in the Doorway, con la sua melodia molto dolce, l’innamorato piange la donna che lo ha lasciato. La vicenda continua a snodarsi così, passando attraverso Million Miles, la ballata pianistica Tryin’ to Get to Heaven nella quale Dylan suona anche l’armonica, e la sentimentale ‘Til I Fell in Love with You, fino ad arrivare al clou del disco. Not Dark Yet si distingue dagli altri pezzi dell’album già a partire dal titolo. Visto il gergo solitamente utilizzato dal cantautore per scrivere le sue ballate folk, ci si aspetterebbe un informale “Ain’t Dark Yet”, mentre la scelta di utilizzare la forma non contratta è come un campanello che ci informa che stiamo per ascoltare una poesia vera e propria. Ed è così: questo è uno dei testi di Bob Dylan che si possono apprezzare anche sulla carta stampata, separato dal suo contesto musicale. Sono versi scritti da un uomo stanco, consapevole che la morte arriverà anche per lui, e che si rammarica della propria condizione umana che lo limita nello spazio e nel tempo. Anche la sonorità riflette la tematica profondamente introspettiva: le chitarre sono eteree e avvolgenti, il canto sofferto ed emozionato. “Shadows are falling and I’ve been here all day / It’s too hot to sleep and time is running away / Feel like my soul has turned into steel / I’ve still got the scars that the sun didn’t heal / There’s not even room enough to be anywhere / It’s not dark yet, but it’s getting there”. Studiosi di letteratura inglese hanno paragonato il testo di questa canzone alla “Ode to a Nightingale” di John Keats, il cui stile di scrittura influenzò senza dubbio l’artista. Il disco prosegue con la pregevole Cold Irons Bound, che nel 1998 vinse il Grammy come miglior interpretazione vocale maschile. Questa traccia rappresenta un blues movimentato e aggressivo che ci fa riprendere dalla solennità di Not Dark Yet. Segue la dolce Make You Feel My Love, dai toni più leggeri rispetto al resto dei brani; da qui si passa a Can’t Wait, altro blues ritmato, contenente una frase che potrebbe riassumere l’intera tematica dell’album: That’s how it is when things disintegrate(ecco com’è quando le cose si disintegrano). Il disco si conclude con Highlands, la più lunga registrazione mai effettuata da Dylan – 16 minuti – che si snoda senza alcun ritornello o bridge, ripetendo un riff sempre uguale che accompagna l’intenso flusso di coscienza del testo. Cosa si può dire di più? Che “Time Out of Mind” rappresenta l’opera di un artista maturo, consapevole della propria condizione umana, rassegnato alla mortalità ma capace di trasformarla  in poesia, conscio del dolore insito nell’amore. Siamo lontani dalle fiduciose e pungenti canzoni del Dylan dei primi tempi, ma allo stesso tempo si percepisce come a scriverle sia stata la stessa persona, provata e arricchita dall’età e dal processo di maturazione. Un uomo che non ha mai smesso di avere qualcosa da dire… e speriamo che sia sempre così.

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