Bob Dylan: “Rough And Rowdy Ways” (2020) – di Maurizio Garatti

Sono cazzi, amici. Mettersi di fronte a un foglio bianco ascoltando “Rough And Rowdy Ways” (2020), il nuovo lavoro di Bob Dylan, cercando di scrivere parole adatte e non banali per recensirlo dopo che già sono stati versati fiumi di inchiostro per celebrare l’ennesimo capolavoro del “menestrello di Duluth“, non è cosa semplice. Sono cazzi appunto… ma del resto con Bob è sempre così, e se alla tenera età di 79 anni il nostro Eroe se ne esce con un disco simile, cosa possiamo fare noi umili mortali se non ossequiarlo e ringraziarlo per essere ancora qui a dispensare emozioni sotto forma di canzoni? “Rough And Rowdy Ways” è il trentanovesimo album di Dylan e arriva ben otto anni dopo l’ultimo lavoro di inediti (“Tempest“, uscito nel 2012) e, trilogia da crooner a parte, è il primo disco che esce scortato dall’aureola del Premio Nobel alla Letteratura ricevuto nel 2016 e conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, la validità di quella scelta. Con voce roca che pare essere un concentrato di Dylan filtrato da Nick Cave e Tom Waits, Bob ci sommerge di parole, di sensazioni, citazioni, memorie, contornando il tutto di note gestite con parsimonia, affidate a musicisti di provata esperienza: Charlie Sexton e Bob Britt (chitarre), Donnie Herron (steel guitar, violino, accordion) Tony Garnier (basso) e Matt Chamberlain (batteria) custodiscono l’arte Dylaniana rinnovandola senza sentire la necessità di essere per forza al passo coi tempi.
A racchiudere questo splendido contesto, ecco la copertina con una celebre fotografia di Ian Berry, scattata nel 1956 a Withechapel per un servizio dell’Observer sulla cultura nera in Inghilterra. Il cuore dell’album è l’America, con la sua musica, i suoi miti ineguagliabili e i suoi autori, filtrati dal gusto per la citazione tipico di Dylan che, coerentemente con il proprio percorso, dissemina i testi di riferimenti a fatti di cronaca, a libri, ad altre canzoni, ingigantendo il tutto sotto la lente di ingrandimento di un personalissimo gusto postmoderno. Parla di sé Bob, quando all’inizio del disco canta I Contain Multitudes citando Withman. Parla di Edgar Allan Poe, di Al Pacino e Jimmy Reed, parla di Anna Frank, scegliendo con cura ogni passo del suo percorso, condividendo brandelli di vita e di pensiero, evocando le sue personalissime “Rough And Rowdy Ways“. E ovviamente è sempre lui il Pirata Filosofo che chiude il disco con Key West, che non può non ricordare uno dei grandi miti americani, quell’Ernest Hemingway che tanto ha dato all’iconografia classica americana, senza tuttavia dimenticare la Beat Generation e la Summer Of Love. Poi c’è Murder Most Foul, che occupa una facciata del vinile, come la viscerale Sad Eyed Lady Of The Lowlands che chiudeva l’epocale “Blonde On Blonde“. Un brano che di per se è un disco a parte, zeppo di riferimenti e citazioni, che Nick Cave spiega perfettamente: “L’implacabile cascata di riferimenti a varie canzoni è un modo per raccontarci il potenziale che abbiamo noi esseri umani di creare bellezza, persino di fronte al male. Murder Most Foul ci ricorda che non è tutto perduto. La canzone stessa è un’ancora di salvezza che ci viene lanciata mentre annaspiamo oggi“.
Forse Dylan inizia a intravedere la fine del suo cammino su questa terra? Può essere, e la cosa non deve stupire più di tanto, ma la lucida mente che ancora è in grado di produrre simili gioielli non palesa alcun cedimento, continuando a fertilizzare il terreno di tutti coloro che, nonostante tutto, non si arrendono alla barbarie. Potete tranquillamente trovare mille disquisizioni, tecniche e filosofiche, che tentino di spiegare quello che spiegare non si può: esistono decine, forse centinaia, di recensioni inerenti al nuovo Dylan. Voi tuttavia evitatele. Evitatele tutte. Ascoltate il disco, cercate i testi, immergetevi in questo magma. È il solo valido consiglio che ci sentiamo di darvi.

Illustrazioni Simona Pasqua© tutti i diritti riservati
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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