Bob Dylan: “Murder Most Foul” (2020) – di Carlotta Di Casoli

Il 27 Marzo Bob Dylan ha annunciato in un tweet il suo ritorno in studio dopo circa otto anni di disattese aspettative. La latitanza del cantante non avrà spaventato i fan più affezionati che ben ricorderanno l’attesa tra l’uscita di “Under the Red Sky” (1990) e quella di “Time Out of Mind” (1997). Il caro Bob è uscito dal bozzolo con un brano di 17 minuti, la cui profonda emotività si rende forse inaccessibile ad un pubblico nato al di fuori dei confini americani. “Murder Most Foul” non è di certo un’opera democratica in quanto a fruibilità, a dire il vero neanche per uno yankee.  Infatti Dylan assembla un vero e proprio mosaico di citazioni, in cui ogni tassello rappresenta un pezzetto del folklore del “Nuovo Mondo”. Si parte dal 22 Novembre 1963 in un’affollatissima Dealey Plaza a Dallas, Texas, tempo e luogo dell’attentato a John Fitzgerald Kennedy e si avanza proprio come allora, in un corteo di immagini che raccontano di un’America rimasta orfana di padre. In questa carrellata sfila  chiunque, ci sono i Beatles, The Who, i Queen, Patsy Cline, Miles Davis, Ella Fitzgerald, Little Richard, Etta James, Charlie Parker, tutti camei dalla precisa funzione simbolica. L’accompagnamento al testo è essenziale, tre strumenti che sembrano suonare un motivo circolare, privo di variazioni: sono infatti le parole il necessario di questo lunghissimo lamento funebre, un interminabile epitaffio in onore di un cambiamento partorito morto.
“Murder Most Foul” è la denuncia di un’era in cui la musica ha tentato di anestetizzare il dolore di una promessa infranta, di accudire una bambina troppo cresciuta, l’America, e di prenderla per mano proprio come fanno i Beatles tra i versi di Dylan che canta il mea culpa per aver concorso a destinare gli americani ad un’infinita neotenia. Il premio Nobel per la letteratura adesso sembra infatti ripudiare il ruolo di idolo generazionale dai famosi
blue jeans e camicia fluo, incarnato proprio poco dopo il delitto più efferato. La morte di Kennedy è una mise en abysme, come del resto lo è la morte del re nell’Amleto di Shakespeare, scomodato fin dal titolo:Murder most moul, as in the best it is; But this most foul, strange and unnatural” (Amleto atto I). Ma il complotto qui lascia il topos letterario e si concretizza nel reale. Chi ha decapitato il re? Sono passati 57 anni e nessuno ha fornito risposte convincenti, anzi ci sono state decine di altre morti sospette la cui scia di sangue rappreso è ancora ben visibile sulla moquette dello studio ovale della Casa Bianca. Due ore dopo l’esplosione del proiettile che ha attraversato un intero Paese da parte a parte, Lyndon Johnson smette i panni di vice ed implementa le milizie americane in Vietnam, davvero una strana coincidenza.
La guerra contro i Vietcong, con i suoi costi economici ed umani così elevati, accende presto la miccia di un nuovo devastante
conflitto, una lotta civile inchiodata nero su bianco dalle penne di Philip Roth in “Pastorale Americana” (1997), Stephen King in “Cuori in Atlantide” (1999; qui è King stesso a riavvolgere il nastro fino all’omicidio Kennedy), Neil Gordon ne “La Regola del Silenzio” (2003), Michael Herr in “Dispacci” (1977) e potremmo continuare praticamente all’infinito. Dylan deve molto alla letteratura statunitense per la stesura di “Murder Most Foul”, ma deve altrettanto anche al suo adorato bluesman Woody Guthrie di I Ain’t Got No Home (in This World Anymore), tanto da citarlo nel gremito pantheon. La crisi dell’americano post-Kennedy si riverbera in quella dell’uomo del Nuovo Millennio e lo prostra al cospetto della sua finitezza. Allora “che cosa deve fare l’americano per redimersi?” O sarebbe meglio chiedersi: “che cosa deve fare Bob Dylan per assolvere se stesso dalle sue stesse accuse?” La canzone sembra infatti essere rivolta ad un pubblico in cui compare idealmente anche il cantante, che perciò assume il duplice ruolo di pastore e discepolo in questa liturgia lunga poco più di un quarto d’ora. L’uomo-artista è chiamato a ritrovare la propria univocità dopo innumerevoli cambi d’abito, a tornare ad abbeverarsi alla fonte salvifica della musica afroamericana degli anni 50, a riconciliarsi con la storia, ma più di tutto a dover accettare la propria mortalità, tema che ossessiona Dylan già dal suo incontro con il Louis Armstrong di St. James Infirmary e che tratta anche nel 1983 in Blind Willie MacTell.
“Murder Most Foul” probabilmente verrà tramandata ai posteri come l’Eneide di Virgilio agli italiani, il Canto dei Nibelunghi ai tedeschi, la Chanson de Roland ai francesi, ma ne capovolgerà l’epica, perché in essa è la tragedia di un popolo, un disperato grido d’aiuto collettivo. “Murder Most Foul” è lungi dall’essere inno all’Americanness anzi, semmai al contrario essa diffonde un nuovo strambo monito unificante, l’invito a smettere di essere un certo tipo di americani. Non c’è alcuna rosea celebrazione dell’essere umano al pari di forza creatrice, come invece pare a Nick Cave quando su
The Red end Files risponde alle domande dei fan riguardo al nuovo pezzo dell’ex Zimmermann. Bob Dylan si lascia tentare dal “vizio giudicante” ed assume piena consapevolezza dell’incapacità dei contemporanei di badare a sé stessi senza che qualcuno li accompagni in un intimo processo di maturazione, ma non per questo egli cede al paternalismo. Si potrebbe descrivere più come un leader pronto a fornire ogni strumento necessario affinché tutti raggiungano lo stesso grado di consapevolezza secondo le proprie attitudini e solo in questo senso potremmo scorgere un barlume di speranza nell’ombroso sguardo dell’autore.
Le modalità narrative di Dylan in quest’opera sono infatti quelle sperimentate anche nel cinema della New Hollywood di “Non si uccidono così anche i cavalli?” (1969), ispirata alla direzione di Bergman, Antonioni, Bresson, fino ad arrivare alla Nouvelle Vague francese. È
soprattutto la veglia di Dylan, la dissociazione dal presente seguita dall’immersione nel profondo del suo passato da cittadino americano ad avvicinare il musicista all’anziano protagonista de “Il posto delle fragole” (1957) di Ingar Bergman a cui è accomunato appunto, anche da un non velato pessimismo. Lo spirito del tempo dell’odierna “Murder Most Foul” è lo stesso del 1963, non è cambiato niente da quando Lee Harvey Oswald ha puntato il fucile addosso a Kennedy e l’epoca dell’Anticristo ha avuto inizio, l’orrore ha ceduto il passo ad una passiva rassegnazione. Nessuno è stato in grado di portare avanti le idee progressiste del Presidente Kennedy e prima Monterey, poi Woodstock sono stati i fiori presto appassiti di una “rivoluzione incompiuta”.
“What’d I say?” Cosa dovrei dire? biascica Bobby verso la fine. Nulla. Può solo affidare alla musica le sorti di chi lo ascolta, elencando titoli e nomi celebri a cui attingere, invitare l’America a riscoprire le proprie radici senza sfociare, ancora una volta, nel conservatorismo, a sciogliere i nodi delle proprie contraddizioni ricucendo lo strappo tra nordisti e sudisti, studenti e soldati, bianchi e neri. Il Dylan di “Murder Most Foul” muta il proprio senso di colpa in maturo sentimento di responsabilità sociale, caro a certe branche della tradizione cantautorale, e testimonia così il sacrificio di Kennedy per distribuire agli americani un nuovo miracolo eucaristico in cui si consacra l’autocoscienza di un rinnovato Occidente.

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2 thoughts on “Bob Dylan: “Murder Most Foul” (2020) – di Carlotta Di Casoli

  • Aprile 11, 2020 in 6:42 pm
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    Molto interessante e intelligente l’analisi letteraria dell’ultima opera d’arte musicale di uno dei grandi della musica mondiale contemporanea Bob Dylan. La bravissima Carlotta Di Casoli ha osservato con intelligenza rara il percorso artistico di un artista che ha raccontato le emozioni tormentate di un umano alla ricerca del senso e controsenso; In armonia con l’universo sul filo vibrante di sette note arrangiate dal cuore del mondo. Complimenti davvero, brava.
    Carlo Colombo Calabria

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    • Aprile 11, 2020 in 7:26 pm
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      Grazie mille signor Calabria, leggere il Suo commento è stato davvero stimolante per me, mi auguro di poter soddisfare le aspettative dei miei cari lettori anche nelle prossime pubblicazioni.
      Colgo l’occasione per augurarLe una buona e serena Pasqua, a presto!

      Carlotta Di Casoli

      Rispondi

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