Bob Dylan (ft. Johnny Cash): “Travelin’ Thru” (2019) – di Fabrizio Medori

“Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente, del tuo falso incidente”. Questa frase tratta da Un Giorno Credi di Edoardo Bennato, molto probabilmente, si riferisce alle voci circolanti all’epoca sull’incidente motociclistico che aveva tenuto Bob Dylan lontano dalle scene per un periodo di oltre un anno e che qualcuno riteneva fosse stato ideato dallo stesso Dylan e dal suo staff per staccarsi un po’ dalla routine, che stava diventando eccessivamente ossessionante.
“Travelin’ Thru, 1967/1969: the Bootleg Series vol.15” (Columbia/Legacy 2019), il triplo disco pubblicato a circa cinquant’anni di distanza dalle registrazioni, testimonia il ritorno di Dylan sulle scene e mette in mostra lo stato di salute artistica del futuro premio Nobel per la Letteratura. Il progetto si può tranquillamente dividere in quattro parti differenti, partendo dalle “outtakes” (sarebbe più lecito parlare di “alternate takes”) tratte dalla registrazioni di “John Wesley Harding” (1967), “Nashville Skyline” (1969) e “Self Portrait” (1969). L’autore, probabilmente in cerca del giusto “sound” si reca ripetutamente negli studi Columbia di Nashville e registra alcuni brani con l’accompagnamento di una sezione ritmica ridotta all’osso, basso elettrico suonato da Charly McCoy e batteria affidata a Kenneth Buttrey che, qualche anno più tardi, incrocerà Neil Young in Harvest” (1972), il suo disco più osannato. Così come i dischi per i quali queste session erano previsti, le registrazioni lasciano trasparire il clima piuttosto sbrigativo nel quale sono state effettuate, e l’assenza di sovrastrutture ce le fa ammirare per quello che sono. Tutti i brani sono versioni scartate in fase di completamento dei dischi, ad eccezione di Western Road, brano inedito che sarebbe dovuto finire su “Nashville Skyline”.
Il suono globale di queste registrazioni non si discosta molto da quello dei primi due dischi citati, considerando che “Self Portrait” non è proprio il top della discografia dylaniana, e la produzione enfatizza molto il suono del basso. Molto gradevole la selezione dei brani, con una particolare menzione per quelli che sarebbero diventati grandi classici qui riproposti in una veste leggermente più asciutta: bellissime Lay Lady Day e All Along The Watchtower. La parte più importante di tutto il contenuto è però dedicata all’incontro di Dylan con Johnny Cash, prima in studio e poi in una registrazione effettuata presso il Ryman Auditorium di Nashville per la prima puntata del Johnny Cash Show, in onda sulla ABC. L’incontro tra i due è sicuramente il punto di forza del progetto: sentire le due voci duettare è un vero piacere, soprattutto quando i due si divertono ad interpretare gli standard del repertorio rockabilly Matchbox, That’s Alright, Mama e il blues Mistery Train. Si sente che dietro a quest’operazione c’è più divertimento che calcolo e, in alcuni brani, compare alla chitarra un’altra leggenda, Carl Perkins. Per completare l’opera i produttori hanno inserito un’intervista e quattro brani tratti dalla partecipazione di Dylan allo show televisivo della leggenda del banjo bluegrass Earl Scruggs. Tre corposi ritratti di tre differenti situazioni artistiche sviluppate nel corso di un periodo particolarmente delicato, riunite in un’unica affascinante confezione, un buon episodio delle meritorie “Bootleg Series”. Gran bel disco, sicuramente non il primo da consigliare a chi non conosce ancora Bob Dylan, ma caldamente consigliato a chi apprezza già il Nostro eroe nel periodo che chiude gli anni 60.

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