Bo Diddley: Un nome, infiniti significati, un segno – di Gabriele Peritore

Ellas Otha Bates è abituato da sempre a cambiare nome; in realtà fin dalla nascita è abituato a cambiare quasi tutto della sua vita… madre, città, strumenti e quindi… che vuoi che sia un nome. È nato nello stato del Mississippi da una ragazza madre che da subito lo affida alla cugina più incline ad accogliere e sfamare una nuova vita, vista la già  numerosa famiglia che ha sulle spalle. Dalla nuova madre prende il nome McDaniel. Così fino a diciotto anni si fa chiamare Ellas McDaniel. Ha soltanto sei anni nel 1934, quando con tutta la famiglia è costretto a trasferirsi a Chicago, ma i suoni della sua terra d’origine gli rimarranno sempre dentro. Il cambio di città probabilmente non è per lui un evento traumatico, perché legato ad un esodo di massa che coinvolge gran parte degli stati del sud a causa della crisi finanziaria che negli anni trenta colpisce l’America, e anche perché nella nuova città, oltre la vecchia gente, ad accoglierlo ci sono anche nuove sonorità e nuove opportunità. Viene educato alla religione, al pugilato e al violino, strumento che lui suona egregiamente. La musica è più che una passione, è vita… e nella vita c’è sempre un primo amore che travolge, rivoluziona, e fa sentire come illuminato… la scintilla che fa scattare il sentimento è l’ascolto del blues di John Lee Hooker, che con il suo stile rude e lamentoso lo riporta alle radici. Gli anni di esercitazioni al violino sono stati fondamentali ma è arrivato il momento di cambiare strumento; inizia a suonare la chitarra e a costruirsele da solo, è il liutaio di se stesso. Sono leggendarie le chitarre rettangolari e variamente decorate da lui ideate. Suonando agli angoli delle strade della windy city conosce Jerome Green, suo fidato collaboratore che si presta a scuotere delle maracas arrangiate con galleggianti dello sciacquone e legumi secchi. Il duro apprendistato in strada gli fa guadagnare il soprannome di Bo Diddley che segnerà anche il definitivo cambio di nome. Negli anni si sono stratificate varie leggende su questo soprannome di cui nessuno conosce il vero significato. Forse la cosa fondamentale da capire è che non significa niente, è soltanto un suono che evoca altri suoni. Forse è un allungamento della parola “Bully”, bullo da strada, per la sua attitudine, nonostante l’aria da intellettuale, a difendersi con i pugni al minimo segnale di elettricità nell’aria, o forse da Diddley Bow, uno strumento a corde di origine africana fatto in casa e, vista la sua abitudine a costruirsi gli strumenti da solo, è abbastanza indicativo, o forse ancora da Red Saunders, batterista geniale il cui nome di battesimo era Theodore Dudley: il primo ad incidere su nastro il ritmo Hambone. La cosa più importante è che Bo Diddley non significhi niente ma che suoni bene all’interno delle canzoni che scrive. Dentro i suoi testi inserisce le esperienze di vita da strada e la fantasia visionaria delle nenie popolari. Attraverso le sue parole costruisce l’immagine dello spaccone che vanta le sue doti e sa cavarsela in ogni situazione, stereotipo appartenente alla cultura ancestrale afroamericana che ha radici antiche e che verrà ripreso in seguito da artisti esponenti del genere Rap. Aderisce totalmente al nuovo sound elettrificato degli anni cinquanta e ne diventa uno specialista, con la competenza di un tecnico del suono. Nel primo singolo omonimo Bo Diddley riesce nel tentativo di attualizzare ritmi del passato contaminandoli con tecniche moderne e del tutto personali. Il brano che caratterizza in senso assoluto il suo stile, riprende ritmi africani subsahariani, diffusisi negli Stati Uniti attraverso la tradizione orale dei neri afroamericani, passando dai Caraibi e, spesso, usata dai bambini dello stato del Mississippi che intonavano le loro cantilene in strada in forma di gioco. Un ritmo tribale, incalzante, ossessivo che ha nome Hambone, unito al suo modo di suonare la chitarra, dalle battute sincopate e stridule allo stesso tempo, virtuoso e aggressivo insieme. Nel partorire questo brano Bo Diddley già conosce pezzi come Blak Bottom Stomp di Jelly Roll Morton, spaccone suo illustre predecessore, genio del ragtime che inserisce la linea di basso dell’Hambone in un pezzo Jazz. Jelly Roll rappresenta il prototipo di spaccone raffinato, mentre Bo Diddley incarna quello dello spaccone da strada, un po’ più bullo. Soprattutto, Bo Diddley non poteva non conoscere la registrazione di Red Saunders degli anni quaranta che riportava per intero un ritornello tipico dell’Hambone. Dall’anno 1955, in cui riesce ad imporre il suo stile, lo ripeterà in altri brani come Hey Bo Diddley o Not Fade Away. L’ultimo grande successo è Road Runner del 1960… tutti brani dal ritmo irresistibile e che però non sono bastati a farlo vivere di rendita. Le sue produzioni posteriori pur se di ottima fattura non hanno ricevuto la stessa accoglienza da parte del grande pubblico. Fino alla fine della sua lunga vita e carriera, però, il suo modo di fare Rock and roll è sempre stato lo stesso e ha lasciato un segno indelebile su questo genere, facendo riconoscere il suo sound come il suono d’origine, per cui è impossibile non sentirsi stravolti dentro, ogni volta che si ascolta un suo brano.

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