Blur: “13” (1999) – di Lorenzo Scala

Il disco dei Blur dal lapidario titolo “13” (Food Records-Parlophone) ha compiuto vent’anni da poco. Era infatti il quindici marzo del 1999 quando Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree, non più accompagnati dal loro storico produttore Stephen Street ma bensì dalla “new entry” William Orbit, diedero alla luce quest’incisione che divise e divide tutt’ora critica e pubblico. Un disco che segnò una svolta importante nella loro carriera costellata fino a quel momento da singoli melodici ed energetici nella migliore tradizione Britpop. Reduci dalla consacrazione derivata dall’omonimo disco “Blur” (quello contenente Song 2, per intenderci) sembrano volersi isolare dal mondo esterno fatto di classifiche e tendenze, per dare alla luce il loro lavoro più ambizioso e sfaccettato. Il pensiero comune etichetta questo disco come troppo dispersivo, complesso e a tratti cacofonico per svettare nella discografia dei Blur, pregno com’è di divagazioni strumentali e partiture contorte. In sintesi, il parere di chi vi scrive è questo: quando quest’opera ha visto la luce non è stata da molti capita del tutto. L’ironia risiede nel fatto che in quella fase storica è evidente che i Blur non ambivano affatto ad essere compresi: spogliati da ogni aspettativa e privi di una bussola, si sono chiusi in studio provando ad assecondare l’istinto. Il risultato sono tredici canzoni strampalate, ognuna diversa eppure tutte accomunabili dal flusso sperimentale. In apertura l’album confonde. Fin dalle prime tracce infatti si rimane interdetti e non si riesce a capire la direzione scelta. Arrivati alla quinta canzone risulta evidente che la direzione proprio non c’è ed è precisamente questa assenza il punto di forza di “13”. Nessuna linea guida e nessuna programmazione a tavolino. Si passa con nonchalance dal coro gospel e dalle chitarre country blues della suggestiva Tender (sette minuti per una canzone calda e orecchiabile, secondo singolo dell’album), alle atmosfere acide e shoegaze della successiva Bugman. Da qui in poi è tutto un fiorire di lampi blues rivisitati in chiave elettrica, laconiche nenie dall’andazzo obliquo tinteggiate d’elettronica, incursioni atipiche di suoni ricercati, progressive rock a tonnellate e intermezzi “punkettoni”. A condire il tutto troviamo sintetizzatori qua e là, giusto per confondere meglio e persino un’atmosfera arabeggiante nella bellissima Swamp song, inspirata dalla monumentale Kashmir dei Led Zeppelin. In questo bordello onirico ma sempre godibile, infilano un’irresistibile Coffee and tv, unica traccia a fare da tramite con il loro passato, una canzone pop dal sapore malinconico e scanzonato in puro stile Blur. Quest’ultimo brano è stato scelto come primo singolo ammiccante nel suo essere radiofonico,  ha però ingannato i fan di vecchia data che, successivamente, si sono trovati spaesati dalle altre scelte stilistiche. Lo stesso Damon Albarn descrive così questo disco: “un trip allucinante al tempo del diavolo”. Un album che necessita di più ascolti e dalle atmosfere lunatiche che dopo vent’anni suona moderno e potente. Auguri sentiti a questa epopea lisergica composta da note schizzate nella disperazione e slanci rabbiosi e divertiti.

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