“Blues Pills”: intervista con Lorenz Zadro – di Capitan Delirio

“Blues Pills: storia e illustrazioni alla scoperta della musica nera” è un pratico libretto che aiuta ad orientarsi tra le complesse sfaccettature del genere musicale Blues, dalle origini ai giorni nostri, attraverso sintetici approfondimenti che forniscono le necessarie delucidazioni, riuscendo comunque a mantenere una forma stilistica leggera e scorrevole. Scritto da Lorenz Zadro, musicista di livello internazionale, organizzatore di festival e, adesso anche autore su carta. Arricchito dalle splendide illustrazioni create dalla sensibile matita di Alexandra Balint. Abbiamo incontrato Lorenz per farci raccontare qualcosa di questo suo ultimo lavoro.
Lorenz, tu sei un divulgatore del Blues a vari livelli; lo fai talvolta da musicista, suonando su palchi di rilievo (anche all’estero), lo fai come organizzatore di una delle manifestazioni più importanti a livello nazionale, “Blues Made in Italy” che si tiene a Cerea ormai da otto anni, e adesso hai dato alle stampe anche un libro: “Blues Pills”. Quest’ultimo lavoro rientra in questa vulcanica urgenza divulgativa o c’è qualcosa d’altro che ci vuoi o puoi rivelare?
Hai detto bene urgenza, senza però prendermi troppo sul serio. Sono una persona abbastanza facile al confronto con musicisti, appassionati e cultori di questa materia. Ma anche – per lavoro, soprattutto – con persone che pur operando nel settore musicale, non appartengono necessariamente alla sfera degli appassionati di Blues. Così, parlando con un caro amico e collega – gravitante nel mondo hard rock/punk – mi ha riferito in tutta onestà che per sua curiosità, riconoscendo il Blues come la matrice di tutta la musica moderna, ha cercato di approfondire la materia acquistando un paio di libri sull’argomento. Ne è uscito però con una considerazione che mi ha fatto riflettere: “Lorenz, ci ho provato, ma anche i libri apparentemente più semplici, partono tutti con il piede sull’acceleratore e non fanno per me”. Da qui è scattata la scintilla per scrivere questo volume, in forma breve e cronologicamente ordinata, con un linguaggio molto semplice ed essenziale adatto anche a chi si trova a digiuno della materia. Poi ho conosciuto Alexandra Balint, giovanissima pittrice ed illustratrice (classe 1993), con la reale intenzione di affacciarsi al mondo del Blues attraverso la sua forma di espressione. Così, mi è parso del tutto naturale coinvolgerla in questo progetto, e sono davvero felice di averlo fatto; sono sicuro che per lei sia stata un’esperienza molto stimolante.

Il tuo amore viscerale per il genere Blues da cosa nasce?
La mia fortuna, fin da giovanissimo, è stata – grazie a mio padre – quella di aver sempre ascoltato musica Blues o Rock anni 70, dove le “blue notes” erano riconoscibilissime e sempre presenti. Soprattutto British Blues in realtà, ma di lì a poco ho approfondito le mie conoscenze grazie allo studio della chitarra, alla lettura di numerosi volumi e agli incredibili lavori di ricerca della rivista “Il Blues”. Il mio percorso è stato un po’ così, sempre senza mai precludere altri generi, ma con un occhio particolare volto verso la musica d’origine afro-americana.

Da una recente chiacchierata tenuta con Gabriele Dodero sono rimasto affascinato da una rivelazione intima che mi ha fatto il bluesman nostrano (cito testualmente): “Quante volte capita di sentir dire: “…ma si il Blues si fa presto, son tre accordi…”… ecco, io quando sento queste cose non so mai bene cosa rispondere (e di solito infatti non rispondo proprio niente), perché quei tre famosi accordi è da quando avevo dieci anni che cerco di capirli e farli miei e, quando ascolto musicisti come R.L. Burnside, Skip James, Lightnin’ Hopkins, sento che quegli accordi lì suonano perché ne hanno la necessità, perché escono direttamente dall’anima; ed è proprio in questa direzione che cerco di andare, di portare la mia ricerca.” Vorrei chiederti dunque, cos’è per te il Blues?
Ha ragione Gabriele Dodero, è un musicista genuino. Senz’altro più diplomatico di me, perché se dovessi essere provocato seriamente sull’argomento risponderei con “Fesserie!”. So che non ti interessa sapere cosa intendo io per “Blues”, ma percepisco tu voglia sapere cos’è per me il Blues nelle mie giornate, nella mia intimità. Sembrerà curioso ma è una presenza strana (e allo stesso tempo piacevole) che avverto fissa nella mia testa. Non passa giorno che non ci pensi o che non faccia qualcosa per farne parlare. Posso prendere l’aereo e andare in capo al mondo, e il Blues è sempre con me, ovviamente senza bisogno di pagare un secondo biglietto. Mi tiene compagnia, mi accompagna sempre.
Tra le varie correnti di questo genere, di cui parli ampiamente nel tuo libro, ce n’è qualcuna che ti senti più tua, quando suoni o quando ti vuoi ispirare?
Sono particolarmente legato al Blues del Delta, trovo lì la risposta a molte domande, è la vera radice di tutta la musica moderna. Se la si ascolta con attenzione, una particolare predisposizione e una certa sensibilità, lì dentro si può trovare davvero di tutto. Provare per credere! La conferma l’ho avuta quando ho viaggiato in quei luoghi, tra Mississippi, Tennessee, Arkansas, luoghi dove il tempo sembra essersi fermato. Un’emozione davvero unica.

Gli autori che citi come riferimento indubbiamente sono quelli che ami di più ma ce n’è qualcuno a cui ti senti più legato?
Alan Lomax su tutti. “La Terra del Blues” mi ha aperto la testa in due letteralmente. Mi ha stimolato nelle continue ricerche. E’ un libro che consiglierei proprio a tutti. Non parla di sola musica, ma anche di politica e società del tempo, testimonianze crude e dirette di momenti davvero difficili. Che non si digeriranno mai.

Da organizzatore del raduno nazionale “Blues Made in Italy” tu sei l’esempio lampante che si possono fare dei paralleli e costruire dei ponti tra la cultura musicale afro-americana e quella italiana, quanto sono vicini o distanti per te questi mondi?
Lontanissimi e vicinissimi allo stesso tempo. Sebbene il Blues non sia mai appartenuto alla nostra storia, cito ancora una volta Alan Lomax, dove nel suo libro “L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia 1954-1955” fa scorgere parallelismi interessantissimi legati ai canti di lavoro in Italia, per certi versi, vere e proprie worksongs con testi in italiano; né più né meno. Questa chiave di lettura apre una grande porta sull’argomento.
Che musica ascoltavi mentre scrivevi il libro?
Il CD allegato al libro è un vero sunto di ciò che ho ascoltato mentre scrivevo. Ho cercato di suddividere mentalmente il percorso storico di evoluzione di questa musica, in tutte le sue sfaccettature, cogliendone le differenze essenziali avvertibili anche da un orecchio non particolarmente allenato. Chiunque, messo di fronte a questi brani, potrà distinguere le ricchissime sfumature di questo “viaggio nel tempo”. Da una slave song di Dobie Red & The Company Slave, passando per Rev. Gary Davis, Earl Bostic, Muddy Waters, fino a Jimmy Smith, John Mayall e North Mississippi Allstars, solo per citarne alcuni.

In ultimo ti vorrei chiedere cosa ti aspetti da questo libro o cosa speri che i lettori ci trovino.
Questo libro accompagnerà una serie di incontri presso Scuole di Musica e Università del Tempo Libero o altre iniziative culturali. Mi considero una persona semplice e schietta e con altrettanta semplicità e schiettezza ho voluto scrivere in breve di tutto ciò che ha alimentato la mia più grande passione ma, soprattutto, mi piacerebbe che questo libro fungesse da piccolo abecedario per chi desideri con curiosità, muovere i primi passi nel mondo del Blues. Sarebbe una soddisfazione davvero grande per me.

Grazie per l’intensa chiacchierata e a risentirci per i prossimi lavori.

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