Blues Pills: “Holy Moly” (2020) – di Maurizio Garatti

Holy Moly” (Nuclear Blast 2020) è il disco che ti aspetti, questa incontrovertibile realtà scaturisce sin dal primo ascolto. Giunti al fatidico terzo album, escludendo il validissimo live del 2015, i Blues Pills pubblicano il nuovo disco a distanza di quattro anni dal notevole “Lady in Gold” (Nuclear Blast 2016) e raccolgono sia in termini di esperienza che di successo tutto ciò che hanno copiosamente seminato. La lisergica psichedelia dei 60 e l’energico hard rock dei 70 che hanno caratterizzato i loro precedenti lavori vengono qui metabolizzati e rivestiti di lucente splendore: la band che a tratti ha ricordato a tutti una sorta di supergruppo nel quale davanti ai Led Zeppelin cantava Janis Joplin, si scrolla di dosso etichette e giudizi preconfezionati per dar vita a un suono molto personale. Merito certo della conturbante presenza scenica di Elin Larsson, la cui voce è il marchio di fabbrica della band, ma anche dei pregevoli riff di Zack Anderson (che ha abbandonato il basso per passare alla chitarra dopo l’addio di Dorian Sorriaux), ben sorretti da una sezione ritmica che macina sound senza perdere un colpo: il basso di Kristoffer Schander è una presenza solida e pulsante, mentre il drumming di Andrè Kvamstròm crea un muro spesso e concreto, sul quale si può fare affidamento per qualsiasi tipo di costruzione.
La genesi del disco è abbastanza semplice, lineare direi: la band si ritira nel proprio studio di registrazione, situato nella catartica campagna svedese, e si affida alle sapienti mani di Andrew Scheps (tre Grammy vinti per “Stadium Arcadium” dei Red Hot Chili Peppers, “21” di Adele e “Fly Rasta” di Ziggy Marley) aggiungendo per l’occasione Nicolau Arson e Johan Gustafsson, rispettivamente chitarra e basso degli Hives (altra band svedese di tutto rispetto), a dar manforte a un suono che pur provando a strizzare l’occhio al mainstream si ammanta di luce propria arrivando a brillare come una supernova. Intriso di sana psichedelia e robusto garage anni 60, “Holy Moly” è un concentrato di hard rock, soul e rhythm and blues capace di incendiare i sensi e far battere il cuore: un disco assolutamente dedicato agli amanti del blues psichedelico degli anni ’70, nel quale convivono i Led Zeppelin, i Free e Janis Joplin, coniugati al presente e frullati in un caleidoscopico insieme sonoro.
Il riff metal di Low Road ad esempio tipicamente seventies: il metal prima del metal. L’album contiene diverse tracce lente che permettono a Elin di sfruttare appieno le indubbie capacità vocali, ma quando la band preme sull’acceleratore, i risultati sono davvero eclatanti. Pur non inventando nulla di nuovo, i Blues Pills trasmettono tutta la loro energia, brano dopo brano, quasi fossero sul palco a cantare solo per noi. E se i loro live act sono universalmente riconosciuti come una delle cose migliori alle quali si possa assistere attualmente, il merito del disco è proprio quello di mostrarci appieno questa vera e propria macchina da guerra. Un album decisamente più dark rispetto ai precedenti, ricco di rock e di ballate, con una costruzione musicale molto più personale, arricchito da una bellissima copertina, che rischia di essere tra le migliori uscite di questo difficile 2020.

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