Blues Made In Italy 2017: impressioni di inizio ottobre – di Capitan Delirio

Se si cerca una risposta alla domanda su che cosa sia l’amore per il Blues in Italia, forse, anzi, sicuramente, la si trova in questo raduno che si tiene a Cerea ogni anno, Blues Made In Italy, giunto ormai all’ottava edizione. L’eco della sua potenza arriva lontano, molto lontano, sia dal punto di vista della fama, ormai consolidata anche dai premi vinti, sia dal punto di vista fisico/sonoro/acustico. L’ho respirata fin da subito, non appena messo piede a Cerea anzi, da prima, fin da quando ero ancora sul treno partito da Verona. Prima di scendere dal vagone, chiedo informazioni ad una ragazza che mi risponde che anche lei sta andando al raduno. Qualche minuto dopo scopro che ha diciott’anni, suona la chitarra, ama il Blues ed è la seconda volta che va al raduno. Il mio hotel è proprio vicino alla stazione, non faccio nemmeno in tempo a ringraziare la ragazza per le delucidazioni e m’accorgo dell’aria umida, della cittadina molto ben curata, che già nella hall durante l’accettazione vedo entrare ed uscire gente con strumenti musicali infoderati al braccio. L’area Exp dove si tiene il Raduno è a circa cinquecento metri dalla stazione. Faccio il tragitto a piedi e, dopo pochi passi, incomincio a sentire le note elettriche delle chitarre, che via via diventano sempre più potenti. Pompano giù duro, nonostante sia soltanto ora di pranzo. Ho un gran languore, ma più che la fame è la musica a farmelo aumentare. Ad attendermi sul posto c’è Benito Mascitti, il direttore della rivista per cui sto scrivendo, e l’indaffaratissimo, Lorenz Zadro, presidente dell’omonima associazione organizzatrice della manifestazione. Lorenz mi accompagna tra i vari spazi dell’area espositiva ricavata, per conversione di una fabbrica di concimi dismessa negli anni sessanta e riqualificata in centro fieristico ben attrezzato; gli autoctoni la chiamano semplicemente: La Fabbrica. Il padiglione più grande ospita il palco dedicato alle esibizioni elettriche e gli stands dei vari espositori: riviste, vinili, strumenti, liutai, gadgets, mostre come quella della disegnatrice Alexandra Balint e altre ancora… e poi cibo, birra e vino. Il padiglione più piccolo ospita le esibizioni acustiche, nel piazzale esterno, invece, si succedono le esibizioni estemporanee, dove chi è dotato si può cimentare nell’intrattenere gli astanti. Benito è entusiasta di questa manifestazione, mi confessa che una delle poche cose che gli fa bene al cuore è vedere tutta questa gente libera, apparentemente lasciata alla totale anarchia, che si gode in santa pace e senza escandescenze la giornata; a tenerli uniti è la musica, è il Blues. I meriti, chiaramente, sono dell’organizzazione, che ha saputo far filare tutto liscio. Operativa dalle prime luci dell’alba fino a tarda notte, lasciando trasudare musica da ogni angolo. In effetti, è bello, vedere questa folla di persone, del tutto differenti l’una dall’altra, provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa, che manifesta ognuno a suo modo, la passione per questo genere di musica, come se provenissero direttamente dal delta del Mississipi, chi nell’abbigliamento, chi semplicemente nell’anima. Mi godo le esibizioni dei Frammenti Diatonici o della Hot Shanks Blues Band, dei Manolo & Vintage Factory o della Maurizio Renda Band (cito a caso perché erano tanti e non ce la faccio a ricordarli tutti). Prima della sua performance unplugged sento Gabriele Dodero affermare che per lui l’arrivo del raduno ha lo stesso impatto emotivo dell’arrivo del Natale. Penso che per un musicista Blues non ci sia niente di più vero. Neanche a farlo apposta qualche ora dopo Gabriele riceve il suo regalo: grazie ad una estrazione a sorte tra gli associati, vince una Cigar Box Guitar realizzata dal maestro liutaio Gigi Ravasio, proprio per l’occasione. Mentre assisto alla presentazione del libro su Rory Gallagher a cura di Fabio Rossi e il finale, affidato ai più rappresentativi esponenti del Blues in questo momento in Italia (come Stefano Zabeo & Angelo “Leadbelly” Rossi, Maurizio Bestetti, Bayou Moonshiners, Thomas Guiducci e The Gutbuckets), condotto niente meno che dal Dr. Feelgood di Virgin Radio, degusto sapientemente i vini veneti, che sono sempre un bel bere, e penso che ha proprio ragione Lorenz Zadro (come scrive sul retro copertina del suo libro “Blues Pills”)… La vita è Blues, il Blues è vita!

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