“Blue Whale” e il Capitano Achab – di Cinzia Pagliara

La prima cosa che ho notato, leggendo di questo folle “patto” è stato il nome, Blue Whale, e la spiegazione che ne veniva data: le balenottere azzurre si spiaggiano perché perdono l’orientamento e il loro gruppo (a causa della azione disastrosa dell’uomo) e si lasciano morire. Dunque gli adolescenti hanno perso orientamento e gruppo di riferimento… sono spiaggiati sulla deriva emozionale, incapaci di sentimenti verso gli altri, ma anche (e in primo luogo) verso se stessi. Sono annoiati, insicuri e insieme capaci di impensabili crudeltà verso i più deboli, sono vittime di un’attenzione estetica fine a se stessa, hanno capelli che il vento non riesce a scompigliare grazie a schiume sintetiche da alieni, unghie come artigli o come sculture, da esibire e usare come arma di seduzione, labbra sempre pronte ad un selfie, imbronciate, socchiuse, ammiccanti. Hanno bisogno di continue conferme, paura di non piacere, sono stati educati al sogno del successo e del materialismo. L’ultimo spot di una nota marca di telefoni è raggelante: lancia il messaggio che sia il telefono a pagare tutto, basta guardare ciò che si desidera (oggetti materiali ovviamente) mentre il padre sorride, con aria felicemente stupida. Sono bambini che non sono mai stati bambini, o che hanno smesso di esserlo troppo presto, divorati da una società troppo impegnata a produrre bisogni inutili.
Sono balenottere spiaggiate per colpa dell’inquinamento sociale. Poi arriva un folle, un pifferaio di Hamelin incattivito che crea un gioco e che li rende eroi, che li attenziona in modo morboso, li affascina, li seduce, li convince… perché da un telefonino tutto sembra un gioco, sembra come quando si ha in mano un joystick, e invece stai giocando la tua vita. 
Mi sono chiesta, con stupore e dolore colpevole… ma prima che i bambini balenotteri cominciassero a cadere dai palazzi, senza nemmeno provare a volare, prima, durante le prove precedenti, mentre i bambini balenotteri si sperdevano nelle notti e si tagliuzzavano, prima gli adulti dove erano? In questo vuoto generale mi è tornato in mente Achab, insieme a Moby Dick, la balena bianca che non si spiaggia perché il  suo mare è ancora vita… così come è vita la passione ossessiva del capitano (“un grandioso, empio, divino uomo, il capitano Achab, non parla molto, ma quando parla, allora ascoltalo bene”); e ho pensato che ci vorrebbero altri capitani Achab e altre balene bianche e libere, e nuovi marinai, e nuovi mari. “(…) ha fatto scivolare come l’oppio quel giovane assente in una tale apatia di sogni vuoti e ignari, che alla fine egli perde la sua identità” (Capitano Achab). Moby Dick deve tornare, per salvare le balenottere spiaggiate.

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