Blue Öyster Cult: “(Don’t Fear) The Reaper” (1976) – di Lorenzo Scala

Tulip guarda lo schermo con uno sguardo vacuo, il bianco reso grigio da un sottile strato di polvere. La pagina del documento Microsoft Word le appare come un lavandino vuoto: avrebbe voluto essere acqua e scorre dentro il pc. Ma niente. Seduta sulla sedia di legno, vestita solamente dalle sue mutandine nere, corruga la fronte e bestemmia. Il suo direttore è stato chiaro: durante il mese di agosto molti suoi colleghi sono in ferie e serve assolutamente un pezzo entro l’indomani mattina. Tulip si mordicchia la punta del dito indice, si alza, si risiede, accende una sigaretta. “Pensa Tulip, fallo di nuovo, fai la tua magia”. I capelli neri si adagiano sulle sue spalle alla rinfusa, le linee del collo tese a mostrare un certo nervosismo, due seni acerbi e leggermente asimmetrici.
“La magia, la magia comincia a scorrere quando la storia appare dal nulla, si palesa così, quando lo decide lei e allora sono le dita a ballare autonome sulla tastiera, cominciano a saltellare possedute dall’ispirazione come saltellano ondeggiando i ragazzi quando sono posseduti da tutte quelle schifezze chimiche in discoteca…schifezze già, vorrei solo scolarmi una bottiglia di bianco mangiando tartine al salmone”.
Tulip allora si distrae. Scrive per la rivista “racconti estremi” da due anni, all’attivo sono settanta i racconti che portano la sua firma e nell’ambiente pseudo intellettuale di Roma si è creata una certa fama. Racconti sul sesso estremo, maniaci daltonici, vibratori difettosi e incontri esoterici. Una cosa del genere non le era mai successa: blocco della scrittrice, stasi dell’inventiva, una specie di corteo funebre della poesia, un funerale vichingo in cui ad ardere sono le ipotetiche storie future: fumose si disperdono nei sospiri di Tulip. Così si distrae, pensa a sua madre affetta da demenza senile, un nodo di oscura tenerezza si stringe nel suo stomaco e una lacrima precipita direttamente dal suo occhio sinistro per esplodere umida sul suo giovane capezzolo. “No, cara Tulip, niente pensieri tristi!”. Il suo pensiero vira al suo ex compagno, lampi di tenerezza le balenano nell’iride, un sorriso le sorge a tagliare mezza guancia ma un senso di noia subito le affloscia le labbra: “non si può vivere di sola tenerezza, per questo ti ho lasciato brutto, tenero e gentile mollusco”. Ora Tulip sta per perdere la pazienza, “ah ma vaffanculo! Te gli intellettuali e i pirati!”… scatta in piedi con tale impeto che la sedia si ribalta, entra in cucina e apre il frigorifero, afferra una carota e se la sbrana in tre mozzichi. “porco cazzo maledetta sgualdrina dove ti sei cacciata? Mi servi! Mi serve una storia e non mi abbasserò mai a qualcosa di mediocre, voglio l’epica! Una storia che sia come uno schiaffo sul culo, un mozzico sul collo…Cristo!”. Poi avviene quello che in gergo, tra scrittori, si chiama…come si chiama? Stato di grazia? Insomma, dalla volta celeste l’universo vomita un flusso di energia nella mente di qualcuno… un artista che accoglie questa energia e la piscia fuori sottoforma di un racconto, di un quadro, una scultura.
Tulip apre la finestra, il suo vicino ha la radio a tutto volume. La sua canzone, quella che l’accompagna fin da bambina, prima della sua personale rivoluzione sessuale, prima dei racconti estremi, delle relazioni naufragate, quella canzone che amava cantare quando sua madre era ancora giovane, sana, ironica, ora riempiva l’aria del suo cortile con la sua melodia. Quella canzone è sempre stata la sua chiave, un’ostia d’acido a scioglierle l’anima. Tulip chiude gli occhi, in piedi e seminuda davanti alla finestra, comincia a canticchiare: “Le stagioni non temono il mietitore, neppure il vento, il sole o la pioggia, possiamo essere come sono loro, andiamo tesoro, non temere il mietitore”. La canzone si intitola: (Don’t fear) The Reaper, dei Blue Öyster Cult. Tulip torna davanti al suo pc, si siede come ipnotizzata. Le dita si sollevano e il sipario si apre. Il bianco dello schermo ora è un campo da battaglia, i tasti sono demoni che periscono. Tulip scrive il suo racconto più bello e il suo racconto più bello inizia così: fine.

All our times have come / Here but now they’re gone
Seasons don’t fear the reaper / Nor do the wind, the sun or the rain, we can be like they are
Come on baby, don’t fear the reaper / Baby take my hand, don’t fear the reaper
We’ll be able to fly, don’t fear the reaper / Baby I’m your man
La, la, la, la, la / La, la, la, la, la
Valentine is done / Here but now they’re gone / Romeo and Juliet
Are together in eternity, Romeo and Juliet / 
40, 000 men and women everyday, Like Romeo and Juliet

40, 000 men and women everyday, Redefine happiness
Another 40, 000 coming everyday, We can be like they are
Come on baby, don’t fear the reaper / Baby take my hand, don’t fear the reaper
We’ll be able to fly, don’t fear the reaper / Baby I’m your man
La, la, la, la, la / La, la, la, la, la
Love of two is one / Here but now they’re gone / Came the last night of sadness
And it was clear she couldn’t go on / Then the door was open and the wind appeared
The candles blew then disappeared / The curtains flew then he appeared, saying don’t be afraid
Come on baby, and she had no fear / And she ran to him, then they started to fly
They looked backward and said goodby, she had become like they are
She had taken his hand, she had become like they are / Come on baby, don’t fear the reaper.
 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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