Blondie: “Denis” (1978) – di Lorenzo Scala

Quando ero piccolo ho frequentato la prima, la seconda e la terza classe in una scuola elementare di Roma, tutta precisa, pulita, con maestri anziani dai metodi gioiosi in puro stile Gestapo. Ricordo che alla fine della ricreazione il maestro ci metteva in fila e ci portava a lavare i denti, nel momento del risciacquo ci imponeva di non sputare nel lavandino, ma di ingoiare il misto di dentifricio e residui di merenda. Una buona e sana metafora dei nostri futuri lavorativi: non sputare, ingoiare, semplice ed efficace, grazie prof. Tutto sommato, nonostante queste regole rigide, tra noi ragazzini regnava l’armonia. Poi è successo. Trasloco e cambio di scuola. Mi sono ritrovato da un giorno all’altro nel fottuto, magnifico Bronx. Una scuola fatiscente in una frazione di Marino, Castelli Romani. La maestra per fortuna comunista. Metà dei ragazzini veniva da situazioni di disagio estremo, ogni due o tre mesi qualcuno spariva, la risposta lapidaria che ci veniva data con tono neutro da qualche genitore, era sempre la stessa: collegio. La mia fortuna è stata quella di essere stato preso sotto l’ala protettiva da un ragazzetto alto, simpatico, disordinato e molto manesco. La classica testa calda. Quindi, in qualche modo, io ero un intoccabile. Solo  qualche anno dopo ho sorriso collegando queste regole sociali infantili alle dinamiche dei detenuti. Ogni tanto a ricreazione scattava una rissa. Due al centro e tutti gli altri intorno a tifare. Nessuna violenza vera, in effetti, solo pugni e calci senza malizia, quasi per ricercare un contatto affettivo, lividi scambiati al posto delle figurine. Il tutto era anche ricollegabile a un gioco che ci faceva sentire adulti. Anzi, faceva sentire adulti i miei compagni, visto che io mi defilavo alla grande. Preferivo giocare a rincorrere le ragazzine oppure a giocare a “un due e tre, stella!”. Che cazzo, alle elementari ero già un intellettuale, scrivevo i temi, leggevo Dylan Dog ma, se volavano schiaffi riuscivo a mimetizzarmi con naturalezza senza badare troppo alla gloria. Finché un giorno, inevitabilmente, ce le presi. Non ricordo il motivo. Il mio amico testa-calda era assente. Ricordo che mi rialzai con un labbro rotto, ammaccato e non troppo scosso, in fondo il senso di minaccia in quei giorni era nell’aria, un’aria elettrica e viva, un’aria randagia. Una volta sceso dallo scuolabus sono entrato in casa, invece di cucinarmi i miei soliti sofficini sono entrato nella stanza di mio padre e ho cominciato a frugare tra i suoi vinili. All’epoca sentivo gruppi tipo 883 o Jovanotti, però, Cristo, le copertine di quei vinili erano fantastiche. Nel mio immaginario sono arrivate prima le copertine della musica. Tra le mie preferite in assoluto: Elettric Ladyland dei The Jimi Hendrix Experience, piena di donne nude autentiche, nessuna bellezza stereotipata a rasentare la perfezione, donne vere, imperfette, multicolori, tutte con quell’aria divertita e maliziosa. Un’altra copertina che adoravo era quella della colonna sonora del film sui Sex Pistols, “The Great Rock ‘n’ Roll Swindle”: un fumetto trash che ritrae loro su una barca… chi vomita da un lato sopra un fotografo che esce dall’acqua simile a uno squalo, chi imbrattato di sangue punta una pistola a noi che osserviamo. Quel giorno però avevo bisogno di Lei, la regina, la dea idealizzata della mia infanzia: Debbie Harry dei Blondie. Osservarla riusciva sempre a ricordarmi nei momenti tosti, quanto potesse essere positivamente stimolante l’esperienza umana. La copertina che quel giorno rigirai più volte tra le mani era quella dell’album “Plastic Letters”. Lei seduta sul paraurti di un auto, con i capelli biondi a coprirle mezzo viso, lasciando libero di scrutare un occhio dallo sguardo intenso, avvolta da un vestito aderente e rosa che lasciava le gambe scoperte. Quel giorno ho capito che la bellezza è preziosa, la violenza superflua. Il giorno dopo a scuola una compagna, durante la ricreazione, è salita sul tetto e ci ha comunicato con tono placido il suo intento di buttarsi. Era una finta, gli altri bambini l’avevano capito, così cominciarono a urlare, “ma si buttati dai!”. Io non sapevo cosa pensare, alla fine sono tornato a immaginarmi le gambe scoperte di Debbie Harry.

Illustrazioni: Stefano Minelli © tutti i diritti riservati 
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