Blind Melon: “Blind Melon” (1992) – di Benedetta Servilii

“But I know we all can’t stay here forever, so I want to write my words on the face of today and they’ll paint it”. Ironia della sorte, Shannon… versi della tua prima canzone sono finiti sulla tua lapide, lì dove tutto è iniziato. L’immagine nuda e cruda di un destino già scritto, nato dal desiderio di fuggire da una troppo stretta realtà di provincia, quella di Lafayette (Indiana), finito su un tour bus che avrebbe potuto e dovuto macinare ancora parecchi chilometri. Leggenda vuole che Shannon Hoon strimpellasse proprio Change davanti al porticato di casa quando la madre, ascoltandolo, lo incoraggiò a seguire d’istinto l’ispirazione di quella melodia. Fu così che Shannon, diciottenne, seguì quel fisiologico bisogno di cambiamento che gli scorreva nelle vene e che aveva tradotto in accordi e parole. Così partì alla volta di Los Angeles, con una valigia piena di sogni e la determinazione adolescenziale per realizzarli. Era il 1985. Ora, immaginate una festa in quegli anni, senza troppi fronzoli, senza cellulari, con parecchio alcool e un’unica protagonista: la musica. Doveva essere così quella sera se tra gli invitati c’erano anche il chitarrista Roger Stevens e il bassista Brad Smith… e Shannon che si esibiva in versione acustica, regalando agli spettatori proprio la canzone che lo aveva portato lì. La sua voce non passa inosservata, leggera e graffiante allo stesso tempo, capace di riuscire immediatamente a toccare le corde di chi l’ascolta. Immagino che quella sera Roger e Brad si siano guardati con sguardo stupito e complice, riconoscendo nel talento di Shannon il potenziale per metter su una band. Ai tre si uniranno ben presto anche Christopher Thorn (chitarra, steel guitar, mandolino e armonica a bocca) e Glen Graham (batteria e percussioni). Il 1990 segnò la nascita ufficiale dei Blind Melon.  Nonostante la passione e l’entusiasmo, l’inizio non fu certo dei migliori. In fondo, era pur sempre il periodo del grunge, dei Nirvana e di tutta la scuola di Seattle, di cui i Melons sembravano figli minori. Con un Ep prodotto e mai pubblicato, i cinque ragazzi stentavano prendendo il volo. Fu grazie a una vecchia conoscenza di Shannon che la band ebbe l’occasione per avere il trampolino di lancio tanto atteso. Vi dice niente il nome di Axl Rose? Compagno di scuola della sorellastra di Shannon, Axl lo invitò a partecipare ai cori di alcune canzoni dei due fortunati capitoli dell’album “Use your Illusion”, tra cui Don’t Cry e November Rain, pietre miliari della discografia dei Guns’n’Roses. La buona coincidenza astrale permise ai Blind Melon di esibirsi non solo ad apertura dei concerti dei Guns, ma anche dei Soundgarden nel tour di “Badmotorfinger” e fece guadagnare loro un contratto con la Capitol Records. Fu poi il giovane produttore Rick Parashar a lanciarli con il loro primo album eponimo nel 1992 e, se ve lo state chiedendo, la risposta è sì… Parashar è lo stesso che aveva registrato l’unico album del super gruppo Temple of the Dog e che, circa due anni dopo, avrebbe consacrato i Pearl Jam con “Ten”. Ora vi sarà facile comprendere il motivo per cui i Blind Melon siano stati sempre erroneamente associati alla scena di Seattle, pur non appartenendovi né per origini, né per sonorità. “Blind Melon” contiene tredici tracce piene di disagio e contraddizioni, di solitudine e speranza, di ferite difficili da curare e di un’instancabile ricerca di un luogo dove trovare la pace e che possa esser chiamato “casa”: “Grab my knee and look at me and I try to tell me I’ll be home soon asleep in my bed and unstoned”. Queste le prime parole di Deserted, che sembrano riassumere alla perfezione il vissuto profondo di un giovane talentuoso e carismatico ma intrappolato in un vortice, forse troppo veloce, di sensazioni da vivere e paure da fuggire. Il peso e l’intensità dei sentimenti raccontati contrastano con la musicalità semplice e spensierata, eletta a promemoria della leggerezza e delle energie necessarie per affrontare i casini della vita. O forse sono semplicemente io ad averla sperimentata così. L’album, comunque, è un armonico caos in cui convergono elementi folk, blues, funky e perle psichedeliche come Sleepyhouse che sembrano dar vita ad un’energia incontenibile e a un’atmosfera particolare, mai uguale a se stessa, mai scontata, mai noiosa, sporca e sincera. La voce di Hoon è riconoscibile tra mille altre con la sua capacità di trasmettere contemporaneamente la spensieratezza di un bambino e l’intensità di un animo tormentato. L’ambivalenza e la contraddittorietà sono stati i tratti distintivi dei Blind Melon e chissà se proprio la difficoltà di incasellarli necessariamente in una categoria ben definita ha fatto sì che la critica di allora non fu molto dalla loro parte e che finissero presto nel dimenticatoio del panorama musicale degli anni novanta. Avevo circa dieci o undici anni quando per la prima volta vidi il video di No rain e ammetto che, per molto tempo, la mia memoria ha focalizzato la storia di quella bambina-ape e non la colonna sonora alla base. Non conoscevo l’inglese, né tanto meno chi fossero quei ragazzi dai lunghi capelli che suonavano su un prato verde sotto un cielo azzurro. Quella bambina ha avuto il potere di catturare l’attenzione di molti, lasciando arrivare un messaggio di disagio e libertà che, negli anni, ha reso i Blind Melon associabili, nell’immaginario collettivo, solo a quel video. Eppure erano molto di più. Mentre raggiungevano l’apice del successo, con quattro milioni di copie vendute, iniziavano il declino e i guai di Shannon: dall’arresto per oltraggio al pudore dopo aver orinato su un fan durante un concerto ai ricoveri per disintossicarsi dalle droghe. Sappiamo che tutto fu vano. Nell’agosto del 1994, al festival per il venticinquennale di Woodstock, Shannon si presentò vestito con una tunica bianca, le mollette tra i capelli e visibilmente sotto effetto di LSD, regalando al pubblico una delle più intense e struggenti performances della Band. Mi capita spesso di guardare quel concerto e mi ritrovo ogni volta con nuovi occhi e nuove sensazioni, aspetto il momento di I wonder per rintracciare negli occhi e nei movimenti scomposti di Shannon qualcosa che non mi parli ancora di una visibile resa. E’ buffo cercare un barlume di speranza quando si conosce già la fine, ma tant’è. Poi sento la sua voce che intona “Every day my living hell… Oh God you know I’ve tried, I know how hard I tried” e ricordo che, anche stavolta, non posso cercare un finale diverso. Shannon morì nell’ottobre del 1995 per un’overdose di cocaina all’età di 28 anni e, per lo scarto di un mese, non ha potuto far parte del tanto ambito Club 27. Scrivere è un’esigenza e una grande responsabilità, lo sapevi bene Shannon. Lo è anche il futuro e, a tuo modo e per troppo poco tempo, lo hai ricordato anche a noi. So che non possiamo tutti stare qui per sempre, perciò voglio scrivere le mie parole sulla faccia del giorno d’oggi e loro lo dipingeranno”… grazie.

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