“Blaxploitation” – di Maurizio Fierro

L’America e il suo centro nevralgico New York, si sono affacciati agli anni settanta dopo un decennio caratterizzato da importanti avvenimenti socio-politici. Si aprono nuovi scenari, ma la piaga dell’integrazione razziale è ancora lontana dall’essere cicatrizzata. L’otto marzo del 1971, sul ring del Madison Square Garden, due uomini di colore, Muhammad Alì e Joe Frazier, si sfidano in quello che sarà ricordato come il match del secolo, a suo modo un epifenomeno di “blaxploitation”, genere cinematografico che, proprio in quei mesi, si stava affacciando sul grande schermo con la sua enfasi di riscatto per i protagonisti afroamericani. Melvin Von Peblees, primo regista del nuovo genere, e Bobby Seale, fondatore del Black Panther Party, sono ospiti di eccezione al match del Madison.
2 febbraio 1971, Harlem, quartiere Manhattan, New York, h.04,00 p.m. “Puoi comprendere, Bobby?”, disse. “E’ il momento, è l’occasione giusta, me lo sento”, continuò, “il mio film, il tuo libro, e ora il big fight. Tutte ottime notizie per la nostra gente, Bobby, credimi”.
Melvin Van Peebles e Bobby Seale, erano seduti nel bar di Billy Jordan, all’85ma di Amsterdam Avenue. Melvin appoggiò la pagina del New York Times dedicata al match del secolo sul tavolino, e con un sorso deciso si scolò il doppio whiskey. “Sono d’accordo, Mel, rispose Bobby, “Quei due se le suoneranno di santa ragione, ma i loro pugni non finiranno certo su “Ebony” (1), cazzo! Ci sarà attenzione, ecco. I due fratelli porteranno un bel po’ di attenzione, amico.” Sì, l’attenzione. L’attesa per il big fight, stava raggiungendo l’apice, e il Madison, rimodernato tre anni prima, l’otto marzo avrebbe ospitato più di ventimila persone. “Come sta andando con “Sweetback”, Mel?”, chiese Bobby. “Mmm, non mi lamento, Bobby, non mi lamento , rispose Melvin, “quella grana col sindacato è acqua passata, e fra pochi giorni dovrebbe essere il grande giorno dell’uscita nelle sale, fratello”.
“Sweet Sweetback’s Baasasssss Song”, era il film che Melvin Van Peebles aveva diretto, girato ed interpretato l’anno prima con soli 150.000 dollari di budget e tre settimane di riprese girate a Los Angeles. Era la nascita del “Blaxploitation”. “Mel, sai che a tutti noi del Party il film piace” , disse Bobby, “e siamo pronti ad appoggiarlo con una dichiarazione ufficiale a quelli della stampa.” Il Black Panther Party, sia attraverso l’omonimo giornale, che mediante dichiarazioni agli organi di stampa, dichiararono il film di Van Peebles una pellicola rivoluzionaria, diretta da un nero per il popolo nero, autentico esempio di Black Pride, consigliandone la visione a tutta la comunità di colore. “E’ la nostra riscossa afroamericana, Bobby, lo sai”, disse Melvin “la nostra fottuta riscossa, e anche la nostra sorella Shirley, lassù ai piani alti, dovrebbe muovere il suo bel culo nero se vorrà ottenere i nostri e giocarsi le sue carte alle primarie Dem”. “Alì combatterà anche per noi, fratello” , rispose Seale, “i suoi pugni varranno più di cento conferenze di Shirley Chisholm, te lo assicuro.”
Muhammed Alì, che nel 1964 si era convertito alla fede islamica e iscritto alla Nation of Islam di Elijad Muhammad, era diventato un simbolo per la sua gente; simbolo condiviso, sia dal movimento pacifista, che dai più irrequieti Black Panther. Le sue frequenti prese di posizione contro la guerra del Vietnam, come le sue apparizioni a vari incontri del Peace Action Council, ne avevano fatto la nuova icona della sinistra liberale statunitense, e anche i fogli più polemici ed aggressivi, da “The Black Panther” a “Muhammed speaks” che, pur uscendo in semiclandestinità raggiungevano notevoli tirature, spesso riportavano frasi, se non veri e propri slogan, del famoso campione di pugilato.
“La Chisholm fa quello che può, Bobby”, affermò Melvin, “lei è attorniata da un nugulo di serpi bianche che non le permetteranno di fare molto, per il suo popolo, dovresti saperlo, fratello.”
La deputata newyorkese Shirley Chisholm fu la prima candidata di colore eletta al Congresso, e correrà per le primarie del partito Democratico per la presidenza godendo soprattutto dell’appoggio del “Daily Challenge”, il primo quotidiano per soli neri della città che veniva ideato proprio in quei mesi da un giovane di Brooklyn, Tom Watkins, presidente della federazione newyorkese Pioneer Operation, ente assistenziale delle minoranze.
“Dimmi piuttosto del tuo libro, Bobby”, disse Melvin, “come stanno andando le vendite?”. “Bene, fratello”, buone vendite in America, e anche all’estero. Tutti dovranno sapere, Mel, tutti!”
“Seize the time”, frutto di un’intervista col suo stesso autore, fu il libro in cui Bobby Seale raccontò la storia del Black Panther Party, descrivendo per la prima volta tutte le violente repressioni subite dal movimento che culminarono nel famoso processo allo stesso Seale, svolto nel corso del 1969, e durante il quale il leader venne incatenato ed imbavagliato durante il dibattimento.
“Hai ragione”
, rispose Melvin, “tutti devono sapere come sono andate veramente le cose. A cominciare dai nostri stessi fratelli, che devono cominciare ad alzare il culo dal divano e spegnere quella dannata televisione”… “E Gil glielo sta anche cantando, cazzo!”, aggiunse Bobby. 
A quelle parole, entrambi si alzarono colpendosi con forza il palmo della mano in segno di intesa. Gil era lo scrittore, poeta, militante politico e cantante Gil Scott Heron, una delle voci più ascoltate delle comunità di colore in quel periodo. Con la sua famosa canzone The Revolution will not be televised, rimproverò aspramente la sua gente, colpevole di annullarsi davanti alla televisione, invece di far valere con forza le proprie ragioni nelle strade. “E l’altro tizio”, domandò Melvin, “come va con “Smoking Joe?”  
Joe Frazier, il detentore del titolo, soprannominato “Smoking Joe, ultimo di dodici figli di una coppia di contadini di Beaufort, Carolina del Sud, veniva da molti rappresentato come il vessillo della tradizione conservatrice del paese, simbolica prosecuzione sul ring delle idee guerrafondaie di Richard Nixon.
“Mmm, sai come è fatto, lui”, rispose Bobby  “Joe si è fatto tirar dentro dai conservatori, ma lui rimarrà sempre un povero negro del sud, Mel, non te lo scordare. Utilizzato, cazzo, strumentalizzato contro i suoi stessi fratelli. Macchine, vestiti, il potere del denaro hanno dato alla testa a quel ragazzo”.
Melvin e Bobby scossero la testa scambiandosi un cenno d’intesa. Intanto, in attesa del fatidico otto marzo, i bookmakers davano favorito Frazier 7 a 6 e, anche i campioni del passato, interpellati per l’occasione da “Boxing Illustrated”, si erano sbilanciati a favore di “Smoking Joe”
“Sai bene tutto quello che gira intorno a questo match, amico”, continuò Bobby “autentiche valanghe di bei dollaroni cadranno sui nostri due fratelli, amico.”
L’organizzatore, Jerry Perenchio, aveva garantito ai due pugili una borsa di 2,5 milioni di dollari, che però era nominale, dovendo essere alleggerita dal peso delle tasse oltre a quello che doveva essere riconosciuto ai rispettivi clan.
“Fratello”, concluse Melvin, “a questo punto non ci resta che goderci la serata del Madison, e sperare che questo 1971 sia un anno propizio.”
8 marzo 1971, Madison Square Garden, New York, h.10.00 p.m. Finalmente il grande giorno era arrivato. Una atmosfera elettrizzante aleggiava sul Madison Square Garden gremito da più di ventimila spettatori. In prima fila, fra le molte personalità di spicco, si potevano riconoscere Ted Kennedy, Aretha Franklin, Bing Crosby e Frank Sinatra. Anche le cinque famiglie mafiose della città erano adeguatamente rappresentate dai rispettivi boss: Carlo Gambino, Paul Sciacca, Philip Lombardo, Carmine Tramunti e Joe Colombo, sistemati con i rispettivi clan ad opportuna distanza di sicurezza, aggiungevano ulteriore pepe all’avvenimento. Bobby e Malvin si erano dati appuntamento in un bar lì vicino e, dopo essersi fatto largo fra la folla, erano entrati nell’arena e ora occupavano una posizione leggermente defilata rispetto al ring.
“La vedi tutta questa gente, Bobby?”, disse Melvin, “E’ qui per loro, cazzo! Due fratelli neri al centro dell’attenzione di tutto il mondo, ti rendi conto?”
Bobby Seale appariva contagiato da tutto quell’entusiasmo e si guardava tutt’intorno con un’espressione piena di stupore. “E’ la prima volta che mi capita di assistere a un match di pugilato, fratello”, replicò Bobby, “e ti confesso che mi sembra di essere al centro di un arena in attesa che escano i gladiatori.” “In un certo senso è proprio così, amico”, rispose Melvin, “la differenza è che questi gladiatori che vedremo combattere sono pagati profumatamente, e non si scanneranno per il solo diletto dell’uomo bianco, come avveniva un tempo.”
Nel frattempo, i due pugili avevano fatto il loro ingresso al Madison, e ora si trovavano sul ring, uno di fronte all’altro. Joe Frazier indossava un paio di vistosi pantaloncini verdi con bordi gialli, mentre Alì sfoggiava pantaloncini rossi con bordi bianchi. Mentre i flash dei fotografi a bordo ring abbagliavano la scena, i contendenti, a centro del quadrato, separati dall’arbitro Arthur Mercante, si guardavano negli occhi, scambiandosi alcune parole e finalmente, “The Fight of the century” poteva avere inizio. Il combattimento fu una sorta di duello all’Ok Corral. Da una parte un “pistolero”, Frazier, uno “strong man” che conosceva una sola tattica: avanzare “sparando”. Dall’altra, l’avversario, che cercava di schivare e, per quanto possibile, ribattere alle raffiche che lo colpivano senza soluzione di continuità. Quella notte Muhammad Alì, per molti il più forte peso massimo di ogni tempo, il pugile che colpiva con la forza di un massimo e si muoveva sul ring con la mobilità di un peso leggero, non riuscì a saltare come una farfalla ed a pungere come un ape. Float like a butterfly, sting like a bee”, fu un fortunata metafora che Alì, da consumato istrione, s’inventò prima del match di Kinshasa che lo vide impegnato contro George Foreman. Il suo job sinistro non fu letale come in altre occasioni, e la lunga lontananza forzata dal quadrato a causa della squalifica dopo la condanna per renitenza alla leva, si fece sentire. Joe Frazier, all’apice della sua straordinaria carriera, tempestò l’ex campione con delle terribili serie al corpo, e il suo famoso gancio sinistro scosse in più occasioni il volto di Alì. Alla quindicesima ripresa, il drammatico epilogo: un improvviso colpo di incontro di “Smoking Joe” mandò al tappeto Alì, costringendo Arthur Mercante a contarlo per quattro secondi. Il verdetto finale assegnò una netta vittoria ai punti per Frazier, con somma di cartellini inequivocabile: 28 a 16.
“Questa sì, è stata una sorpresa”, disse Melvin che aveva pronosticato vincitore Muhammad Alì, una vera sorpresa!”. “Non ti preoccupare, assisteremo alla rivincita, fratello”, rispose Bobby, “non credo che gli organizzatori si faranno sfuggire questa opportunità.”
I due uomini, districandosi fra la folla, guadagnarono l’uscita e raggiunsero la Penn Station, sulla 34ma Strada. Qui, nell’attesa della metropolitana, realizzarono di trovarsi circondati esclusivamente da uomini di colore, persone di ogni ceto ed età che tornavano a casa dopo aver assistito al grande match con lo sguardo fiero di chi sa di aver vissuto un evento speciale. I due riconobbero orgoglio, in quegli sguardi, l’orgoglio di un popolo che, per una serata, si era sentito finalmente protagonista. Mentre salivano sulla metropolitana Melvin Von Peebles e Bobby Seale si scambiarono un cenno d’intesa e pronunciarono all’unisono la stessa parola: “Blaxploitation!”

(1) Mensile edito a Chicago, rivista patinata di nicchia, dedicata alla fascia di popolazione nera più agiata ed inserita.

Tratto da “La Vita oltre il Ring” (2017) – edizioni Alter Ego, collana Scatole Parlanti.

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