Blade Runner – di Algaia Rosso –

Fantascienza 1982. Regia Ridley Scott
con Harrison Ford, Rutger Hauer,
Sean Young, Edward James Olmos.
 
Sono pochi a non averlo visto tra gli appassionati e le generazioni contigue al suo “manifesto universale”. Il tam-tam della gente ha avuto forse più successo del budget speso per il lancio cinematografico. Sono molti a rammentare la frase clou del film, il testamento del replicante – Roy Batty (Rutger Hauer) – pronunciata dal fondo dei suoi occhi colmi di grigio smog… nebbia, vapore e pioggia: “(…) Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire (…)”
E mentre il replicante segue il destino programmatogli dal Dott. Tyrell – novello Frankestein cibernetico e manipolatore di sistemi d’ingegneria genetica – la musica di Vangelis ne sottolinea la fine. La colonna sonora ha in larga parte decretato la mitizzazione di questo film di Ridley Scott, trasmettendo le percezioni epidermiche della temperatura della pellicola. Con sonorità evocanti inni sacri indiani il suono accompagna come un mantra l’ambientazione cromatica delle scene. Dalle tonalità calde e sensuali del rosso e del giallo con le variazioni dall’avana al bruno nelle immagini di comunicazione intima, fino alle ghiacciate linee spezzate degli scorci urbani immersi nel blu e nel viola di un cielo triste nelle azioni di lotta corpo a corpo.
La musica sottolinea ogni sfumatura e ci rassicura.
Ci trascina in un’altalena emozionale e al tempo stesso consola: non è vero, è solo un film. La finzione umana dentro la finzione del film, nient’altro.

blade runner algaia

In un immaginario futuro, su una Terra ormai abbandonata dagli umani, un cacciatore si mette sulle tracce di quattro androidi in fuga dalla loro originaria destinazione.
Nella città invivibile e devastata “vivono” non umani replicanti che sfidano gli umani.
C’è sempre qualcuno incaricato di tenere ordine, anche in una città del futuro che somiglia a un incubo. Il cacciatore di replicanti è Rick Deckard (Harrison Ford), incaricato di “ritirare” gli androidi. Nel  libro – liberamente tratto dal romanzo
“Il cacciatore di androidi” di Philip K. Dick.

gli unici capaci di valutare con fredda determinazione il campo d’azione in cui muoversi e le modalità per farlo sono gli androidi, proprio in virtù dell’Intelligenza Artificiale di cui sono provvisti asettica e priva di ogni sentimento. Nel film invece il sofisticato modello Nexus 6 è persino capace di provare fallibili emozioni o simularle… comunque con una logica diametralmente opposta.
Che cosa sono le emozioni?
Che cos’è il pensiero?
Che cos’è un pensiero creativo?
Che cos’è un sentimento?
Può definirsi un atto creativo o compassione salvare la vita di un altro essere…
umano o no che sia?

L’Eliminatore Deckard ha tutto lo stupore che anche noi proviamo sul suo volto, risparmiato dalla caduta in cima a un grattacielo lucidato dalla pioggia incessante. Salvato da un’Intelligenza Artificiale… o forse da un altro angelo caduto, chissà.  L’Artefice… come nella parabola del figliol prodigo a ruoli invertiti. Uomo, androide o quel che sia, soltanto un essere che provi un’empatia totale per un altro suo simile può salvare la vita al suo nemico. Chiunque possa fare tale azione è mosso da un sentimento inclusivo così soverchiante da fargli ritrovare in un attimo un punto di contatto universale. La separazione si annulla. I due nemici sono la stessa sostanza.
La morte non vince, almeno per il momento.

E del resto, la stessa parola androide, non vuole forse dire “come un uomo”?
Che cos’è allora l’Umanità?
Che cos’è che ci fa coscienti di essere?
Intanto nel film il ricordo risulta determinante  per sentirsi “vivi”… è il sogno, persino un sogno d’amore ad occhi aperti a scadenza predeterminata.
“One more kiss, dear – ripete una voce d’altri tempi che pare gracchiare da un 78 giri su un fantomatico grammofono – For in time we may have a love’s glory Our love story to tell”.
Ricordo e sogno possono bastare a farci umani?
Siamo esseri umani o esseri replicanti?
In tutto questo c’è emozione e abitudine a un’emozione che diventa sentimento…
ma basta applicare ripetutamente un ricordo nella memoria di un androide per ottenere un replicante sentimentaloide.

Siamo tutti androidi con una vita molto breve, sistemi elaborati da un grandioso architetto del DNA, pare suggerire  Ridley Scott.
“Può l’Artefice ritornare su ciò che ha fatto?” Chiede Roy a Tyrell prima di cavargli gli occhi.
Il replicante vuole più vita, ma questo Padre creatore non torna indietro, così come nessuno di noi può farlo. Non può cancellare l’azione fatta, né la parola usata, né la morte dispensata.
“Il Padre” può soltanto dire alle sue creazioni: “Godi più che puoi”.
Allora forse la coscienza sta in quell’attimo in cui il respiro resta sospeso e si forma quel cuneo di vuoto che permette alla domanda “…ma che cosa sto facendo?” di balenare come un’epifania.
Allora sì, si torna indietro e si può scegliere la vita.
Forse in quell’enormità di tempo cosciente – in quell’istante – la risposta a una chiamata d’amore di un altro essere vivente salva.

4 pensieri riguardo “Blade Runner – di Algaia Rosso –

  • marzo 1, 2015 in 1:34 pm
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    Blade Runner è un film epocale, per molti aspetti.
    Innanzitutto ripresenta al mondo il grande Ridley Scott, che 3 anni prima aveva girato Alien, che ci mostra come fare grande cinema per un vasto pubbico (anche se poi dovranno passare ben nove anni per avere un altro film di questo livello, ossia “Thelma & Louise del 1991).
    Poi non dobbiamo dimenticare che con questo film, fa la sua comparsa sulle scene Rutger Hauer, attore di caratura superiore, che quì ruba decisamente la scena a Harrison Ford.
    Hauer aveva già girato film di qualità(il suo debutto è “Fiore di carne” del 1975, diretto dal geniale Paul Verhoven), ma è con questa parte che entra nel grande cinema.
    E infine, questo è il film che ha il merito di far scoprire a Hollywood quel geniale autore che è Philip K. Dick, dal cui romanzo ” Il cacciatore di androidi”, viene tratta la sceneggiatura.
    Hollywood utilizzerà in seguito altre sue opere, per titoli come : Atto di forza (1990) di Paul Verhoeven, Screamers – Urla dallo spazio (1995) di Christian Duguay, Minority Report (2002) di Steven Spielberg, Next (2007) di Lee Tamahori, e altro ancora…
    Un Film epocale appunto, che segna una svolta nel modo di fare cinema,
    la cui lezione è preziosa ancora oggi.

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  • marzo 1, 2015 in 10:17 pm
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    Grazie Magar, un supercommento a completamento dell’articolo. Grazie di cuore.

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  • maggio 16, 2015 in 6:46 pm
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    non posso misurarmi con il livello tecnico dei commenti ma voglio comunque esprimere la mia ammirazione ad Algaia per la sua disanima strutturata di un film giustamente definito “epocale” che mi sembrò esprimere sopratutto una infinita malinconia “melancolia” quasi che i sentimenti , la comuncazione in senso lato , fossero del tutto scomparsi in quel mondo e solo esistessero nell’artificiosa vita dei replicanti e nella memoria che gli umani clonavano in essi per sopravvivere a questo deserto emozionale .

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