Black Widow: “Sacrifice” (1970) – di Maurizio Pupi Bracali

Accomunati ai Black Sabbath non solo per il colore nero presente in entrambe le ragioni sociali, ma anche per le tematiche sataniche e tenebrose delle loro canzoni i britannici Black Widow in realtà non avevano (quasi) niente in comune con la band di Ozzy e Tony Iommi. Là dove infatti i Sabs inventarono un genere, gotico e pesante, basato sul carisma e la vocalità malata di Osbourne e sulla chitarra di Iommi distorta e violenta, che fece proseliti influenzando centinaia di band a venire, i cuginetti neri” di Leicester avevano un approccio più progressive e leggero, senza contare che se il goticismo e la tenebrosità di Ozzy e compagni era più che altro una posa alla stregua di una sorta di contraltare musicale del cinema horror (non per niente il film “I tre volti della paura” di Mario Bava del 1963 uscì all’estero col titolo “Black Sabbath”), i Black Widow pare che avessero invece una vera e neanche tanto dissimulata “sympathy for the Devil“. Il gruppo di Jim Gannon (chitarre, vibrafono e compositore di tutti i brani) esordisce nel 1970 con lo splendido album “Sacrifice” (CBS) che conferma le differenze sostanziali con i Sabbath basando principalmente il proprio sound sui fiati di Clive Jones (flauto, sax e clarinetto) e sull’organo Hammond di Zoot Taylor mentre, nonostante Gannon sia il principale e quasi unico compositore, questi si limiti ad accompagnare utilizzando prevalentemente la chitarra acustica.
Nonostante questa strumentazioneleggera”, coadiuvata ovviamente da basso e batteria e con i testi affidati al cantante Kip Trevor, la “vedova nera” si impone all’epoca presso una vasta cerchia di pubblico, proprio per le oscure tematiche stregonesche e permeate di occultismo e per la bellezza indiscutibile delle sette canzoni dell’album che si apre con la magnifica In Ancient Days, con un intro di organo liturgico per poi dare spazio a un sax dal suono caldo e avvolgente che punteggerà tutto il cantato di Trevor. E se l’album si apre meravigliosamente, allo stesso modo si chiude con la lunga ed epica cavalcata progressive della title-track, sostenuta da una batteria instancabile e con gli assoli di un suggestivo ed etereo doppio flauto sovrainciso e di un Hammond che invece swinga e si spinge quasi in territori jazz. In mezzo ci sono la strepitosa Come To The Sabbat, ballata demoniaca punteggiata da un flauto vellutato che all’invocazione tenebrosa e corale di partecipare al sabba al quale sarà presente Satana, risponde con un chorus barocco, leggero, saltellante e arioso come un minuetto di Boccherini che da solo vale il prezzo del biglietto (ehm… del disco). Ci sono ancora l’orchestrale e affascinante Seduction che si apre a un curioso intermezzo, delizioso invero, di musicada circo equestre” condotto dal clarinetto di Clive Jones dove sembra di poter sentire gli op op” dei trapezisti o gli schiocchi di frusta del domatore di leoni e ancora altre delizie sonore sotto forma di suggestivi brani come Way To Power, Conjuration e Attack Of The Demon che già nei titoli presentano il manifesto programmatico della band. I Black Widow faranno seguito a questo capolavoro con due album successivi: l’omonimo “Black Widow” (CBS 1971) e “Black Widow III” (CBS 1972) molto piacevoli e di buona fattura ma comunque lontani dai fasti e dalle tematiche del loro primo e mitico album.
Un quarto album già pronto e finito nel 1974 con una formazione rimaneggiata, “Black Widow IV” (Mystic Records), non vide la luce, causa scioglimento momentaneo della band e la mancanza di una casa discografica fino al 1997, quando la benemerita etichetta italiana (genovese nello specifico) Black Widow Records (nomen omen) lo inserì nel proprio catalogo. Una reunion del 2011 vide ancora un album, “Sleeping With Demons”, passato praticamente inosservato mentre da segnalare è invece per i puristi e i particolarmente appassionati, l’interessantissima e imperdibile versione primigenia di “Sacrifice”, registrazione antecedente al prodotto definitivo ma pubblicata nel 1998 con il titolo “Return To The Sabbat”, con alcune sostanziali differenze nel missaggio, negli arrangiamenti e nelle parti strumentali ma con l’identica scaletta di brani e con la cantante Kay Garret, primissima voce della band, a supportare Kip Trevor. Edizione corredata, tra l’altro, dall’immaginifica copertina che riproduce le rovine di un castello tra gli alberi che, ruotando l’immagine di 45°, si trasforma nel profilo di un viso barbuto. La morte di Clive Jones nel 2014 decretò la fine di ogni velleità di proseguimento della carriera dei Black Widow, oggi un po’ dimenticati dal grande pubblico del rock anche a causa della scarsa produzione discografica, ma ricordati da un sostanziosa nicchia per quel primo, mitico, fantasioso e indimenticabile album destinato a un culto che durerà ancora nel tempo.

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2 thoughts on “Black Widow: “Sacrifice” (1970) – di Maurizio Pupi Bracali

  • Ottobre 11, 2020 in 1:34 pm
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    Per curiosità storica, i Black Widow iniziarono la loro carriera con il nome Pesky Gee creatori di un solo pregevole album, Exclamation Mark che anticipava i toni e le atmosfere dei seguenti dischi da loro prodotti con il più famoso nome. Nel gruppo vi erano una cantante, Key Garret, bella voce pastosa e potente scomparsa dai palcoscenici ed il tastierista Zoot Taylor che avrà una non malvagia carriera da solista e con altri gruppi.

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    • Ottobre 11, 2020 in 2:07 pm
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      Il loro unico Album è un bellissimo esempio di Rock psichedelico.
      Ho la copia in vinile, e gira spesso sul mio piatto

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