Black Sabbath: “Vol. 4” (1972) – di Maurizio Pupi Bracali

È l’anno di grazia 1972 quando i britannici Black Sabbath, forti di tre album strepitosi che col senno di poi si riveleranno epocali e seminali per il proseguo dell’hard/metal/doom che influenzerà diverse generazioni a venire, si trasferiscono a Los Angeles per la registrazione del loro quarto album. I quattro di Birmingham sono a un più che ottimo livello di successo; un po’ di soldi cominciano a girare e la città californiana possiede quell’allure e quella fascinazione un po’ perversa alla quale è difficile sottrarsi, specialmente quando non vi è la minima intenzione di farlo. È sotto questa egida che nasce un album segnato in tutto e per tutto dall’uso massiccio di droghe leggere e pesanti e, soprattutto, della cocaina che arriva a valanghe, bianca come la neve e cieca come chi non guarda in faccia nessuno. Snowblind è infatti il brano trainante di un album che con questo riferimento alla polvere bianca avrebbe dovuto intitolarsi se il veto dei discografici non avesse optato per un meno trasgressivo e certamente più banale “Vol. 4”.
Nonostante il coinvolgimento totale dei quattro nell’uso costante e pesante dell’abbondante droga consumata (“è costata di più la cocaina che abbiamo consumato durante le registrazioni che la produzione dell’album” affermerà in seguito Tony Iommi) e dei primi conflitti interni, soprattutto con il batterista Bill Ward anche in ostaggio di un alcolismo avanzato, l’album è ancora un volta ottimo, anche se, come a voler dimenticare quel periodo altamente tossico, raramente, i pur validi brani e a parte il già citato superclassico Snowblind, verranno riproposti live durante la lunga carriera di Tony Iommi e compagni. Il chitarrista mancino inanella, infatti, una mezza dozzina di riff micidiali “alla sua maniera” che non sfigurano certo nel palmares del principale compositore della band. Wheels of Confusion/The Straightener, Tomorrow’s Dream, Supernaut, Cornucopia, St. Vitus’ Dance, la già citata Snowblind e la conclusiva Under the Sun/Every Day Comes & Goes, quest’ultima forse vero atto di nascita del Doom sabbathiano che farà spostare l’asse di centinaia di band su quella scia.
Vi è comunque qualche digressione: tralasciando FX, inutile minuto e mezzo di “effetti specialipercussivi, (si parlò del crocefisso che Iommi portava al collo e che casualmente andò a sbattere contro le corde della chitarra creando quell’effetto che poi venne sviluppato con echi e riverberi…ma quanta roba si erano fatti quel giorno?), Changes è il brano lento e suggestivo per solo pianoforte e sottolineato dal tappeto di uno strumento progressive come il mellotron che, come Planet Caravan e Solitude, presenti sui due precedenti album, fa riconciliare il violento rifferama Iommiano con la melodia e la suggestione di un romanticismo innegabile, così come succede anche in Laguna Sunrise, dove Iommi si concede un sentimentale brano acustico per sola chitarra classica e orchestra d’archi.
Proprio in questi giorni del marzo 2021 questo quarto album della band che ha abbandonato le scene nel 2017 dopo una carriera strepitosa, pochi passi falsi e nessuna concessione alla commercialità, viene rieditato in versione super deluxe, con una mezza dozzina di remix del grande musicista e maestro delle rimasterizzazioni Steven Wilson, con diverse outtakes rispetto agli originali finiti sul disco, i dialoghi in studio tra i quattro musicisti, le risate, le battute e le impietose e abituali stonature di Ozzy Osbourne che ancora recentemente si sono potute ascoltare nel comunque magnifico album d’addio live The End (2017) e che i fan di Ozzy gli hanno sempre affettuosamente perdonato. Il ringraziamento nel retro copertina dell’album a “the great COKE-cola” è ancora una volta un esplicito riferimento a quella droga che influenzò pesantemente la realizzazione del disco e che i discografici non vollero nel titolo, ma che i quattro Sabs citarono comunque, così camuffata come in una sorta di rivincita.

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