Black Sabbath: “Paranoid” (1970) – di Bruno Santini

“Paranoid” è il secondo disco dei Black Sabbath, pubblicato il 18 settembre 1970 dalla Vertigo nel Regno Unito, e il 7 gennaio successivo dalla Warner Bros negli Stati Uniti. L’album è sicuramente il più celebre tra quelli della band britannica; emblema dell’heavy metal, si stima abbia venduto più di 10 milioni di copie in tutto il mondo, ottenendo 12 dischi di platino (di cui 7 solo nel Regno Unito) e 3 d’oro. Figura tra le celebri classifiche del Rolling Stone (posizione 131/500), Rock and Roll Hall of Fame (62/200) e Guitar World (6/100)… ma bando ai numeri e alle posizioni, per quanto significativi questi dati possano essere, per definire la storia e l’impatto dal punto di vista culturale e musicale di quest’album, non ci sono parole migliori di quelle di Ozzy Osbourne, che, nel parlare di “Paranoid”, afferma che “neanche noi sapevamo all’epoca che stavamo componendo dei futuri classici”. Il successo di “Paranoid” non ha, in effetti, di certo una grande elaborazione concettuale: l’album è stato registrato in soli cinque giorni, negli stessi studi in cui fu registrato “Black Sabbath”, il primo album della band. Pensato e portato avanti nel dominante contesto della guerra in Vietnam, inizialmente doveva chiamarsi “War Pigs”, mentre l’omonima traccia, dal testo diverso, avrebbe dovuto prendere il nome di Walpurgis. Il cambiamento formale non tocca, comunque, lo stile dell’album, a partire dalla copertina fino a giungere ai temi di un disco che porta avanti una cruda, veemente e – allo stesso tempo – ampia invettiva. Sulla base del “porco della guerra”, così com’era fin dall’inizio stato pensato l’album, la copertina raffigura un “war pig”, un tema allegorico dell’anti-guerra proclamata dalla band con continuo riferirsi all’esperienza vietnamita. Lo stesso album, invece, partendo da questo cardine iniziale, pone la sua mordace rappresentazione anche sui temi della tecnologia e della droga, più che mai contemporanei e dilaganti, più che mai inarrestabili. Se la guerra è negativa, e nessuno si sognerebbe di dire il contrario, allora che siano oggetto dello stesso tipo di considerazione anche gli altri due temi, dal momento che contribuiscono a un degrado frutto di più fattori. Quando si parla di “Paranoid” e, in generale, della musica dei Black Sabbath, l’atteggiamento naturalmente comprensibile è quello di riverenza: ci si sente in obbligo, da professionisti del settore ma, anche, da semplici ascoltatori, di apprezzare la musica dei Black Sabbath, perché cardinale: è un fondamento principale, un punto di partenza effettivo per tante rappresentazioni musicali, per tutta la musica che c’è stata dopo. Un tramite essenziale che dà un senso, una forma, all’heavy metal. Basti pensare a emblemi del panorama metal, come un Tankian qualsiasi che definisce Ozzy e i Black Sabbath “padrini dell’heavy metal”. Tuttavia non è una circoscrizione di genere: tante altre forme di musica, tanti altri generi, a partire dal rap (che può definirsi agli antipodi per certi aspetti) sono rimasti fortemente influenzati dall’impatto dei britannici. Nel grande ambito della riverenza e dell’apprezzamento, al tempo ci fu, tra le pochissime critiche negative, quella destabilizzante di Robert Christgau, che pur apprezzando le sonorità e il grande bagaglio musicale che la band si stava prendendo la responsabilità di trasportare, valutò l’album con un C-, spiegando semplicemente I’ve always suspected that horror movies catharsized stuff I was too rational to care about in the first place. Quel C- fu solo un neo, seguito da numerose e particolarmente riverenti critiche positive, ma è un giudizio da non sottovalutare, non per la lettera, ma per la sua impostazione: pur apprezzando l’album, pur apprezzando le sue sonorità, si limita ad una C-, perché, se quel tipo di musica gli ricorda un film horror, da persona a cui gli horror non piacciono, si sentirebbe in errore a far diversamente. Sta tutto lì, effettivamente, il limite dei Black Sabbath: rapportati ad un qualsiasi colosso musicale – Pink Floyd, a citarne uno – sono stati, e sempre rimarranno, all’interno di un ideale confine che è il loro campo, il loro genere, i loro ambiti; nonostante l’influenza a tante personalità della musica, a tanti altri generi, il gradino che li separerà dalle divinità musicali è invalicabile, tanto da poter giustificare una qualsiasi C-, se giustificata nel modo di Christgau. Ad ogni modo, e ritornando a “Paranoid”, si può considerare la musica dei Black Sabbath, soprattutto attraverso quest’album, un grande appiglio nella storia e nella cronologia musicale: come fosse un’ideale pedana, posta sulla linea di partenza dei 100 metri… senza si potrebbe scattare lo stesso, di certo, ma sarebbe difficile stare al passo col resto.

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