Black Sabbath: “Master of Reality” (1971) – di Valter Di Giacinto

Se con i primi due album – l’omonimo del 1970 e “Paranoid” dello stesso anno – il percorso musicale dei Black Sabbath si era sviluppato prolungando idealmente la traiettoria di elettrificazione esasperata di riff di matrice blues su cui si erano inoltrati prima di loro, ad esempio, i Cream di Politician e Spoonful e l’Hendrix di Purple Haze, con il loro terzo LP, “Master of Reality”, pubblicato nel luglio del 1971, si assiste a un deciso cambio di passo, tale da non rendere più possibile alcun riferimento al passato: da qui in avanti la band farà in tutto e per tutto storia a sé. Il disco si apre con Sweet leaf, traccia che, con toni possenti ed enfatici, evoca in modo carnascialesco e spudoratamente compiaciuto esperienze “mind opening” connesse all’assunzione di stupefacenti. Il pezzo, tuttavia, costituisce un po’ un’eccezione rispetto al resto dell’album, facendo da ponte con la produzione precedente dei Black Sabbath. Il riff di chitarra su cui si regge il brano rivaleggia con quello della, di poco anteriore, Immigrant song degli Zeppelin per la corona del più poderoso mai inciso su vinile sino a quel momento; resterà memorabile nell’intera storia del rock. Spetta quindi alla successiva – strutturalmente bipolareAfter forever, iniziare a introdurci concretamente nel ventre profondo e oscuro dell’Opera. Il brano ruota attorno a due temi musicalmente antitetici: alla melodia sognante e di dolcezza quasi pastorale che lo apre, si contrappone quello che è semplicemente il più devastante riff chitarristico mai uscito dalla penna di Tony Iommi che, in questo caso, si serve di una chitarra accordata un tono al di sotto del normale, espediente che contribuisce non poco alla riuscita sonora del tutto. Al di sopra di tale memorabile riff, Ozzy Osbourne svetta da par suo, dando magistralmente voce alla caustica invettiva che anima il testo della canzone, scritto dal bassista Geezer Butler. All’epoca, questa lirica che appare di primo acchito come una vibrante, quanto all’apparenza incomprensibile, presa di posizione a favore della religione cattolica, lasciò assai perplessa la critica. In realtà, il testo va più correttamente letto come un attacco frontale al materialismo imperante nelle moderne società occidentali, al nichilismo che vede l’essere umano nascere emergendo dal nulla e a tale nulla venire riconsegnato con la morte. La nullificazione della persona è a sua volta strumento per rendere l’individuo perfettamente disponibile per gli impieghi che i “signori della terra”, gli dèi del Napalm e della bomba atomica – quelli che senza mezzi termini nel disco precedente venivano definiti i Porci della guerra (War pigs) – vorranno di volta in volta farne. Letto in questi termini, il brano non solo non appare discostarsi dalle tematiche affrontate nelle rimanenti opere del gruppo, ma sembra quasi fornircene un definitivo inquadramento. Esiste nell’uomo un’anima, ossia un fondamento che si pone al di là del tempo (after forever, appunto) che, in quanto divino ed eterno, si oppone per sua stessa natura alla manipolazione alienante perpetrata nella società tecnologica di massa
Embryo, il seguente, brevissimo, interludio chitarristico sposta il mood della raccolta su tonalità riflessive e nostalgiche, lasciando intravedere, sebbene in maniera onirica ed evanescente, i toni marziali della successiva Children of the grave. In quest’ultimo brano l’accordatura di chitarra e basso scende ancora: tre semitoni sotto. Nulla del genere era mai stato sperimentato prima di allora. In tal modo, il suono della corda più grave della chitarra semplicemente lasciata risuonare “a vuoto”, diviene così potentemente evocativo che Iommi se ne avvale come di un architrave su cui poggiare lo sviluppo dell’intera composizione. Il ritmo scandito dagli strumenti è quello di un allucinato bolero, inizialmente sottolineato dal talentuoso batterista Bill Ward con il rullare primordiale e incalzante del timpano. Nel suo incedere militaresco evoca la chiamata alla rivolta contro il “sistema” da parte dei giovanissimi – quelli che solo pochi anni dopo Marc Bolan avrebbe appellato “Children of the revolution”. Se questo costituisce essenzialmente il tema sviluppato nel testo del brano, il sinistro titolo della canzone (I bambini della fossa), andando probabilmente al di là delle reali intenzioni degli autori, lascia prefigurare quale sarebbe stato l’esito più probabile di una tale sollevazione infantile; a me, personalmente, suggerisce anche un chiaro parallelo con la tragica vicenda della crociata dei fanciulli del 1212. Non è infatti dai bambini che potrà mai provenire alcuna azione credibile di contrasto nei confronti dei “signori del pianeta”, anche se rimane lecito tentare di far crescere in loro la consapevolezza della sfida esiziale che gli si para dinanzi. La successiva Orchid è ancora un interludio chitarristico, una bagattella acustica senza grandi pretese ma che, nell’economia del disco, svolge una funzione cruciale, consentendo di far risaltare per contrasto i brani, di ben altro impeto e spessore che la precedono e la seguono nella tracklist. Si chiama dinamica, un concetto che molti dei successivi emuli dei Sabbath finiranno sfortunatamente per perdere di vista. 
La sesta traccia, Lord of this world, riprende musicalmente il discorso esattamente dove Children of the grave lo aveva lasciato. Chitarra e basso rimangono accordati sulle medesime tonalità doom ma l’incedere stavolta si fa più riflessivo. Gli accenti del riff si spostano in levare, come a sottolineare  la situazione di spiazzamento e perdita degli usuali punti riferimento cui va incontro il protagonista della vicenda, a sua volta intento alla stipula del più antico dei contratti, quello con il “Signore di questo mondo”. Il testo – come si intuisce o si conosce – tratta della vicenda di un novello Faust alle prese con un Mefistofele post-moderno, non si comprende se non letto in congiunzione con quello di After forever. L’anima immortale e divina che veniva esaltata nel primo, diviene infatti qui triviale merce di scambio nei supermarket della società dei consumi. A fronte della soddisfazione di bisogni sempre più voluttuari e irrilevanti, l’individuo massificato cede quindi, senza avvedersi delle terribili conseguenze, le chiavi della propria essenza immortale“Mi hai eletto padrone del mondo in cui esisti, e dell’anima che ti ho preso nessuno sentirà la mancanza”, sentenzia, infatti, a un certo punto il Mefistofele del XXI secolo… che è poi il medesimo che avevamo visto in precedenza celarsi sotto le spoglie dei War pigs o del golem d’acciaio protagonista di Iron man (entrambe su “Paranoid”), nonché lo stesso nemico contro cui venivano spinti a insorgere i giovanissimi protagonisti di Children of the grave
Con la successiva Solitude il clima muta nuovamente, facendosi nostalgico e addolorato. Il protagonista, in preda al rimpianto o al rimorso, esordisce recitando i seguenti versi: “Il mio nome non significa più nulla, la mia fortuna ancor meno. / Il mio futuro è avvolto in un’oscura landa selvaggia. / La luce del sole è lontana e le nubi incombono. / Tutto ciò che possedevo ora è perduto”
Come non leggerci la finale presa di coscienza della propria miserabile condizione da parte del moderno Faust della cui vicenda si narrava nel brano precedente? Sfumata Solitude, spetta alla chitarra cupa e gutturale di Tony Iommi introdurre, con incedere lento e spettrale, il brano che chiude la raccolta segnandone il climax, l’indiscusso vertice espressivo. Si tratta di Into the void, che già dal titolo ci trascina in una dimensione “altra” e straniante. Impossibile sminuire l’influenza che questo brano avrà su intere generazioni di musicisti a venire. Verrà infatti ripreso e omaggiato da artisti del calibro dei Soundgarden e dei Kyuss, ma le sue sonorità torve e laceranti segneranno uno spartiacque nella storia della musica rock “pesante”: dopo nulla sarebbe più stato lo stesso. La vicenda narrata nel testo si sviluppa in un non lontano futuro e il quadro che si offre ai nostri occhi è quello di un mondo al collasso, da cui fuggire o perire. Il pianeta è morente, definitivamente depredato dai suoi insensati padroni. Rimane tuttavia una via d’uscita, rappresentata dal salto in un iperspazio interiore dove l’anima umana ritrova se stessa nel perfetto vuoto di materia, cui si contrappone una pienezza assoluta delle proprie risorse spirituali. La citazione dell’analoga esperienza vissuta dall’astronauta Bowman in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick è, a mio modo di vedere, del tutto evidente. Con quest’ultima annotazione concludo, sperando di essere riuscito a trasmettere almeno un poco il senso della grandezza memorabile di quest’opera terza dei Black Sabbath. I quattro ragazzi di Birmingham con la passione per il blues e la letteratura gotica, invitandoci, con H.P. Lovecraft, a guardare oltre il muro del sonno, ci hanno consegnato con “Master of Reality” un memorabile e inquietante ritratto in musica dell’anima costitutiva della società contemporanea. Esorcizzati definitivamente demoni e divinità più o meno arcane del passato, quest’ultima li ha rimpiazzati con un unico, ubiquo feticcio, stampato in verde su carta bianca e riportante, con macabro senso dell’umorismo, il motto In God we trust.

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