Black Sabbath e altre meraviglie a poche lire – di Gianluca Chiovelli

Quando, nei primissimi anni Ottanta, fra polvere e acari, in un negozio viterbese in cui regnava una splendida anarchia organizzativa, intravidi la copertina del primo disco dei Sabbath rimasi attonito (comprendetemi: ero quasi impubere). Cosa significava quella indistinta ed enigmatica figura di donna sullo sfondo della campagna britannica? Cos’era, la strega di un racconto di Arthur Machen? Una fata di Sir Arthur Conan Doyle? Un ominoso revenant concepito da Algernon Blackwood o M.R.James? All’interno il vinile raccontava di ascolti ripetuti, ma la qualità era ancora buona; nei solchi trovai un hard-blues roccioso tra messe nere e fate stivalute. Lire 2000 ben spese (mi ricordo che estrassi dalla tasca due pezzi da mille spiegazzati: i pezzi da mille si sudavano allora. Perdere un pezzo da mille era una tragedia. Perdere oggi cinquanta centesimi è, invece, una sbadatezza. Potrei comporre una poesia o un post sulle mille lire: forse lo farò). Come spesso accadeva in quel tempo, gli innamoramenti travolgenti si alternavano all’ascolto contemplativo dei tesori vinilici dissepolti: Black Sabbath e Deep Purple, Bowie-Reed-Velvet, la musica californiana, il krautrock, Genesis e Pink Floyd, Zappa naturalmente, il southern rock e Canterbury, il punk-hardcore (americano!). I più giovani di voi che mi leggono (se ce ne sono) cerchino di capire: allora non esistevano guide rock e i soldi scarseggiavano. La città era più grande di oggi, benché le proporzioni fossero le stesse: i mezzi pubblici erano diligenze da assaltare (consideravamo il biglietto una gabella troppo onerosa) e i collegamenti fra di noi erano affidati al telefono fisso, adeguatamente filtrato dal Super Ego genitoriale in guisa di centralinista. Andare al centro di Roma era un’avventura, non un banale spostamento in macchina. Tutto era favoloso, tutto era una scoperta, tutto era bello (ma questo l’ho scoperto solo oggi). Nonostante questo eravamo miracolosamente già istradati verso il Male (Il Male del rock) e sentivamo, pur oscuramente, l’attrazione verso manifestazioni sonore che, più accuratamente di quanto sembrasse, giudicavamo antiborghesi, anticonformiste e, per dirla tutta, antitaliane (in senso buono, però: anche questo l’ho scoperto solo oggi). Nel 1981, schiantati tutti i movimenti alternativi (l’anno maledetto di svolta fu il 1976), si era ormai avviati verso ciò che gli sprovveduti chiamarono il riflusso, ovvero il ritorno all’ordine. In realtà dall’ordine non c’eravamo mai allontanati: bassa marea e paludi in Italia sono la norma, l’alta marea consistette in quei brevi anni a cavallo fra Sessanta e Settanta: niente di eclatante, qualche persona sensata e parecchie orge di stupidità, ma l’eterna cappa del conformismo italico mostrava delle brecce. Bastò questa debole minaccia per sprofondare il sistema nel panico; terrorizzato esso decise di pagare un prezzo vergognosamente alto per la restaurazione (e con moneta non propria): centinaia di morti, l’abdicazione al simulacro della democrazia e la propria festante dissoluzione nel nascente turbocapitalismo. Nel frattempo, tredicenni e inconsapevoli, ci avviavamo supinamente verso i decenni più squallidi della Seconda Repubblica. Importava poco: Roma era eterna e ancora punteggiata di negozi e rivendite di vinile nuovo e usato, che, come i templi pagani dopo l’editto di Costantino, testimoniavano di un passato irrecuperabile; a Baldo degli Ubaldi si trovava l’amatissima Discoland (oggi Star Music, ma il negozio è un’altra cosa) che offriva questo servizio al pubblico: qualcuno scartava i vinili, se li godeva, poi li rimetteva negli scaffali: il disco veniva venduto come nuovo, ma il prezzo, con nostro vivo apprezzamento, sbracava da Lire 13.500 a lire 8.500, se non meno; lì acquistai, tra le decine, “The rise and fall of Ziggy Stardust”: su It ain’t easy la puntina saltava un po’, pazienza! Impazzavano i riversamenti da vinile a cassetta, le compilation improvvisate, i prestiti, le registrazioni da segnali radio malfermi; per tutta la settimana ci negavamo la colazione a metà mattina per intascare Lire 500 adeguatamente provvedute dai nostri vecchi che, debbo ammetterlo, erano premurosi; furti, ricatti, vendite bislacche e provvigioni bimestrali da parte delle madri e dei padri garantivano tesoretti quasi settimanali buoni per il sabato pomeriggio, quando iniziava la caccia: in Via Gregorio VII (negozio scomparso, una prece) intravidi “Sheik yerbouti” fresco fresco, Lire 16.000, un affare. Dalle parti di via delle Medaglie d’Oro (una prece) un paio di Doors a Lire 7.000; nel buchetto di Via dei Genovesi 2 (prima Revolver poi Tendenze Musicali. Entrambi una prece) il triplo “Lotus” a Lire 10.000; a Via Rosazza 6 (sempre Revolver, una prece; trasferitosi poi a Via Gherardi, una prece) mi liberai dei regali di “Purple rain” e “Rio” (i Duran Duran!) nonché del doppione di “Station to Station” per avere alla pari “Paranoid”, “Fragile” e “Crown of creation”: lo scambio del decennio. Attesi come un crotalo per mesi che scendesse il prezzo di “Ummagumma”: lo acchiappai per Lire 9.000 a Via delle Botteghe Oscure, nel sottoscala di Rinascita (doppia prece); a Via Pietro Maffi (una prece) beccai la musicassetta di “Let it bleed”, Lire 6.000, di cui erano ansiosi di liberarsi; a via Torrevecchia (una prece) m’accattai un controverso “Never mind the bollocks”; in un fallimento dalle parti di Via Guido Reni (una prece) “Masters of reality”, “The end of an ear”, “Genesis live” e persino un “Nosferatu” a Lire 3.000; inoltre, come non ricordare il negozietto di Via Pasquale Fiore con la proprietaria bonazza (come si chiamava? una prece, comunque; vi comprai “Gabriel III” e “Gentlemen take polaroids”)? Il buchetto a Via Oderisi da Gubbio? Come non ricordare che, ogni tanto, un pazzo apriva la saracinesca del proprio garage (una prece per i garages) e svendeva per fare cassa o per far posto agli incipienti CD (“Live at the Apollo”, “Waterloo Lily”, “Angel’s egg”, “One size fits all” a Lire 5.000)? E la bazza dei mastodontici Metropoli Rock a Via Palermo (una prece; delizioso il loro catalogo azzurrino; poi a Via Cavour: una prece) e Disfunzioni Musicali a Via degli Etruschi (una prece) e l’enorme Ricordi vicino alla stazione Termini (una prece) e Babilonia a Via del Corso? Quanti ne dimentico? E quanti altri Eterno riposo dona a Loro Signore si potrebbero recitare a Roma Sud e Roma Est? I Black Sabbath li ho amati e li amo ancora. Questo “Behind the wall of Spock” (1975) è il loro miglior disco… un Sacro Graal per gli appassionati (tranquilli, ci sono Paranoid, Iron Man e War Pigs), un bootleg dal Sabotage tour con almeno metà dei componenti strafatti. Julian Cope adora questa roba. A ragione: Osbourne bercia da par suo e l’italiano Iommi, operaio metalmeccanico, quello, per alcuni, che non sa suonare, come Neil Young e David Gilmour, pompa alla grande. Usatelo per disincrostare i padiglioni e ripartire da zero, ammesso che la caccia al Sacro Graal vi riesca. Buon ascolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA (un ringraziamento a Pippo Di Stefano)

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