Black Sabbath: “Black Sabbath” (1970) – Claudio Trezzani

Sempre il 1970, ancora il maledetto 1970, ancora quel famoso, caotico e artisticamente incredibile anno. Successe talmente tanto nel mondo della musica che ogni volta per parlarvi di un disco di quel periodo, per contestualizzarlo, bisognerebbe fare una premessa di una pagina. Ve lo risparmierò questa volta e vi dirò solo che il 13 febbraio 1970 uscì in Inghilterra un disco di esordio che avrebbe inventato di sana pianta un genere musicale dove prima non c’era che il blues, il rock o il folk. Era nato l’heavy metal e i suoi genitori si chiamavano Black Sabbath con il loro disco omonimo. Siamo ad Aston, un piccolo paesino di mattoni rossi vicino alla cittadina industriale di Birmingham, Inghilterra, è la seconda metà degli anni 60 e nei giovani inglesi il fermento musicale è fortissimo, la Swinging London è una calamita fortissima e i talenti che sbocciano in quegli anni o che comunque provano la strada della vita “on the road” sono innumerevoli, ci provano anche Toni Iommi, chitarrista mancino che diventerà uno dei più influenti della storia, e il batterista Bill Ward. Hanno una band (i Mithology) ma trovano in un negozio di dischi un annuncio di un cantante locale (che tempi fantastici quelli degli annunci nelle bacheche) tale Ozzy Zig che cercava un gruppo con cui iniziare una collaborazione.
Ecco, il primo seme era piantato… quindi assieme a John Ozzy Osbourne (il famoso Zig) alla voce, che poi Iommi scoprì di conoscere già dai tempi della scuola, e con l’aggiunta di due musicisti portati proprio da Ozzy e cioè i chitarristi Terence Geezer Butler e Jimmy Philips fondarono la band. Dopo aver affinato la line-up con l’aggiunta di un sassofonista, Alan Clarke, il gruppo, che prese inizialmente il bizzarro nome di Polka Tulk Blues Band o più brevemente Polka Tulk, cominciò a esibirsi in vari locali della zona eseguendo cover di artisti in voga come Jimi Hendrix, Cream e Beatles. Il gruppo si assottigliò (Clarke e Philips lasciarono la band per motivi mai precisati) e cambiò il nome in Earth, specializzandosi in un blues dallo stampo folk, molto amato nel nord-Europa e nel 1968 registrò un piccolo demo che ebbe un enorme successo nel giro dei pub del Regno Unito. Grazie al loro manager Jim Simpson vennero ascoltati anche in Germania, nazione sempre attenta alle novità musicali inglesi di quegli anni. Cominciò a crearsi interesse intorno a questa giovane ma talentuosa band di Aston, ma era solo l’inizio.
Ci si stava preparando ad uno tsunami emozionale che avrebbe sconvolto il mondo della musica non solo inglese. Finora erano apprezzati ma non per originalità, perché il loro comunque era un blues abbastanza standard e pieno zeppo di cover ma, la scintilla (ovviamente non la sola) che cambiò le carte in tavola nella mente dei quattro, fu il fatto che il nome doveva essere cambiato perché c’era già una band che li aveva preceduti… e qui ci sono tante storie legate alla scelta di Black Sabbath. Di certo c’è che ebbe un ruolo il film horror a episodi di Mario Bava  intitolato “I Tre Volti della Paura” del 1963 che in Inghilterra venne proiettato col titolo di “Black Sabbath“, appunto (Il Sabba Nero). Altra certezza è la passione di Geezer Butler per l’occulto e la magia nera (alla maniera di Jimmy Page dei Led Zeppelin) che raccontò di aver avuto un incubo di una presenza una notte e di aver pensato al brano omonimo. Quello che sappiamo è stato raccontato in cento maniere differenti, ma sta di fatto che i quattro scelsero il nome Black Sabbath perché si sa il pubblico, ama avere paura e i film horror al cinema avevano sempre file immense. C’è un però all’origine della band: nel 1968, che ha rischiato di non far nascere mai il primo disco e tutto quello che ne è seguito. 
Ian Anderson, leader carismatico dei già famosissimi Jethro Tull, voleva il giovane chitarrista fenomeno Toni Iommi per la sua band. Toni si recò a Londra negli Intertel Studios di Wembley e partecipò per quattro giorni a una serie di concerti ed esibizioni da paura assieme agli stessi Jethro Tull, agli Who, ai Rolling Stones e al supergruppo Dirty Mac che solo a dirne i componenti ci tremano le mani: Mick Jagger e John Lennon alla voce, Eric Clapton alla chitarra, il batterista di Hendrix Mitch Mitchell e udite udite Keith Richards al basso. Un’esibizione di questa portata, pensate, non fu trasmessa che 28 anni più tardi per via delle lamentele di Jagger per prestazione del suddetto super gruppo. Incredibile… e ancora più incredibile fu il successivo rifiuto di Toni Iommi di diventare membro effettivo dei Tull. Voleva una sua band e la sua band erano gli Earth, che sarebbero da lì a poco diventati Black Sabbath, appena prima di firmare il loro primo contratto con la Fontana Records e successivamente Vertigo, e appena prima di entrare negli studi di registrazione Regent Studios di Londra per dare alle stampe la loro prima fatica. Il tutto nacque da un breve tour promozionale in Danimarca (come fecero tanti altri famosissimi colleghi) dove Iommi vide le code a un cinema che proiettava come dicevamo film horror e si chiese perché se la gente pagava per essere spaventata da immagini, non avrebbe potuto farlo anche per delle note. il nuovo nome e la prima canzone col suo famoso incedere stava nascendo.
Il ritorno di Iommi fu anche una spinta decisiva per tutta la band, aveva portato dalla sua esperienza una visione professionale del music business e la registrazione che ne seguì fu veloce e redditizia: dodici ore al costo di quasi 900$: visto poi il successo, uno dei migliori affari musicali mai visti, alla stregua dell’esordio dei Led Zeppelin di un anno prima. Il tempo era denaro e il lavoro del musicista, sopratutto alle prime armi e se voleva sfondare, era visto come un lavoro vero: si iniziava alle 9 e non se ne usciva fino a che non si aveva finito o almeno concluso qualcosa. Il disco uscì venerdì 13 febbraio 1970 (ovviamente venerdì 13) ed ebbe un successo di pubblico pressoché immediato, così come immediata fu la stroncatura della critica ma a questo, come per i Led Zeppelin, ci si dovrà, ahimè, abituare.
Già dalla lugubre copertina, un mulino della campagna inglese con una modella al centro vestita di nero, si capiva che il lavoro non era ordinario e che la band si apprestava a stupire il mondo. In realtà l’autore della copertina, il designer Keith Keef Macmillan, voleva qualcosa di più audace e sexy (rivelò che la modella in questione era pronta per posare nuda visto che sotto non aveva nulla) ma che poi pensò di fare qualcosa di più attinente all’atmosfera cupa e lugubre che si voleva creare. Immaginiamo lo sgomento di chi, comprato il disco, lo aveva messo per la prima volta sul giradischi attendendosi quel blues venato di rock che però aveva nella melodia una base forte, un po’ come accadde per i Deep Purple o gli stessi Zeppelin, trovandosi invece di fronte un rumore cupo e sinistro di pioggia, tuoni e campane a morto e l’inizio della title-track. La prima vera canzone heavy metal della storia della musica, non solo per l’incedere lento e tetro di chitarra e basso ma anche e soprattutto per la voce allucinata e narrante di Ozzy Osbourne che descriveva oscuri rituali ispirati dalla magia nera e dai film horror. Se aggiungete poi che Toni Iommi esegue un riff costruito sulla celebre Triade del Diavolo (un accordo in cui le note sono distanti appunto tre toni, SOL-DO#) che crea un’escalation musicale estremamente dissonante, al punto che nell’antico Medioevo veniva chiamata anche “diabolus in musica, ecco che avrete la nascita da zero di un nuovo genere. Tutto questo divenne poi un cliché delle band heavy metal, cioè l’insistenza di temi cupi e testi demoniaci che causarono critiche aspre di satanismo e occultismo dai benpensanti ma anche scatenarono ancora di più l’interesse dei giovani.
Il disco prosegue con The Wizard e la sua stupenda intro di armonica: un blues di influenza folk anche questo molto intenso ma meno cupo del brano precedente, con un riff molto “grasso” che sarà uno dei brani più amati di questo disco. Behind The Wall Of Sleep rivela al mondo il talento di Iommi, i suoi riff e la sua tecnica ricamano uno stupendo mid-tempo che ispirerà migliaia di band. La canzone però venne pensata e scritta da Butler che narrò di averla sognata e dopo essersi svegliato di averla ricordata alla perfezione e messa subito su carta per proporla alla band. In quegli anni tutto era possibile. il successivo brano divenne poi uno dei più celebri ma anche uno dei più criticati: N.I.B. inizia con un giro di basso effettato che diverrà celeberrimo ma è il testo che farà molto discutere con i suoi riferimenti a Lucifero. La critica sostenne che c’era una chiaro messaggio rivolto ai giovani per iniziarli al satanismo e il nome criptico del brano aiutava a tenere un’aura di mistero che comunque attirava l’ascoltatore. Nativity In Black (Natività in nero), si diceva fosse questo il sinistro significato dell’acronimo, mentre in realtà N.I.B. era il nomignolo dato al batterista Ward dalla band per via del pizzetto appuntito (come un pennino, in inglese nib).
La successiva Evil Woman non smorzava i toni dell’aura maledetta del disco ma era una cover di un gruppo di Minneapolis, i Crow, che la pubblicarono nel 1969: un brano dall’anima blues in cui la voce malefica di Ozzy e il basso magnetico di Butler erano la punta di diamante. Splendido l’assolo di Iommi, breve ma tagliente, che come singolo non ebbe grande successo ma era un brano decisamente accattivante. L’intro acustica e delirante della successiva Sleeping Village, con l’aiuto di uno scacciapensieri suonato dal 
geniale produttore  Rodger Bain, lascia spazio ad un riff di chitarra possente e cupo che riprende le atmosfere della title-track e lascia spazio alla chitarra magica di Toni Iommi che poi prenderà il proscenio assieme a Butler nell’ultimo brano, Warning. Un brano con pochissimo cantato ma con tantissima chitarra, alla maniera delle jam-session tanto famose in quei prolifici anni: blues cupo sì ma anche jazz, per mettere in mostra il loro talento cristallino.
Operazione riuscita: la lunga
suite di 10 minuti è la degna conclusione di un disco che inventò un genere, creò qualcosa che prima non c’era, diede un’anima nera e demoniaca al blues rock britannico, dando il via ad un filone di successo che negli anni 80 poi esplose definitivamente con i gruppi americani della Bay Area, ma questa è un’altra lunga storia. Un esordio entrato nella storia della musica dalla porta principale che proiettò i Black Sabbath nell’olimpo del rock e che negli anni 70, anche dopo l’uscita a settembre del secondo eccezionale disco Paranoid, li fece diventare il secondo “carrozzone più richiesto dopo i Led Zeppelin: storie di droga, alcol e sesso che fecero letteralmente il giro del mondo, un po’ come le stravaganze del suo frontman Ozzy Osbourne che lo portarono poi a uscire dalla band alla fine degli anni 70 dopo un declino ovviamente facilitato dall’abuso di una vita esagerata. Resta il fatto che anche come solista il buon Ozzy si distinse come grande artista e che comunque i Sabbath anche senza di lui riuscirono a rimanere sulla cresta dell’onda, riunendosi poi negli ultimi anni con il cantante arrivando fino al concerto di addio a Birmingham: un cerchio si era chiuso il 4 febbraio 2017, 47 anni dopo. “Black Sabbath” (1970) è un disco che deve essere annoverato fra i più importanti e influenti della storia della musica e che consigliamo assolutamente di scoprire o riscoprire. Chi scive ha avuto la fortuna di trovarne una copia in vinile degli anni 70 nel fantastico mercatino londinese di Camden, ma vi basterà anche un banale mp3 per apprezzare l’inizio dell’heavy metal, fra pioggia e campane a morto. Buon ascolto.

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