“Black Mirror”: Be right back (2013)- di Valter Di Giacinto

Se tutto l’essere si riducesse all’esserci, qui ed ora, che senso avrebbe rammaricarsi della scomparsa di una persona? Se ci si addolora di fronte alla morte, specie quando coglie in giovane età, è perché l’intelletto umano riconosce una dimensione potenziale all’esistenza, che non si riduce quindi al semplice esserci adesso e in questo posto. Riconoscere che l’essere si estende oltre l’hic et nunc, che c’era prima di oggi e che si sarebbe manifestato, sotto opportune condizioni, anche domani, equivale in buona sostanza ad ammettere l’esistenza di un’anima, di una presenza immateriale che sottintende e legittima il divenire di ciascun essere vivente. Ma se l’anima esiste, ed è esattamente ciò che congiunge il nostro esserci di ieri, o di un minuto fa, con l’esserci di adesso, rendendolo identificabile prima di tutto a noi stessi, essa è certamente immateriale. Perché non dovrebbe essere allora possibile catturarla nella memoria digitale di un computer. Se poi fosse ugualmente possibile “trapiantarla” in un nostro clone perfetto, un’entità che avesse quindi non solo esattamente il nostro aspetto, ma che parlasse con la nostra stessa voce, che ragionasse come noi, amasse, o disprezzasse, esattamente le stesse cose e persone, che condividesse gli stessi ricordi e le stesse aspirazioni, le medesime idiosincrasie, predilezioni, timori e ossessioni, che posto di fronte alle stesse circostanze reagisse comportandosi esattamente come avremmo fatto noi, in che misura  tale clone sarebbe “diverso” da noi? Già la fantascienza degli anni cinquanta aveva iniziato a indagare le possibilità di duplicazione dell’individuo umano, ad esempio nello straordinario racconto “The Father Thing” (La cosa padre 1954) di Philip K. Dick e nella successiva, e assai più celebre, pellicola di Don Siegel, “L’invasione degli ultracorpi” del 1956, che ne riprendeva essenzialmente l’impianto narrativo. Si trattava tuttavia di esperimenti mentali in cui la replica non giungeva mai fino al punto di catturare anche l’anima della persona duplicata, di cui si limitava a riprodurre la superficiale parvenza. Il tema della replicazione artificiale dell’individuo umano verrà poi, come noto, ripreso e sviluppato dallo stesso Dick in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” (Do Androids Dream of Electric Sheep? 1968), romanzo successivamente portato magistralmente sul grande schermo da Ridley Scott in “Blade Runner” (1982). I replicanti immaginati dallo scrittore non si presentano tuttavia, in questo caso, come duplicati di individui specifici, quanto della specie umana in generale, di cui vengono ripresi e magnificati i tratti desiderati (l’intelligenza, l’adattabilità, la forza di volontà), mentre ne vengono omessi altri – in primo luogo l’empatia – ritenuti non desiderabili o quantomeno potenzialmente pericolosi (l’assenza di empatia, in particolare, diverrà l’unica caratteristica a rendere concretamente identificabile un replicante della classe Nexus 6 rispetto a un essere umano). Rimane sullo sfondo della narrazione una possibilità inquietante: che i ricercatori della Tyrrel Corporation stiano segretamente lavorando a una nuova classe di replicanti, in cui verrebbero infusi anche alcuni dei tratti empatici dell’animo umano, rischiando quindi di renderli, a tutti gli effetti, indistinguibili dagli uomini, oltre che potenzialmente immortali (caratteristica peraltro condivisa con gli androidi di precedente generazione).
Gli autori della fortunata serie televisiva “Black Mirror”, attualmente in onda su Netflix, negli anni più recenti si sono cimentati più volte con il tema della tracciabilità dell’anima umana, e della sua conseguente “separabilità” dal proprio supporto naturale, fatto di carne e ossa. In particolare, in uno straordinario episodio dal titolo Be right back (Torna da me), il primo della seconda stagione, essi tornano a confrontarsi esattamente con l’argomento della replica, anche fisica, della persona umana. Nell’episodio si narrano le vicende di una giovane coppia, Martha e Ash, quest’ultimo “drogato” dei social media e continuamente dedito al controllo compulsivo del proprio smartphone in cerca di aggiornamenti e novità. Quando Ash muore, giovanissimo, a causa in un incidente automobilistico, al suo funerale un’amica di Martha, Sarah, nel tentativo di consolarla e di renderle più tollerabile la dolorosa perdita, le parla di un nuovo servizio online che offre la possibilità di rimanere virtualmente in contatto con i propri defunti: usando tutti i profili dei social media e tutti i messaggi e le innumerevoli tracce della propria personalità lasciate online, sarebbe infatti possibile “evocare” una sorta di Ash digitale, in grado di rispondere ai messaggi e “chattare” in maniera interattiva con Martha. Sebbene fosse da principio restia, Martha non solo accondiscende, inizialmente su istigazione dell’amica, a far uso di tale servizio, ma ne richiede un successivo potenziamento. Caricando video e foto di Ash nel database dei fornitori dell’applicazione, acconsente a che quest’ultima duplichi la voce di Ash, permettendole in tal modo di intrattenersi a lungo con lui al telefono.
Di fronte alla terribile angoscia sperimentata allorché un guasto all’apparecchio le aveva ripetutamente impedito di mettersi in contatto con la versione digitalizzata di Ash, Martha si risolve infine a fare il passo definitivo. Accedendo a un ulteriore livello del servizio, ancora in fase sperimentale: ordina un replicante in carne ed ossa sintetiche, all’interno del quale viene caricato il software che dava vita all’Ash digitale. La relazione con il clone sperimenta alti e bassi. All’iniziale insoddisfazione (il replicante manifesta emozioni solo quando lei glielo chiede espressamente, e non mostra esattamente tutte le abitudini e i tratti della personalità propri del vero Ash, poiché il servizio non disponeva di tutte le informazioni necessarie), segue una vera e propria crisi di rigetto, che induce Martha a condurre il clone sul ciglio di una scogliera e ordinargli di saltar giù. Lo pseudo-Ash, non sorprendentemente, accetta passivamente di farlo, ma ciò finisce per mandare ancora di più Martha su tutte le furie, spingendola a incalzare l’androide, rinfacciandogli come il vero Ash non sarebbe mai saltato volontariamente. Il clone allora, per un puro meccanismo di imitazione dettato dagli algoritmi di adattamento (learning) che ne guidano il comportamento, reagisce implorandola di aver salva la vita. Tale reazione inattesa suscita in Martha una forte commozione, che le impedirà, da quel momento in poi, di sbarazzarsi del clone, che anzi diverrà una parte integrante della sua vita futura (impossibile non notare – en passant – come tale espediente narrativo citi abbastanza palesemente, sebbene rovesciandola, la leggendaria scena di “Blade runner” in cui era stata invece la volta del replicante di preservare la vita del protagonista umano della vicenda, impedendogli di precipitare nel vuoto). Oggi, come sappiamo, si lasciano infinite tracce di se stessi nel web o negli archivi digitali degli apparati che monitorano di continuo il comportamento individuale. E non ci sono solo i nostri like, tweet, selfie e post sui social. Pensate anche alle carte di pagamento e alle fidelity cards dei supermercati. Quanto è possibile ricostruire di noi, dei nostri gusti, semplicemente osservando per anni ciò che abbiamo acquistato?
E poi ci sono i libri che leggiamo, i voli e gli alberghi che prenotiamo, le serie TV che seguiamo, gli sport che ci appassionano, le nostre squadre del cuore, i nostri amici animali, il fatto che siamo o meno religiosi, le nostre tendenze politiche, le preferenze sentimentali e sessuali, puntualmente tracciate in base alla nostra navigazione sui siti web “dedicati” e – dulcis in fundo – le app con cui lasciamo che si manipolino i nostri volti, ad esempio invecchiandoli o ringiovanendoli (e ogni “Wow” o “Bah” che viene postato a commento del risultato è un feedback prezioso per i programmatori, al fine dell’ulteriore perfezionamento e sviluppo delle applicazioni). Invecchiare poi, a ben vedere, è esattamente una delle cose che il clone imperfetto di Be right back non era ancora in grado di fare (come, del resto, i replicanti di “Blade runner”)… ma quelli erano i primi esperimenti. FaceApp già da oggi ci starebbe quindi traghettando oltre tale, iniziale, limitazione. Il percorso di avvicinamento della tecnologia, nel suo concreto dispiegarsi alle premonizioni della fantascienza ci appare dunque approssimarsi sempre più allo stadio in cui non apparirà insensato porsi la seguente domanda: algoritmi sempre più sofisticati di “machine learning” (una forma di intelligenza artificiale), una volta che gli venga data in pasto tale enorme mole di informazioni, sono effettivamente in grado di catturare l’anima di una persona, quel sostrato immateriale che dà senso all’esistenza? E laddove tale quesito dovesse avere un giorno una risposta affermativa, cosa ci impedirebbe, a quel punto, di avvalerci concretamente di tecniche di clonazione digitale per riportare in vita l’anima di una persona cara prematuramente scomparsa, trasferendola su di un supporto materiale diverso dal corpo mortale andato perduto? Il quesito è evidentemente di portata etica, psicologica, sociale, giuridica e finanche religiosa abissale e, con questo episodio, i creatori di “Black Mirror” ci invitano a iniziare a speculare seriamente in tale direzione. Nella storia narrata siamo ancora ai primi passi, diciamo alla clonazione 1.0 e, il risultato ottenuto, è palesemente approssimativo e insoddisfacente. Ma ci colpisce, da spettatori, come anche dopo numerosi anni il clone, magari chiuso in soffitta, continui comunque a far parte della famiglia della protagonista. È lecito quindi domandarsi cosa accadrebbe quando la clonazione digitale dovesse evolvere ai livelli 2.0, 3.0… Siamo fatti della stessa materia dei sogni: questo ce lo aveva già lasciato intuire Shakespeare e, prima di lui, il divino Dante della Commedia. I loro pronipoti digitalizzati appaiono oggi in grado dare un senso assolutamente concreto a tale intuizione.

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