The Black Keys: “Turn Blue” (2014) – di Flavia Giunta

Una spirale blu su fondo fucsia che si avvolge su se stessa. La copertina di un disco può dirci molto sul suo contenuto e sulle atmosfere che lo pervadono; questo è uno di quei casi. Le canzoni di “Turn Blue” ci trascinano in un vortice ammaliante e variegato di falsetti, intro da film western, riff garage, soul, blues, il tutto montato su uno “sfondo” indie rock ovattato e sognante che solo dai Black Keys può provenire. Anche la scelta del tema del blu, a partire dal titolo, sembra non essere un caso. Il 2014 è infatti un anno particolarmente movimentato per uno dei due componenti del duo di Akron (Ohio): Dan Auerbach ha appena divorziato dalla moglie. L’aver intrapreso numerosi progetti nel lasso di tempo successivo alla pubblicazione dell’album precedente, “El Camino” (2011), tra cui la produzione di un disco di Lana del Rey, non lo salva da una certa malinconia: la sentiremo trasmessa nell’andamento generale di questo ultimo disco che, oltre all’operato di Auerbach (voce, chitarra, basso, piano, organo, tastiere e sintetizzatore) e dell’inseparabile Patrick Carney (batteria, percussioni), risente anche dell’influsso del produttore Brian Joseph Burton, in arte Danger Mouse. “Danger” (“pericolo”), tra l’altro, è esattamente la situazione in cui si trova il duo a questo punto della carriera: con il lavoro di tre anni prima e le sue furbesche canzoni che tuttora calcano le piste da ballo dei locali, i Black Keys erano stati consacrati alla fama internazionale. Come fare, dunque, a scongiurare il pericolo di fare passi falsi nel disco successivo e finire nel dimenticatoio? La decisione dei due musicisti è stata quella di cambiare quasi totalmente rotta, con  una sorta di ritorno alle origini tinto di influenze musicali eminenti. Il risultato è un album intelligente, poco commerciale, che necessita di più ascolti per essere apprezzato ma che, una volta compreso nella sua interezza e nella sua tessitura assolutamente premeditata, risulta godibile e in alcuni punti sorprendente. La prima traccia, a nostro avviso, è quella che vale l’intero disco. Ascoltando Weight of Love senza conoscerne l’autore, verrebbe da dirsi: “Ehi, non ricordavo questo pezzo dei Pink Floyd. Non è un’esagerazione: l’influsso di questi colossi musicali è palpabile, nell’intro lunga più di due minuti (quasi morriconiana) e nelle frasi di chitarra che si svolgono elegantemente come una bobina di filo elettrico, accompagnando la canzone verso il suo apice… un assolo finale, un continuo crescendo splendido e catartico che si eleva fino ad esplodere come un fuoco d’artificio. Nel frattempo, Auerbach canta di non abbandonarsi al “peso dell’amore”, con la voce di chi è consapevole di essersi bruciato e si ripromette che non accadrà mai più. Dopo aver mozzato il respiro dell’ascoltatore con questo inizio pieno di emozione, si entra nel vivo della parte più “in stile Black Keys dell’album, con In Time e subito dopo la title track, Turn Blue: entrambe sono fatte di falsetti e atmosfere rilassate che ci fanno immediatamente riconoscere gli autori di “Brothers” (2010), sebbene con un tocco leggero di elettronica qui e uno di pianoforte là. La quarta traccia può invece considerarsi un contentino per i fan della parte più mainstream del duo: non per niente, Fever è stato il primo singolo estratto, che ha infestato le radio per qualche mese con il suo ritmo ripetuto e il motivetto “febbricitante”, appunto, da ballare. Segue la seconda parte del disco, prevalentemente omogenea – se escludiamo la fine. Dapprima abbiamo Year in Review, la cui idea deriva da un sample vocale di Nico Fidenco (proprio lui) tratto dalla colonna sonora di “La ragazzina”, che Burton fece ascoltare ai due musicisti. Bullet in the Brain riprende il motivetto della traccia d’apertura, ma in modo molto diluito e sognante (non vi sembra di sentire i Tame Impala?). Qualche strascico di “El Camino” rimane in It’s Up to You Now, con le percussioni di Carney che, modellando il ritmo, dividono il pezzo in parti ben distinte: la prima movimentata, la seconda rallentata e cadenzata per finire di nuovo con una breve accelerazione. Segue Waiting on Words, in cui Auerbach si sbizzarrisce con una voce quasi femminile e l’insieme ricorda un po’ i Radiohead. Il ritornello di plastica alla tastiera caratterizza 10 Lovers, molto orecchiabile, mentre In Our Prime è più amorevole e calda, grazie anche all’introduzione al pianoforte e al momentaneo abbandono dell’onnipresente falsetto (grazie, Dan). Il finale del disco è abbastanza inaspettato: Gotta Get Away è sicuramente il pezzo più rock, allegro e propositivo che vi si può trovare, come a voler dire “tutto è bene quel che finisce bene” dopo la malinconia e la psichedelia dubbiosa che hanno caratterizzato le tracce precedenti. Questo album si può considerare come un messaggio di speranza: il rock alternativo non è mai morto, si è solo evoluto.

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