Bishop Gunn: “Natchez” (2018) – di Trex Willer

A volte al di qua dell’Oceano, se si è appassionati di un certo tipo di musica americana, quella non di moda, l’unico modo per scoprire novità è affidarsi a sensazioni visive, se non si vuole per forza passare dai canali web. E’ ciò che ci è capitato quando abbiamo visto la copertina di “Natchez” (2018) dei Bishop GunnUna scarica elettrica, un’immagine dal sapore antico, una piccola cittadina americana in costruzione, sapore di Ovest e di “corsa all’oro”. Per i Bishop Gunn è una dedica alla loro città di origine appunto: Natchez, Mississippi. I quattro che compongono questa giovane band rispondono al nome di Travis McCready (voce, chitarra, pianoforte e armonica), Burne Sharpe (batteria), Drew Smithers (chitarra) e Ben Lewis (basso). Un gruppo che aveva già iniziato a far parlare di sé negli Stati Uniti nel 2016 con un EP omonimo: un sound southern nell’accezione più completa del termine, un mix sapiente di blues acustico, rock sporco e tanta passione. Con questo vero e proprio esordio alzano l’asticella e registrano alcuni pezzi negli studi più famosi del “sound southern”: i Muscle Shoals studios in Alabama. Certificazione di qualità per gli 11 brani che traboccano di ispirazioni dovute proprio alle band uscite da quegli studios: Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers, e tanti altri bluesman di razza. In più, aver già avuto l’occasione di suonare con leggende vere e proprie, aprendo i concerti di Blackberry Smoke e Kid Rock, ha accresciuto esperienza e coraggio, come dimostra ampiamente la prima traccia dell’album: Southern Discomfort è un southern rock sanguigno e sporco, la voce di McCready è potente, il riff assassino e, l’armonica e l’hammond che fanno capolino sono la classica ciliegina sulla torta. Con il secondo pezzo, Anything You Want, ci si rende conto che la forza primaria della band, oltre il saper scrivere e suonare riffs davvero entusiasmanti (il paragone con i Blackberry Smoke è quanto mai calzante) è la voce stupenda di McCready. Il sound invece pare uscito dalla penna di Rich Robinson (ex Black Crowes) ed è un complimento sincero. I pezzi si susseguono ispirati e i due brani seguenti proseguono il discorso; chitarre elettriche che rimangono in mente e puntate acustiche di classe come nella tradizione delle grandi band sudiste: una prova di carattere invidiabile per una band così giovane. Dopo anni bui, tornare ad ascoltare band giovani che suonano con questo coraggio, fa davvero bene all’anima. Ascoltare il soul di Shine: un pezzo solare che cattura da subito, con i fiati a farla da padroni ed un video girato completamente nella loro Città… quando si viene a contatto con l’aria di Muscle Shoals non si può restare indifferenti. Le ultime due canzoni del lotto sono assolutamente da citare. Baby What You Want Me To Do è un blues vero, che inizia trascinato con la slide, il pianoforte, l’armonica che appare qua e la: una notte al saloon che poi esplode in trascinanti riff elettrici; Alabama, è un brano eccezionale, un viaggio blues, che ci conduce dove la “Musica Del Diavolo” è nata: una vera e propria dedica ai grandi del passato. Un pezzo con cori che paiono provenire dalle piantagioni, dove il canto aiutava a tirare avanti: un blues acustico che finisce con una scarica elettrica di chitarra che sfuma, a calare il sipario su questo viaggio musicale fra il Mississippi e l’Alabama. Un viaggio in un luogo dove la musica è parte del paesaggio come la terra e l’acqua e segna le anime di tutti. “Natchez” è una vera scoperta, completo e suonato alla grande, di una Band che è agli esordi e che avrà la responsabilità di confermarsi. Confidiamo sul fatto che vengano guidati sapientemente come lo sono stati in questo disco prodotto alla perfezione. Li aspettiamo con piacere.

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