Billy Roberts: “Hey Joe” (1962) – di Francesco Picca

William Moses Roberts Jr. detto Billy beveva controvoglia il terzo caffè della mattinata al piano rialzato del suo appartamento nel Greenwich Village, nel corno sud di Manhattan. Scorreva pigramente i titoli del New York Times di due giorni prima quando sentì picchiettare sulla finestra: era il suo amico Hillel Resner. La notizia del giorno, raccontata davanti ad un caffè pessimo, riguardava un’incisione realizzata dal gruppo californiano dei The Leaves; il brano era Hey Joe, scritto da Billy alcuni anni prima e protetto da copyright già dal 1962. Si aprì inevitabilmente una disputa legale che portò al riconoscimento dei diritti di Roberts ma che tuttavia non impedì la pubblicazione di numerose altre versioni da parte di altrettanti cantautori che ne rivendicavano la paternità, incluso l’italo americano Dino Valenti, in arte conosciuto come Chet Powers e membro dei mitici Quicksilver Messenger Service.
Lo stesso Billy Roberts, da parte sua, non era stato un fulmine di originalità sia nella stesura del testo che nella composizione musicale. I cultori del blues hanno individuato almeno tre matrici utilizzate da Roberts per la scrittura di Hey Joe. Gli accordi, ad esempio, sono sovrapponibili a quelli di Baby Please Don’t Go To Town, canzone del 1953 di Niela Miller, peraltro compagna di Roberts. Il titolo della canzone e la struttura del testo poi sono gli stessi di un brano country composto da Carl Smith nel 1953. La trama dei versi infine, ovvero la fuga drammatica di un uomo che ha ucciso la sua donna, è la stessa sviluppata in Little Sadie, una ballata folk incisa per la prima volta nel 1929 da Clarence Earl McCurry, meglio noto come Tom Ashley. A Roberts resta in ogni caso il merito di aver ottenuto un prodotto finale asciutto, scarno, ma terribilmente efficace nella sua struttura blues, nella irresistibile circolarità degli accordi e dei versi che esprimono compiutamente il delirio dell’efferato gesto di un uomo a danno di una donna; un’efficacia certificata dalle centinaia di cover che tutte le più grandi voci del blues, del rock e del pop hanno sentito il bisogno di riproporre negli ultimi cinquanta anni.
Per l’immaginario collettivo Hey Joe è e resterà per sempre quel blues incastrato nella strettoia sonora di un incubo acido e psichedelico, in versione decisamente più metropolitana, partorito nel 1967 dalla cordiera di Jimi Hendrix, terza traccia nella versione americana del suo primo album, “Are You Experienced” (Track Records 1967). Eppure, nel ventaglio dei tanti tributi disponibili, ve ne sono altri ugualmente accattivanti e che ritengo doveroso ricordare: la versione live di Roy Buchanan, una vera e propria lectio magistralis di scuola blues, un’esecuzione lenta, meditata, masticata come un pezzo di tabacco, con le parole appena sussurrate e incastrate tra le note di una Fender Telecaster davanti al pubblico di Austin nel 1973; quella poderosa e stilisticamente perfetta di Gary Moore nel live al London Hippodrome del 2007; quella grassa e unta di Popa Chubby offerta al pubblico televisivo tedesco in una puntata del Rockpalast del 2011; quella impastata di r&b e di ariose sonorità soul incisa da Wilson Pickett; quella narrata e infilata sotto pelle da una superba ed evocativa Patti Smith; una qualunque delle tante versioni acustiche di Tim Rose, in cui la sua voce graffiante ricalca ogni fotogramma della dramma narrato dal testo.
Nel recinto della musica nostrana, ugualmente affollato ma avaro di spunti notevoli, è impossibile non indugiare su uno dei tanti capolavori stilistici tessuti dall’eclettismo di Franco Battiato. Nell’album “Ferro Battuto” (Sony Records 2001), quarto lavoro appoggiato sui testi di Manlio Sgalambro e che vede anche un intervento di Jim Kerr dei Simple Minds, compare una versione di Hey Joe decisamente originale, traslata in chiave minore e impregnata di ariose sonorità etniche. L’impronta dell’artista siciliano è decisa, marcata, riconoscibile per quella sua impareggiabile capacità di assorbire le risonanze mediterranee e di riuscire a declinarle comunque, senza alcun inciampo, nonostante il testo risulti alieno a tale matrice culturale. Battiato, in meno di quattro minuti, gioca le sue innumerevoli carte, tutte quelle chiavi sperimentali ed elettroniche che hanno sostenuto senza affanno la sua intera produzione artistica lungo una prolifica carriera quarantennale e che hanno abituato noi tutti, anche i non estimatori, a una nuova dimensione dell’ascolto musicale.
L’intro, soffice e cauta, è affidata agli archi e al pianoforte, e smonta da subito la struttura musicale del brano originale: la imbastisce attorno ad un disegno sonoro completamente nuovo, preparando il successivo cambio di passo della traccia, realizzato attraverso le note liturgiche di un organo che profuma d’incenso, quello di una qualunque basilica della Sicilia barocca. Si apre quindi la seconda parte del brano, sostenuto e segnato dalle radici islamiche dalla voce di Natacha Atlas, impreziosito dalle vocali aspirate del suo idioma medio orientale che, in alcuni passaggi, si apre ulteriormente, allarga gli orizzonti sonori e si colora con le tinte nette e luminose delle terre del Maghreb. Nel finale del brano le consuete digressioni della chitarra che caratterizzano quasi tutte le altre cover vengono invece sostituite dalla voce di Battiato e dagli incroci con i cori, attraverso una trama ricca e sofisticata, come quel ricamo gestuale delle sue grandi mani quando tagliano l’aria e disegnano viaggi visionari e nuove inimmaginabili opportunità.

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