Billie Holiday: “God Bless the Child” (1941) – di Valeria La Rocca

New York, 9 maggio 1941. “…Mama! Papa! Ti sto chiamando dannazione! Dove sei? Ho fame e lo stomaco mi sta divorando. Non mi è rimasto nulla e non posso muovermi. Mi hanno legato come un salame e infilato gli aghi nel braccio. Hanno dovuto cercare una vena intatta fra quelle secche, ma non hanno trovato che deserto, mamma. Volevano convincermi che un ago avrebbe annaffiato la sabbia, ma ho già dato tutto mamma, e fuori ci sono gli sbirri che controllano che io non scappi via senza pagare l’ultimo conto. Mamma ho fatto tanta strada per arrivare da te. Non ho più niente. Dammi una moneta per pagare il traghetto. Non mi aspetterà e non mi farà passare se non pago il biglietto e sarò costretta a ritornare e ritornare all’infinito, finché non avrò pagato con l’ultima goccia di sangue. Dove sei? Rispondimi, ho freddo e stanno venendo a prendermi, non lasciarglielo fare. Dammi la mia moneta e sparisco… «Coloro che hanno, otterranno. Coloro che non hanno, perderanno». Così dice la Bibbia eppure sembra ancora una novità e nessuno l’ha capito. Neanche tu. Mamma potrebbe darti ciò che ti serve. Papà potrebbe farlo, ma Dio benedice il figlio che paga da sé i suoi debiti. Hai già pagato bambina, per te e per tutti i figli che hanno fame”.
È un momento sacro quello in cui le dita poggiandosi sulla tastiera consegnano alla scrittura il parto di notti insonni passate a leggere e ascoltare, a rileggere e riascoltare il testo di una canzone come God Bless the Child. Il sacrificio del sonno, a tributo di un enigma che da decenni mi tormenta, produce solo ora, forse, la risposta alla domanda che non ho mai avuto il coraggio di pormi veramente. Chi è la Madre e chi è il Padre di cui parla? E chi può mai essere quel figlio che per destino, fatalità o tragedia non ha avuto una madre che lo ha nutrito dell’unico pane della vita, l’amore? E cosa ne è di un figlio generato da una semina involontaria eppure causale, germoglio di un albero degenerato che lascia che i suoi rami si involvano verso le radici per una legge di entropia che livella tutto verso il basso? Cosa c’è dietro e al di là della vita di una donna come Eleanora Fagan o Elinore Harris nata, forse, a Filadelfia il 7 aprile 1915 da una notte d’amore tra il suonatore di banjo Clarence Holiday e la giovanissima Sadie Fagan? Qual è il mistero che si cela dietro l’immenso potere seduttivo di una voce assolutamente distante dagli stereotipi vocali e dai personaggi patinati dell’America degli anni trenta?
Una “gallina dalle uova d’oro” era Lady Day, come amorevolmente l’aveva soprannominata il suo alter ego, il sassofonista Lester Young. Quando fu profanata ancora bambina da uno dei tanti ammassi di carne ed ossa inzuppate di whisky che per due dollari avrebbe buttato giù la sua unica porta d’ingresso per il Paradiso, quella fu solo la prima delle violenze subite da Eleonor, che scelse il cognome del padre naturale e un nome da uomo nel tentativo inconsapevole di riscrivere il suo atto di nascita esistenziale quando le offrirono di cantare in un locale dei sobborghi di Harlem. Le compagne di lavoro la chiamavano lady per quella sua ribellione nel prendere fra le cosce le banconote di mancia dai clienti. Tutta la sua vita fu un atto rivoluzionario a partire da quel gesto che deviò l’attenzione degli uomini e delle donne, dal tempio profanato fra le gambe all’ara immacolata della sua voce. Un’estensione vocale ridotta eppure una tensione continua verso tonalità più alte caratterizzano in lei una ricerca spasmodica e ossessiva dell’espressione giusta per dare corpo alla parola. Ogni canzonetta nella sua voce impastata di gin e fumo di sigaretta trasmutava in effige di senso. La parola appariva biascicata nella forma eppure limpida nell’essenza. Ogni vocale ne conteneva altre in un virtuosismo di emissione vocale che non era generato tanto dalla tecnica quanto dall’anelito all’espressione perfetta che desse corpo al suono e al dolore, che fosse essa stessa carne, il blues.
La sua voce rappresentava per lei l’unica via di fuga da una realtà cinica in cui c’era qualcosa di più tragico dell’essere una bambina, nera, femmina, povera, nell’America del segregazionismo e del Ku Klux Klan che appendeva Strange fruits ai rami dell’albero malato. Era una figlia illegittima e la consapevolezza di ciò rappresentò per Billie la ferita più profonda che mai si sarebbe rimarginata, né con l’alcool né con le droghe e neanche nella ricerca spasmodica e deviata di relazioni violente che lei stessa scovava come alimento di un’esistenza segnata e condannata. Un marchio a fuoco sulla carne come quello dei neri deportati dall’Africa si era inciso profondamente nella sua anima nell’attimo esatto in cui subì violenza. Ma la tragedia più grande non fu lo stupro in sé quanto il rendersi conto che la violenza insormontabile per una bambina fosse il non avere nessuno che la difendesse dalla violenza stessa. Non era il corpo ad essere stato profanato quanto l’innocenza della carne. Non era l’urlo che non seppe mai urlare quanto la consapevolezza che non ci fosse nessuno da chiamare in soccorso che decretò la sua condanna a una morte eterna. Si è tanto parlato della bellezza seduttiva del personaggio Billie Holiday ma, osservando i filmati di repertorio, emerge una fisicità statica, fissa, che seppure avvolta da visoni e gioielli esprime comunque la fragilità rozza di una bambina spaventata.
Non sapeva ballare e finanche battere il tempo schioccando le dita eppure egemonizzava l’attenzione delle band durante le prove finché tutti i musicisti non avessero steso ai suoi piedi il tappeto sonoro perfetto su cui poggiare il suo brandello di anima. A sedurre non era il corpo quanto la voce che nell’attimo esatto in cui pronunciava la parola proiettandola all’esterno, ammiccava invitante ad entrare nel mistero, come una sgualdrina sull’uscio del bordello. La sua voce è un ossimoro che per condurti alle sfere sacre ti fa passare dagli inferi della carne. Si dice che con Billie Holiday per la prima volta nella storia del jazz la voce sia stata consacrata come strumento. Qualcuno diceva che cantasse come Lester Young suonava il sassofono e che lui suonasse il sassofono come lei cantava. Mi piace pensare invece che cercasse sé stessa cantando e che attraverso i glissando e lo slow time, in uno swing naturale e spontaneo che incatenava le orchestre e trascinava le masse sovvertendo ogni ordine precostituito, cercasse di ricordare da dove era venuta, da quale stella del firmamento si fosse staccata la scintilla che l’aveva generata. Dal basso di una tonica imposta dalle partiture preconfezionate della sua nascita come ultima fra gli ultimi, attraverso la musica si faceva strada il ricordo di sé che svaniva però, appena terminato il pezzo, nella siringa vuota, nei lividi coperti dal trucco.
È un tributo altissimo quello pagato da Billie Holiday, la “gallina dalle uova d’oro”, divorata viva da avvoltoi che anche da morta ne hanno trasfigurato il ricordo con un film come “Lady Sings the Blues” del 1972, interpretato da Diana Ross, il cui scopo fu probabilmente quello di consegnare alla critica la legittimazione dell’asse ereditario da parte dell’ultimo marito dell’artista, Louis MacKay che ebbe l’unico pregio di non usare la violenza fisica per spennare la sua gallina. Ecco però che una rilettura più profonda del testo ermetico di God Bless the Child può rappresentare invece il giusto testamento, la giusta epigrafe sulla tomba di un’artista che ha fatto della propria vita e del proprio dolore il grido sottovoce degli ultimi, la cui voce imperfetta ma pura si è fatta carne da macello. Agnello sacrificale e figliol prodigo al contempo che ha riunito brandelli di umanità dispersa non prima di essersi sporcato del fango della vita, che ha guadagnato da sé la moneta per il traghettatore. La direzione del vascello su cui viaggia la sua Anima bambina non la conosco, ma mi piace immaginare il legno cosparso di gardenie bianche profumate fra inni di angeli bambini che sfilano in corteo cantando che “God bless the child that’s got his own”.

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