Bill Withers: “Ain’t No Sunshine” (1971) – di Francesco Picca

Joe e Kirsten si amavano. Poi hanno cominciato a bere, innamorandosi dell’illusione che l’alcool potesse allontanare la routine di una quotidianità frustrante. Nell’abuso di alcool hanno pensato di allentare la pressione, di ritrovare la complicità perduta, ma hanno perso il lavoro, entrambi. Inoltre, per colpa di una disattenzione di Kirsten, più ubriaca più del solito, hanno rischiato di perdere la casa e la stessa vita della figlia. Joe e Kirsten, impersonati da Jack Lemmon e Lee Remick, sono i protagonisti di “I giorni del vino e delle rose”, un film diretto nel 1962 da Blake Edwards, tratto da un testo teatrale del drammaturgo J.P.Miller, curatore della sceneggiatura. Film che attacca come una commedia brillante, declinando poi verso la parte drammatica di una trama sviluppata senza retorica attorno ai temi della dipendenza e del fallimento esistenziale, che resta lontanissima dallo standard narrativo di quegli anni improntato alla rincorsa positivista di un futuro brillante, concentrato sull’esaltazione della grandezza e della magnificenza a “stelle e strisce”.
Alcuni anni dopo la visione di questo film ispira il testo di Ain’t No Sunshine, una canzone di William Harrison Withers Jr., detto Bill, un ex marine che lavora come operaio sulla linea di montaggio del Boeing 747 e che prova ad emergere come cantautore esibendosi di notte nei locali più malfamati di Los Angeles. Il brano, pensato per una versione acustica, è una delle dodici tracce dell’album di esordio “Just As I Am” (Sussex Records 1971), fortemente voluto dal produttore Booker T. Jones, rimasto folgorato dal talentuoso ragazzone del West Virginia capace di mescolare funk, folk e blues senza staccarsi dal solco del soul, concedendosi anche alcune digressioni gospel e spiritual. Si può provare ad immaginare i pensieri del trentenne Bill Withers di fronte al milione di copie vendute dal singolo, al Grammy Award, alle oltre centotrenta cover cantate, tra gli altri, da Michael Jackson, Leonard Cohen, Lenny Kravitz e Sting.
Ma questi successi, così come una carriera costellata da prestigiose collaborazioni con Josè Feliciano, Etta James, B. B. King e James Brown, non offuscano il ricordo della sua infanzia, quando attorno alla tavola erano in tanti, lui era il più piccolo e ascoltava sua madre raccontare delle vicissitudini del nonno Grackus, nato schiavo in una terra ostile. La vita di Bill scorreva lenta, senza grandi pretese, come senza pretese è  la struttura di Ain’t No Sunshine. Asciutto, semplice, imperniato attorno ad una melodia blues in accordi minori. Un testo scarnificato dal dolore per l’abbandono, consumato dal tormento per la fine di una relazione, scandito dalla reiterazione del verso “I know”, ripetuto decine di volte come una preghiera nella recita di un rosario. Il 30 marzo 2020 il cuore di Bill Withers si è fermato per sempre. La povera Kirsten nel film, diceva: “Dalle nebbie di un sogno il nostro cammino appare d’un tratto e poi nel sogno si perde”.

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