Bill Fay: il cantautore ritrovato – di Pietro Previti

Quanta grazia e quanta poesia possono rinvenirsi in soli trentaquattro minuti di musica? E quante probabilità che possano riscoprirsi nell’opera prima di un cantautore caduto nell’oblio per decenni ed inaspettatamente assorto, sul finire del secolo scorso, a musicista culto? È il 1970 quando la Deram Nova, sotto etichetta della Decca, è alla disperata ricerca di artisti emergenti per allargare il proprio catalogo e contrastare le case discografiche concorrenti, estremamente agguerrite a conquistare il mercato del pubblico giovanile. È il momento di massimo vigore del Progressive e dell’Underground e, solo allora, qualcuno all’interno della label si ricorda che la stessa ha già sotto contratto un cantautore londinese di ventisette anni con un solo singolo all’attivo, Some Good Advice/Screams in the Ears, pubblicato tre anni prima e quasi subito dimenticato per gli scarsi riscontri nelle vendite. Arriva così un po’ per caso, un po’ per scommessa l’esordio sul supporto di lunga durata di Bill Fay che, proprio mezzo secolo fa, pubblicava il suo primo ed omonimo lavoro.
Il trentatré giri si distingueva da altri progetti cantautoriali di quel periodo in quanto composto da tredici canzoni autografe, ciascuna dal minutaggio piuttosto breve per un totale di trentaquattro minuti di durata, oltre che per una particolare scelta del produttore Peter Eden. Quella di fare ricorso ad un diffuso utilizzo di arrangiamenti che, per quanto adoperati con indubbio gusto e parsimonia dall’acclamato jazzista Mike Gibbs, finivano inevitabilmente con il sovrastrutturare oltremodo la scrittura di Fay, allontanandola dai gusti della fascia di ascoltatori cui il prodotto era rivolto. La proposta musicale del cantautore appariva così indirizzarsi verso un’audience adulta, meno incline al pop ma più propensa all’ascolto di sonorità cameristiche e partiture orchestrali. Malgrado l’equivoco di fondo, l’opera prima di Fay può ancora ai nostri giorni considerarsi uno scrigno di gemme sonore capaci di commuovere ed emozionare per i temi universali trattati, l’amicizia, l’amore, la bellezza della natura, la pace.
Discorso non molto dissimile per il secondo lavoro uscito sempre per la stessa etichetta, quel “Time of the Last Persecution” (1971) pubblicato appena l’anno successivo. L’ispirazione di Fay appare immutata, forse anche accresciuta. L’adattamento dei brani in chiave rock avrebbe dovuto fare il resto, spingerlo finalmente verso il meritato successo grazie al supporto di una band pop-oriented in cui figuravano discreti turnisti quali Ray Russell, chitarrista di estrazione jazz già presente nel lavoro di debutto, e Alan Rushton alla batteria. Purtroppo anche la seconda chance si rivelò una delusione per il musicista, per certi versi in anticipo sui tempi, e per la stessa casa discografica che decise di troncare prematuramente il rapporto contrattuale rinunciando a pubblicare un terzo disco. Al fallimento del progetto contribuì la riluttanza di Fay di esibirsi dal vivo, la sua esigenza di riservatezza prevalse sugli impegni promozionali verso stampa e pubblico. Ulteriori incomprensioni derivarono a causa dei testi giudicati troppo visionari e criptici, incentrati com’erano tra pessimismo sulla società degli uomini (violenza, razzismo, corruzione) e speranza sul destino dell’Umanità.
Come se non bastasse, qualche scribacchino, quasi a volerlo raffigurare alla stregua di altro Syd Barrett, iniziò a mettere in giro la voce che il cantautore soffriva di problemi mentali causati dall’abuso di sostanze stupefacenti. In realtà Fay non aveva mai cercato il successo ad ogni costo ed era ancora meno propenso a fare concessioni agli ascoltatori per compiacerli, essendo assolutamente non interessato ad entrare negli ingranaggi dell’industria musicale. E così di Bill si persero le tracce per circa tre decenni. Scivolò via nell’anonimato, avendo necessità di assistere la madre rimasta vedova. Incominciò a mantenersi lavorando come giardiniere in un parco pubblico ed in seguito come addetto al reparto congelati di un supermercato. Senza mai interrompere, però, di scrivere e suonare essendosi creato a casa un angolo tutto suo dove, sistemati una tastiera ed un economico registratore ad otto tracce, incideva canzoni destinate a non essere ascoltate da nessuno.
Con il passare degli anni i dischi originali di Fay, mai ristampati, iniziarono ad essere ricercati dai collezionisti, disposti a pagarli anche profumatamente. Quando nel 1998, finalmente, la See For Miles propose per la prima volta in un unico compact disc i due album scoppiò un vero e proprio caso su come fosse stato possibile dimenticare per così lungo tempo un’artista di questo livello. Tra gli artefici del recupero ci sarà Jim O’Rourke, eminenza grigia del rock alternativo statunitense che, estasiato da questi lavori, li farà ascoltare all’amico Jeff Tweedy dei Wilco che, nel 2002, riprenderanno la struggente Be Not So Fearful. Tra gli entusiasti si aggiungeranno anche Ben Chasny e David Tibet, leader dei Current 93. L’interesse cresce e nel 2004 vede la luce il terzo capitolo mai stampato dalla Deram Nova, quel “Tomorrow Tomorrow and Tomorrow” attribuito al Bill Fay Group.
Intanto, andata esaurita la ristampa della See For Miles, la Esoteric nel 2007 accoglie l’insistente richiesta degli appassionati di pubblicarne una nuova versione. In quello stesso anno, dopo anni di inviti da parte di Tweedy caduti nel vuoto, Fay accetta di esibirsi dal vivo come ospite ad un concerto dei Wilco alla Shepherd’s Bush Empire di Londra. David Tibet, da parte sua, fa ancora di più. Tramite Ray Russell riesce a rintracciare Bill a Nord di Londra, dove aveva sempre abitato, e ne diventa amico. Lo ritiene una sua fonte di ispirazione, lo considera tra i maestri del Folk Psichedelico ed Apocalittico. Nel 2010 lo convince a mettere in circolazione una raccolta di vecchi demos e registrazioni casalinghe dal titolo “Still Some Light“. Il vero ritorno di Fay arriverà in maniera inaspettata ed imprevedibile grazie ad un altro visionario, Joshua Henry, un quarantenne americano della Sierra Nevada.
Joshua è figlio di un reduce dal Vietnam, Jamie, diventato con il passare degli anni tra gli attivisti più convinti contro le atrocità della guerra. Sin da adolescente Joshua rimane affascinato da un disco che trova nella scarna collezione di lp’s del padre. Si tratta di una copia di “Time of the Last Persecution“, album mai pubblicato in USA e quindi di difficile reperibilità. Lo incuriosisce soprattutto la foto di copertina, che ritrae il folksinger inglese come un predicatore allucinato. Lo stesso Jamie aveva dimenticato di possedere questo disco e non ne ricordava la provenienza. Padre e figlio lo ascolteranno ripetutamente nei giorni di malattia di Jamie; darà loro molto conforto nel momento del dolore tanto che vagheggiano, una volta superato, di ritrovarlo per chiedergli di suonare ancora.
Quando il padre muore, Joshua decide che è giunto il momento di dare vita a quel sogno. Riesce a contattare Tibet, di cui aveva letto le note contenute nel libretto di “Still Some Light“, per chiedergli di recapitare a Fay una lettera. Un commosso Fay gli risponderà, dicendosi disponibile ad accoglierlo nella sua casa di Londra per permettergli l’ascolto dell’enorme quantità di registrazioni realizzate nel corso degli anni. Comincerà così, con la produzione di Joshua Henry e per la label indie-rock canadese Dead Oceans, una seconda giovinezza artistica per Bill Fay che continua, felicemente, ancora ai nostri giorni. Arriveranno così nel 2012, a distanza di oltre quaranta anni dal debutto, “Life Is People“, che vede l’intervento in alcuni brani dei fidati Russell e Rushton e “Who Is the Sender?” nel 2015. L’ultimo episodio è il recentissimo “Countless Branches“, uscito ad inizio 2020 ed arrivato giusto in tempo per soccorrere o infondere speranza a noi tutti in questi tempi di pandemia. Ascoltatevi Love Will Remain e non avrete dubbi.

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