“Bianco assoluto” – di Marina Marino

Le stanze erano piccole, bianche, totalmente bianche, nessun orpello, ornamento che potesse distrarre,  deragliare l’attenzione. Una scrivania, due sedie dai lati opposti. Un ufficio di polizia da film, una cella  da penitenziario, uno studio medico in cui comunicare notizie feroci sussurrando? Alcuni entravano urlando o piangendo o tremando, per fortuna dalla prima volta Anna le riconobbe per quello che erano, uffici universitari. Una laurea serve sempre nella vita, dicono. “Di quello che dico farete tesi di laurea?” domandò. “Niente tappeto di cocco, tende velate e ficus benjamin, neanche un divano su cui stendermi ma, insomma”. Il medico si sforzava di non sorridere, forse era di scuola freudiana, non una junghiana empatica che ti tiene la manina mentre parli, il lavoro sporco doveva farlo lei. Immergere le mani, i polsi, gli avambracci nella sua stessa merda, per non sentirne più il puzzo, per respirarne il fetore, nel suo sangue, nei suoi mostri dormienti e in quelli attivi e tonici, nelle sue favole e poesie, dalla vita intrauterina in poi. Scoprì che voleva farlo, che ne aveva bisogno da decenni, che le parole non sanno solo offendere nel senso di ferire, non sanno solo bruciare e spargere sale e aceto sulle ferite fresche e antiche, ma sanno curare. Non l’aveva sempre saputo? Tra tutti i suoi errori, non era sempre stata, come la definiva la psichiatra, la “soccorritrice”, la “bambina non protetta”? Non aveva sempre sparso olii e balsami lenitivi sulle ferite altrui, con le parole, l’ascolto, la presenza? “Con lei, Anna, il lavoroè fatto a metà, raramente ho visto tanta introspezione”. No, nessun intervallo di dieci minuti tra un paziente e l’altro, il SSN non lo permetteva. Nella sala d’attesa il dolore era denso, denso, si incuneava nei pori della pelle, sotto le unghie, il ragazzo che si dondolava senza sosta, senza requie, le storie dei familiari, tutte uguali, tutte diverse, come è cattolico il concetto di dolore, riduttivo, manicheo. Anna spesso entrava in pieno effetto rebound, la dottoressa sapeva calmarla, con l’ironia e il garbo:
“La vedo provata”.
”Stanca, per favore, le parole sono importanti”

“Ah, già, ecco Nanni Moretti. Bel groviglio di nevrosi anche lui, sa?”.
Il “Lei” e il nome di battesimo, a segnare quella stretta treccia di intimità e professionalità che si fondeva in un rispetto nuovo, che Anna  beveva a sorsate lunghe. Fino a quel giorno, un giovedì (lei era nata di giovedì), trentotto gradi all’ombra, i suoi sandali sull’acciottolato che sembrava volesse fumare, da una finestra o un’auto in loop le stesse note, dondolavano anche loro: Canzone di Lucio Dalla, (“dille che l’amo se lo vuoi” (…)  “stare senza di te non mi uccide”), Anna, come aveva fatto a sei anni, parlò. Odori, una saponetta solida di Lysoform, di un verde inesistente in natura che le feriva le orecchie come un grido, un dopobarba Capucci, forse, odori, il suo sudore di paura, dentifricio nell’alito di lui, quelle dita troppo grandi. E quella volta fu creduta, “Lo avevo immaginato da mesi, lei presenta tutte le caratteristiche, ma doveva parlarne quando fosse stata pronta”. E Anna lo fece, senza fermarsi, i dettagli più sordidi, laidi, la sua paura, gli sguardi smarriti dei genitori, “non è vero”, l’abbraccio del fratello, quasi un bambino anche lui. Mentre parlava, la stanza bianca si dilatò, perse  pareti, consistenza, peso specifico e metri cubi. Divenne un teletrasporto, una navicella spaziale, una mongolfiera. Le tremavano, nei sandali, anche le dita dei piedi dal freddo dolce e improvviso. Dopo, forse. Ora qualcuno le credeva, le spiegava, gergo medico, ma Anna sentiva nella testa solo, in quel momento, “Diglielo veramente, non restare indifferente”. In quel momento, almeno.

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