Between The Buried And Me: “Automata” (2018) – di Nicholas Patrono

Il Death Metal degli anni 2000 non è solo canto sporcato, chitarre dall’accordatura grave, dissonanze, tritoni, blast beat e forma-canzone da pugni in faccia. In attività dai primissimi anni 2000, gli americani Between the Buried and Me si confermano tra gli esponenti più interessanti di un novello Death Metal, dalle influenze Progressive, a volte perfino Jazz. Assurdo? Non proprio. A ripercorrere la loro discografia, il tutto appare come un’evoluzione naturale. L’ultimo lavoro, il doppio album “Automata”, uscito in due parti nel 2018, rappresenta un traguardo evoluzionistico notevole, che riassume ed esplora le diverse anime della band del North Carolina. All’esordio con il disco omonimo, datato 2002, i Between the Buried and Me presentano un Death Metal puro e semplice, che fa della violenza la propria colonna portante… e così si prosegue con “The Silent Circus” (2003) e “Alaska” (2005). È però con “Colors” (2007), considerato da molti critici e fan il capolavoro della band, che si avvia la vera rivoluzione e si esplorano più in profondità i territori Progressive e Jazz. I successivi dischi – “The Great Misdirect” (2009) e “The Parallax II: Future Sequence” (2012)  confermano ed evolvono questa scelta stilistica. Si esplorano poi territori sonori più melodici con il non apprezzatissimo “Coma Ecliptic” (2015) e si arriva al 2018, precisamente al 9 marzo, quando esce “Automata I”: si dovrà attendere fino al 13 luglio per gustarsi la seconda parte, “Automata II”. Nei circa 70 minuti di durata complessiva, i Between the Buried and Me di “Automata” propongono un concept-album, rivolgendo all’ascoltatore un’accattivante domanda: che cos’accadrebbe se fosse possibile registrare i sogni e trasformarli in intrattenimento per gli altri? Si vedrebbero i pensieri e i desideri più reconditi di una persona? E, soprattutto, che cos’accadrebbe al sognatore? Il disco segue le vicende oniriche di un personaggio i cui sogni vengono trasmessi su grande schermo e che per questo si vede sfruttato da una compagnia chiamata Voice of Trespass.
Condemned to the Gallows apre “Automata I” con un arpeggio di chitarra accompagnato dalla voce ossessiva del vocalist Tommy Rogers. Il brano alterna parti più violente a sezioni più melodiche, aspetto che prosegue con costanza per tutto “Automata”: un punto a favore dell’intrattenimento, questa varietà inter e intra brani. Interessante House Organ, colorata da tastiere semplici ed efficaci, suonate sempre da Tommy Rogers, sebbene non regga il confronto né con il brano d’apertura, né con la successiva Yellow Eyes. Quasi 9 minuti di violenza infusa in ritmiche accelerate, chitarre mai banali e percussioni intricate: un pezzo che riesce allo stesso tempo ad essere affascinante e ossessivo nelle sue parti più soft. Millions riprende in apertura l’atmosfera morbida e inquietante, uno dei tanti lati che la band americana sa esplorare. Pezzo nato per essere lanciato come singolo, Millions contiene spunti melodici interessanti e va ad annoverarsi tra i rari episodi catchy di “Automata”. Ci si avvia alla conclusione della prima parte con il brevissimo intermezzo strumentale Gold Distance e, la monumentale Blot chiude le danze del primo atto. Non un pezzo che si sente tutti i giorni, Blot. Aperto da chitarre pulite, lievi percussioni e voce sussurrata, si trasforma presto in un’esplosione di violenza. Mai note banali, quelle scelte dai chitarristi Paul Waggoner e Dustie Waring; si segnala anche una prova vocale di Tommy Rogers sopra la propria media. Blot funziona e svolge il compito per cui è stata creata: chiudere nel migliore dei modi la prima parte di “Automata”. Da sezioni brutali a parti ariose e melodiche, ad ancora calcolati reprise di temi ricorrenti, Blot contiene di tutto, e assembla le proprie parti con tale naturalezza, da essere definita dal recensore Phil Booseman, di MetalSucks, “probabilmente il brano più solido dei Between The Buried And Me, fino ad oggi”.
Sta ad “Automata II” tentare di smentire Phil Booseman e ad alzare ancora l’asticella della qualità. I Between the Buried and Me accolgono l’invito e sparano subito altissimo, aprendo il secondo atto con la monumentale The Proverbial Bellow. Primo dei soli quattro brani che compongono la seconda parte ma lungo ben tredici minuti, The Proverbial Bellow impressiona non solo per la varietà di soluzioni che esplora, ma anche per il suo evolversi con totale naturalezza. Tante idee così diverse assemblate assieme potrebbero rischiare di fare assomigliare i pezzi ad un “mostro di Frankenstein”… e qui vi è uno dei grandi talenti della band americana: comporre pezzi dall’anima bipolare, alternando fasi violentissime a sezioni melodiche – come la parte di solo pianoforte di The Proverbial Bellow –  facendole fluire l’una nell’altra consequenzialmente. Un po’ come una storia che si svolge seguendo gli sviluppi di trama più logici, sfoderando allo stesso tempo colpi di scena inaspettati. Meritato il riposo alle orecchie concesso dalla breve Glide, che in appena due minuti cambia atmosfera e vira sul Jazz, preludio alla ripartenza di Voice of Trespass: una gustosa bomba Jazz-Metal, dove l’anima più provocatoria, sperimentale e scanzonata dei Between the Buried and Me viene finalmente a galla. Il bassista Dan Briggs vive qualche momento da protagonista. I richiami alle liriche di Condemned to the Gallows chiudono Voice of Trespass e introducono l’ultimo pezzo, The Grid, quasi dolce in apertura, ingannevole assaggio della sua natura cangiante. Pezzo profondo e articolato, appropriata conclusione per l’opera che rappresenta. “Automata I” e “Automata II” meritano di essere presi in esame insieme, in quanto parte di uno stesso, spettacolare, disegno; tuttavia, la divisione in due parti non è casuale. La musica dei Between the Buried and Me è stratificata, complicata, di “difficile digestione” potremmo dire. Ascoltare “Automata” significa approcciarsi a piccole dosi alla loro follia, concentrandosi su ogni brano: sfumature, atmosfere, tecnicismi e finezze nascoste. Per questo si consiglia ai meno avvezzi di iniziare da qui, da un disco più “digeribile” diciamo, per poi esplorare a ritroso una discografia che serba parecchie perle.

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