Beth Hart: “War is my Mind” (2019) – di Magar

Anche quest’anno, ecco arrivare l’Autunno, stagione splendida che porta con sé, assieme a un clima decisamente più umano, molti splendidi doni. Il primo fuoco che crepita nel camino, le prime castagne, i piatti tradizionali che iniziano a colonizzare le nostre tavole e le giornate più corte… in qualche modo più affascinanti. Insieme a tutto questo arriva anche “War is my Mind” (2019), il nuovo album di Beth Hart, arista californiana (è di Los Angeles) in grado di accendere ulteriormente l’anima di tutti coloro che amano la buona musica. Diciamolo subito che questo è un disco di altissimo livello, di quelli per i quali non si potrebbe proprio fare a meno di dargli le fatidiche cinque stelle; ma noi che non siamo avvezzi a questo genere di gioco, ci limitiamo a inserirlo nella nostra personalissima Top Five del 2019, almeno sino ad ora. Beth è una artista vera, di quelle che è impossibile non amare: puoi non apprezzare la sua musica (un grosso errore), ma non puoi restare indifferente al fascino di una donna che ha combattuto e vinto i suoi demoni danzando sull’orlo del precipizio, trovando la forza per non lasciarsi andare, per non abbandonare la sua anima
La musica è sicuramente stata una delle funi che l’hanno saldamente trattenuta, facendole risalire la china e ritrovare la perduta intimità con il proprio essere interiore. Il Blues, il Rock, Il Gospel, sono radici profonde, in grado di portarti oltre, di salvarti la vita, e Beth è un’artista con la A maiuscola, che canta il Blues come solo le donne sanno fare: quelle donne messe all’angolo dalla vita, colpite duramente, mandate al tappeto più volte, che si rialzano comunque, tumefatte, forse logore, ma con una luce dentro lo sguardo che solo chi ha toccato il fondo e ha saputo rialzarsi possiede. A quarantasette anni Beth pubblica“War is my Mind”, il suo lavoro più bello, più intimo, nel quale la vena cantautorale mette a nudo un’anima sensibile, che ha abbandonato per strada la fragilità mantenendo inalterato il contatto con il lato della strada dove camminano i looser: persone che combattono quotidianamente contro ogni genere di avversità, fieri e consci del proprio ruolo.

Grande disco dicevamo, dove voce e pianoforte giocano un ruolo predominante, parlando del quale la stessa Beth afferma: “Più di ogni altro album che abbia mai realizzato, mi sono sentita molto più aperta all’essere davvero me stessa in queste canzoni. Ho fatto molta strada, e ci ho messo molto tempo a guarire, ma ora mi sento a mio agio con le mie tenebre, le mie stranezze e le cose di cui mi vergogno”… in effetti, se c’è una cosa che traspare adamantina dalle note di queste canzoni, è la voglia di condividere le proprie emozioni più profonde. A differenza del precedente lavoro, “Fire on the Floor” del 2016 “Black Coffee” (2018con Joe Bonamassa  a parte – qui siamo su un livello più viscerale: Beth ha inzuppato questi brani nella sua anima, lasciandoli poi venire in superficie in modo naturale… e il risultato è per forza di cose pura emozione.
L’inizio è affidato a Bad Women Blues, un brano a chiare tinte Rhythm & Blues di pregevole fattura, che conferma le potenzialità della voce di questa affascinante figlia dell’America; ma l’inizio è ingannevole e pare indirizzare il disco verso lidi tinti di ritmo. A cambiare completamente le carte in tavola e indirizzare nella giusta direzione il disco, ci pensa la successiva War in my Mind, strepitosa canzone intima e personale, sofferta e vitale che mette a nudo l’essenza dell’anima: “war in my mind… black in my mind…” e il feeling sale a scaldare il cuore. La seguente Withouth Words in the Way è una cascata di gocce argentate ed eteree nel quale Beth canta come una diva degli anni sessanta: scenario elegante e soffuso che ha il potere di farti far pace con tutto ciò che ti circonda. Let it Grow rappresenta, assieme alla sopracitata title track, la vetta di un album che rasenta la perfezione compositiva legata a doppio filo alla qualità dell’esecuzione: brano sontuoso, a volte romantico, con un’anima che si scopre Gospel dopo essere stata Blues. Da solo vale l’acquisto del disco, e sarebbe da inserire in ogni compilation di Standard Americani. Si prosegue con Try a Little Harder, meno intima e più ritmata, che dà modo a Beth di premere su tasti emozionali di diversa estrazione musicale. I cambi di ritmo e la grandiosa prestazione vocale ne fanno un classico senza tempo.
Si ritorna a temi più intimi e delicati con Sister Dear, brano sospeso in un lago limpido e un poco triste, sorretto da un pianoforte che tocca i tasti più intimi e profondi, portando alla luce ricordi che tutti custodiamo gelosamente. Il delicato tessuto costruito su queste note si interrompe per lasciare spazio alla deliziosa Spanish Lullabies, che irrompe con il suo ritmo accattivante spostando ancora più in alto la linea di demarcazione di un disco che contiene moltissime cose: un altro brano che cresce costantemente, ascolto dopo ascolto. Rub me for Luck ci riporta ai livelli compositivi che compongono il disco: un’altra canzone che produce una copiosa pioggia di emozioni, con una melodia e un inciso che raramente si riscontrano nell’attuale panorama musicale. Beth riesce a mostrarsi completamente nuda e indifesa, ma si ammanta di un aurea di forza e vitalità in grado di porla al di sopra di tutto.
Poi arriva Sugar Shack e i toni tornano ad essere più torridi e viscerali, con la sezione ritmica che si fa incalzante, a sostenere una melodia sempre in grado di sorprendere: un muro sonoro che prelude alla dolente e splendida Woman Down, ancora intima e sofferta, che racconta un disagio reale dal quale è stato difficile emanciparsi. Poche artiste sono in grado di scrivere una canzone come questa, dove l’essere più profondo esce allo scoperto, avendo al contempo la capacità di costruire una melodia che si dipana sorretta da un non comune stato di grazia. Il percorso di Beth Hart è tutto dentro queste note: la sua sofferenza, e la sua liberazione si fanno nostre. La tavola è imbandita, e la cucina è di quelle che non si scordano. Poi Thankful viene a ricordarci che la grande tradizione delle autrici americane non ci abbandonerà mai, e che Carole King è presente sotto i polpastrelli di Beth che accarazzano il pianoforte estraendone un altro brano perfetto. Si Chiude con I Need a Hero, quasi un grido di aiuto delicato e graffiante che spinge sull’acceleratore del sentimento proponendo solo pianoforte e voce in un connubio che pare imprescindibile
Non smettere mai di credere in te stessa amica mia…

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