Beth Hart: “Am I The One” (1993) – di Francesco Picca

“Sul palco faccio l’amore con 25 mila persone. Poi torno a casa e sono sola”. Per anni ho pensato che queste parole di Janis Joplin fossero il degno epitaffio per un modo di stare sul palco che nessun’altra performer avrebbe mai potuto eguagliare. Quando ho guardato i primi live di Beth Hart ho riconosciuto l’identico approccio, il medesimo trasporto; nei tratti del suo viso, oltremodo scarni, al limite della sofferenza, ho avvertito un grumo ingombrante di talento artistico e dissidio esistenziale. Non a caso, nel 1993, dopo una lunga gavetta nei clubs di Los Angeles, Beth Hart vinceva Star Search, un talent show televisivo condotto da Ed McMahone: tra i brani eseguiti il poderoso Pieces of my heart di Janis Joplin, un pezzo che, se non hai in valigia un minimo sindacale di rabbia e di vissuto da spingere con forza tra le corde vocali, è meglio escludere dal repertorio. Tuttavia Janis restava in cima alla scala, inarrivabile. Nel 2005, dopo uno slalom vertiginoso tra le dipendenze, Beth Hart registra ad Amsterdam “Live at The Paradiso”. Tra le esecuzioni non si può trascurare una dirompente Whole lotta love dei Led Zeppelin, doveroso tributo ad una band e ad un sound cardini della sua formazione musicale; già in questo brano si realizza quella congiunzione artistica quasi carnale tra Beth Hart e il pubblico, sublimata da un lungo happening sonoro e vocale tra lei e il chitarrista Jon Nichols. Il vero salto, però, il guizzo che porta Beth in cima alla scala al fianco di Janis, è quello che si materializza durante l’esecuzione di Am I The One, un brano inciso per la prima volta nel 1993 e contenuto nell’album “Beth Hart and Ocean of Souls” (Razz Records), riproposto qualche anno più tardi nell’album “Immortal” (Atlantic Records 1996) ed estratto, nello stesso anno, come singolo. Beth è scalza, indossa dei jeans morbidi appoggiati su fianchi materni e un top minimale che lascia scoperta la schiena; la fisicità ossuta e smunta degli anni 90 è solo un ricordo, ma il suo corpo è ancora lontano da quella tonicità meravigliosamente fasciata nei tailleur sobri ed eleganti delle esibizioni live con Joe Bonamassa. Scende dal palco e invita tutto il pubblico a sedersi per terra. Anche lei è per terra, in ginocchio, a pochi centimetri dallo sguardo incredulo dei fan in prima fila: è tra loro, respira con loro. Il contatto fisico con tutta la platea trova rappresentanza nelle carezze rivolte ad una ragazza che le siede di fronte: non c’è nulla di inespresso, nulla di sottinteso. L’esibizione potrebbe apparire allusiva soltanto a chi non mastichi di blues e a chi non creda che le anime si possano incontrare ed amare anche semplicemente per qualche minuto. Le prime note e i primi versi del testo sciolgono lo stupore: “Io canto queste parole / di volta in volta /per esprimere la mia vita / il mio essere tua amantee  tua amica”. Intanto il suono unto della Gibson di Nichols crea sinapsi immortali tra quei miliardi di cellule magicamente convenute nel teatro; le note si innestano magistralmente tra le sillabe, cullano la tenera e quasi impalpabile carnalità di quelle carezze, delle mani tra le mani, della fronte sudata di Beth appoggiata alla fronte di un altro essere soltanto casualmente innestato in una donna. La cordiera di Nichols denota una certa premura, una dedizione intrisa di devozione, l’impegno preciso a condensare l’atmosfera senza eccedere, senza disturbare il rituale magico che intanto si consuma ai piedi del palco. I riff sono moderati, limitati a poche battute, eseguiti secondo uno standard blues inattaccabile e invincibile. Intanto la voce di Beth rovista in quella famosa valigia e scardina una vita intera: sua madre, il gospel e il punk, il jazz e il rock-blues, i garage di Los Angeles, gli eccessi, la notorietà gestita a fatica, le insicurezze, la reiterazione del voler vivere, del desiderio di essere. La narrazione di un amore non corrisposto è solo un pretesto, un sottofondo su cui intonare e recitare il riassunto della vita di una donna poco più che trentenne, ma che per intensità vale cento vite. Mi chiedo quante volte Beth abbia avvicinato le dita dei piedi al bordo del baratro, cosa abbia pensato guardando in basso e cosa abbia avvertito ogni volta che è riuscita a tornare indietro. Penso che il margine del palco possa rappresentare una degna metafora; e allora mi spiego quella spinta irrefrenabile a scendere quel metro e mezzo più in basso, a piedi nudi, tra uomini e donne che ogni giorno esorcizzano il passato e arpionano il presente. Mi spiego le mani che rastrellano i capelli e li pettinano indietro, la lingua che raccoglie il sudore sulle labbra, i polmoni che inspirano, che si preparano, la voce appena soffiata, le spalle che assecondano la sessione ritmica del basso di Tom Lilly e della batteria di John Nyman, sincopata come il battito cardiaco di un’emozione improvvisa e sfuggente. Il testo scivola morbido e sensuale, tra parole bisbigliate e consonanti sibilate, marcate in corrispondenza di ogni cicatrice, di ogni dubbio irrisolto. Su alcune vocali la voce si fa sottile, si mescola a caldi sospiri, su altre diventa sarcastica e sembra scimmiottare l’esistenza e il suo divenire talvolta violento e ingeneroso, su altre ancora si innestano spunti di rabbia pura e di orgoglio represso, pigiati con forza nel fondo del microfono. Beth torna dritta sulle sue gambe, di spalle al pubblico, solo per omaggiare l’assolo di Nichols: una digressione magistrale, pulita, su e giù per le scale esafoniche, in cui si può godere del meglio della tradizione blues, in cui si distingue la ferraglia stridente di un treno in partenza, la corsa folle verso Ovest, verso la speranza, e si sente la polvere nei polmoni, l’incendio di luce di mezzogiorno, l’abbraccio mortale della sete, l’abbandono di se stessi, l’ostinazione a non morire. Poi Beth torna a volgere le spalle alla band e ad abbracciare le sue anime amiche in quello che potrebbe sembrare un finale; in realtà la sua voce torna a graffiare, ad invitare la chitarra, ad esortare cassa e rullante. Il brano riparte in una rinnovata corsa frenetica, come una fuga giù per una scarpata, a rotta di collo, in equilibrio precario. Beth intanto è risalita sul palco e flirta con tutto il pubblico coprendo di corsa l’intero spazio della scena, da destra a sinistra, ripetendo “Dimmi solo che mi ami baby / anche se è solo una bugia”. A testa in giù, giù per la scarpata polverosa, sorridendo, dispiegando la propria anima sgualcita, inerpicandosi sulla batteria per raccogliere la rullata finale e il crash di chiusura. Beth ce l’ha fatta, è sopravvissuta a se stessa, e l’esplosione liberatoria degli applausi è un degno tributo di luce, di colore e di riconoscenza alla sua arte pulsante, alla sua fragilità e al suo vizio di vivere.

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