Bernardo Bertolucci: il viaggio di un Poeta – di magar

Ho conosciuto Bernardo Bertolucci nel 1971. Non di persona ovviamente, credo che fosse impossibile del resto ma, per il mio rapporto col Cinema, quello fu l’anno in cui la mia strada incrociò per la prima volta la sua visione del mondo. In quel tempo frequentavo il liceo, e la voglia di cultura era una presenza enorme in tutti noi, giovani virgulti con l’ardore che ci faceva muovere in un mondo che non ci rappresentava e che volevamo cambiare. A dire il vero devo il mio incontro con il regista parmigiano a una ragazza che accendeva in quel periodo ben altri ardori in me… ma tant’è, il dado venne comunque tratto. L’anno precedente era uscito “Il Conformista”, elegante trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Moravia, che aveva in qualche modo presentato al mondo le qualità di Bertolucci. Certo, c’erano già stati “Prima della Rivoluzione” (1964), “Partner” (1968) e, sopratutto, “La Commare Secca” (1962), splendido esordio tratto da un soggetto di Pasolini che aveva acceso notevoli dibattiti alla Mostra di Venezia, ma il “Il Conformista” era un prodotto degli anni settanta. In tutto e per tutto. Lo incrociai con un anno di ritardo quindi, ma rimasi comunque folgorato dall’incredibile capacità visiva che il regista mostrava. Andavo pazzo per Moravia allora, e ricordo lo scetticismo che accompagnava il mio ingresso in sala ma, furono sufficienti pochi minuti per farmi cambiare umore. Lo splendido lavoro di regia e le incisive prove di Jean Louis Trintignant, Stefania Sandrelli e Dominique Sanda rendono perfettamente l’atmosfera del romanzo e la pellicola è di quelle che non si scordano. A parte Trintignant, perfetto in ogni dove, sono proprio le due attrici a fare la differenza, con prove magistrali che ne esaltano le grandi doti sceniche, facendo dimenticare le prime scelte del regista (Florinda Bolkan e Brigitte Bardot che rifiutarono la parte). Questo film, più di “La Strategia del Ragno” dello stesso anno, inquadra e circoscrive in qualche modo il senso del cinema di Bertolucci: immagine e dialogo. Dotato di un talento fuori dal comune, Bernardo dimostra di valere tutti gli elogi che, seppur conditi da numerose invidie, iniziano ad arrivare: cresciuto alla scuola di Pasolini, di cui fu aiuto regista nel celebre “Accattone” (1961) e, a livello visivo, vicino al cinema di Sergio Leone, con il quale scrisse “C’era una volta il West” (1968), si affranca da ogni grande maestro e, sin da giovane, impone il suo cinema. Poi tutto va da sé, sopratutto dopo aver girato “Ultimo Tango a Parigi” nel 1972. Ora, addentrarsi in questo film, di cui è stato detto e scritto di tutto, appare francamente inutile: non è tra queste pieghe che troviamo il bandolo della matassa, ma resta comunque il fatto che il trio Schneider, Brando, Bertolucci è una delle icone massime degli anni settanta. Quello è l’anno di “Il Padrino”, di “Roma”, di “Cabaret”“La Classe Operaia va in Paradiso” e di molti altri gioielli, senza contare perle nascoste come “Aguirre Furore di Dio”… aggiungiamo il fatto che ancora le vibrazioni di “Arancia Meccanica”, uscito nel 1971, smuovono notevolmente i nostri animi, e abbiamo un quadro preciso della situazione. Tuttavia “Ultimo Tango a Parigi” resta comunque un caso a sé stante e ancora aperto, che richiama di continuo masse di detrattori ed estimatori. Al di là di tutto ciò comunque, siamo in presenza di un “signor film”, nel quale Bertolucci trova la chiave perfetta per mostrare l’introspezione dell’individuo e il suo essere spesso avulso alla società che lo circonda. Un tema che ricorrerà spesso nella sua cinematografia. Anche quando il suo cinema si fa Kolossal. Arriva il 1976 e “Novecento” irrompe nelle sale e nella nostra vita: uno sguardo lungo e intenso, epico, storico e sociale che ripercorre i primi quarantacinque anni del secolo attraverso il rapporto di due ragazzi di diversa estrazione sociale. Alfredo Berlinghieri e Olmo Dalcò hanno i volti di Robert De Niro e Gerard Depardieu e raccontano di un Emilia che si dibatte tra Contadini e Padroni, specchio di una Italia che giustifica l’avvento del fascismo, lo subisce e poi se ne libera con un altissimo contributo di sangue. In “Novecento” convivono il realismo di De Sica e Pasolini, anche se filtrati dalla realtà dei settanta, sommati al visionario cinema di Fellini e a quello poetico di Leone. Per Bernardo, figlio di Poeta e Poeta a sua volta, il cinema è lo strumento per esternare emozioni e sensazioni che si muovono all’interno di una persona schietta e introversa, capace di vette concesse a pochi. Lo stellare cast del film lancia Bertolucci nel firmamento mondiale, e ne fa conoscere il senso estetico e la poetica visiva. Assieme alla coppia De Niro – Depardieu, troviamo Burt Lancaster, Donald Sutherland e Dominique Sanda, con Stefania Sandrelli e Romolo Valli, ma anche Alida Valli, Laura Betti e Stefania Casini: possiamo dire che il cinema di qualità incontra i più alti esponenti della “settima arte”, dando vita a un affresco che ancora oggi emoziona e cattura. Un’Opera che andrebbe proiettata nelle scuole, in grado di insegnare con il semplice linguaggio delle immagini, molto più che le migliaia di parole scritte sui libri. Nove anni dopo, a rinnovare la magia del Kolossal, ecco “L’Ultimo Imperatore”, opera di un lirismo visivo che rasenta la perfezione: forse solo il grande David Lean di “Lawrence d’Arabia” seppe coniugare in egual modo l’estetica e il contenuto e raggiungere quel risultato: Lo scorrere delle immagini sottolineate dal bellissimo commento sonoro di Ryūichi Sakamoto mostrano una visione incontaminata dell’arte e riportano al cinema anche la generazione che aveva amato quel genere di pellicola. Impossibile non scorgere qua e là la poetica cara a Leone, ma il film è un lucido amplesso visivo tra il regista e gli spettatori, dove tutto è dove dovrebbe essere: lo sono la storia e la recitazione, dove un misurato Peter O’Toole spicca per eleganza e sobrietà. Girato tra l’altro entro le mura della Città Proibita, “L’Ultimo Imperatore” accomuna come ormai raramente succede qualità e quantità. Il successo è emozionante, e gli vale nove Oscar e nove David di Donatello, aprendogli di fatto le porte di una Hollywood che è assai distante da quella Parma dove Bernardo è nato e dove ha scritto i primi versi poetici da adolescente. Arrivano così altri splendidi affreschi, come “Il Tè nel Deserto” (1990) e “Piccolo Buddha” (1993), che narrano sopratutto di un regista in grado di raccontare l’animo umano come pochi altri. La sensibilità di Bernardo si manifesta attraverso immagini iconografiche e personaggi talmente intensi (Port Moresby interpretato da John Malkovich è un regalo al cinema) da stupire anche tutti coloro si aspettano sempre simili gioie da lui. Ma Bertolucci è questo, neppure il vivere a Roma ha intaccato la sua semplice e, al contempo, articolata personalità; e se il bellissimo “Io Ballo da Sola” del 1996, con un incredibile Jeremy Irons e una splendida Liv Tyler, mantiene sempre elevatissimo il livello compositivo, è con “The Dreamers” del 2003 che il regista riesce a toccare corde ancora intonse. Il giovane trio, Isabelle, Theo e Matthew, che vive nella bruciante Parigi del 1968, è l’emblema di tutti noi: i sognatori, che volevano e dovevano cambiare il mondo sono ormai giunti al capolinea, senza tuttavia perdere grinta e volontà. Si tratta semplicemente di aggiustare il tiro e continuare a combattere… siamo tutti sognatori in fondo, e la tenue violenza con la quale tutta l’opera di Bertolucci ce lo ricorda è forse il miglior viatico a immagini ed emozioni che si fanno ricordi. Difficile lasciare andar via le persone che si amano, salutarle e sapere che non le rivedremo più, ma in fondo non possiamo far altro che rispettare e ammirare il lavoro di tutta una vita: quello che continua a farci dire che è valsa la pena di vivere negli anni di Bernardo Bertolucci.

 © RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.