Beppe Fenoglio: “Il partigiano Johnny” (1968) – di Gabriele Peritore

Quel giovane partigiano tutti lo chiamavano Johnny, perché era uno studente di Lettere e amava la letteratura inglese. Proprio come l’autore del libro, Beppe Fenoglio, letterato e partigiano. Molte delle sue opere, da “I ventitré giorni della città di Alba” (1953) a “Primavera di bellezza” (1959), raccontano della Resistenza, quella consumatasi soprattutto nelle Langhe, attorno ad Alba, sua città natale. Lo stesso vale per il libro “Il partigiano Johnny” (1968), il cui titolo venne deciso dagli editori soltanto alla data della sua uscita, all’ultimo momento. Beppe Fenoglio da tempo ammalato ai polmoni e scomparso a poco più di quaranta anni (nel 1963) non ha fatto in tempo a dare un nome a questa sua opera sperimentale e non ne vedrà mai la pubblicazione. Una lunga stesura che voleva descrivere nella maniera più completa possibile il resoconto reale e il significato profondo della guerriglia partigiana, in Italia e nell’intimo di ogni combattente, con approccio fortemente autobiografico. Nella sua lingua, fittamente intrecciata tra italiano e inglese. Un intercalare frequente di un idioma da lui forgiato musicalmente per farlo aderire alla perfezione alla partitura di ogni frase ideata dalla sua mente. Tanto che negli anni a seguire questo idioma verrà ribattezzato: “fenglese” (da Fenoglio e inglese). Una lingua intima di un monologo fluente e tormentato. Come tormentata e intima è ogni scelta che Johnny dovrà affrontare. Sempre e costantemente una questione privata. Come quando deve scegliere se rimanere imboscato protetto dai familiari o aderire alla lotta antifascista tra le fila dei partigiani. O quando poi deve scegliere a quale fazione di partigiani aderire. Passando prima dalla fazione rossa (più estrema, con il mandato primario di instaurare un governo comunista) a quella azzurra (più moderata e tesa solo alla liberazione dal Fascismo, avendo tra le sue fila repubblicani ma anche monarchici). O ancora se uccidere una spia o meno. Una continua scelta tra l’azione e la non azione… e nel mezzo, tanta attesa, a fare i conti con la propria solitudine, il freddo, la fame, la paura, acquattato come un animale immobile in una lotta ancora più dura: quella contro la natura. Una natura sempre incombente, sempre minacciosa, pericolosa. La stessa natura che ad un certo punto da nemica si trasforma in amica, quando il fiume s’ingrossa e impedisce ai manipoli delle camicie nere di entrare ad Alba, in quei fatidici ventitré giorni in cui il comando della Città passa in mano ai resistenti… fin quando, poi, le milizie fasciste, superiori per numero e armamenti, riescono a fare breccia e riprendersi la Città assistendo alla fuga dei partigiani. Perché i partigiani sono questo: uomini, semplicemente uomini, non eroi, sempre pochi a combattere battaglie più grandi di loro. Sempre alle prese con piccole vittorie ottenute in rappresaglie poco organizzate e grandi sconfitte senza neanche tempo e lacrime per piangere la perdita di persone care. A fare i conti con le poche munizioni, il poco addestramento, il poco adattamento alla vita militare, le poche conoscenze strategiche. La propria debolezza. Uomini, però, con la possibilità di scegliere consapevolmente di non piegarsi di fronte a un nemico più forte, più grande. Di non ascoltare il buon senso, la logica che invita ad arrendersi all’evidenza. Rimanendo pur sempre partigiani, ultimo baluardo tra la libertà e la schiavitù fisica e mentale. Un libro, monumentale, complesso, convulso, come è complessa e convulsa la vita di un ribelle combattente. Un romanzo postumo, incompiuto. Nessuno sa quando Fenoglio abbia iniziato la stesura di questa opera… se all’inizio, prima di tutte le altre pubblicazioni o alla fine, poco prima di morire. I critici continuano a dibattere, a proporre ogni anno una versione diversa, a cui segue ogni volta una riedizione, ma nessuna sa la vera genesi. Solo Fenoglio può saperlo, lui che ha vissuto sulla pelle quelle giornate e, per i fatti storici narrati, ci ha donato le pagine più belle e sincere sulla Resistenza. Nel 2000 il regista Guido Chiesa gira il film omonimo, aderendo sensibilmente al pensiero fenogliano, riuscendo a tradurre in immagini gli aspetti riguardanti la lotta interiore che poi si trasforma in lotta esteriore, fisica e armata, e ad esaltare tutta l’umanità dell’essenza partigiana.

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