Benjamin Clementine: “Eternity” (2018) – di Isabella Dilavello

Corri. Corri. È l’ultima tua corsa per oggi. Corri che è freddo. Parigi è bella anche se è freddo, certo. La Parigi dei tetti grigi di ardesia e nuvole, dei viali immensi e dei ponti che ti ci puoi buttare, delle scale a scivolare giù dal Sacre Coeur, del selciato sempre umido per la pioggia o per le lacrime degli amanti. Sempre bella, sì, ma ormai chi la vede più, dopo che ci si è finti gentili, competenti, precisi, propositivi, lucidi, amichevoli, seri, organizzati, capaci… Corri. Corri. La bocca del metrò è lì. Ancora un po’ e ti inghiotte, ti incolla a tutti gli altri che ha già inghiottito: non senti più, non vedi più, non respiri più. Scivoli nella pancia di Parigi. Corri ancora, il treno che sta per arrivare. Ma c’è una voce che ti ferma, ti tiene per la sciarpa, ti afferra la gola e si infila nella tua pancia, come tu sei in quella di Parigi. Ma no, no. È solo il ricordo di una voce, quella di Benjamin Clementine e lui non canta più nel metrò parigino, a meno che non ci sia la filodiffusione. Non è più lì il suo corpo, la fronte alta imperlata di sudore, gli occhi lucidi e rivelatori, i suoi suoni e la sua voce antica che scava nelle radici. Benjamin è uno di quelli che ce l’ha fatta, è stato scoperto, non canta più in strada. Ha fatto il giro. Londra dove è nato, Parigi dove ha suonato le sue viscere e nelle sue viscere, Londra dove è ritornato con la luce dei fari. Nascita, Scoperta, Luce. Nel 2013 è uscito dal “ventre della balena” verso uno studio di registrazione per incidere un EP, che solo due anni dopo, nel 2015, ha trasformato nell’album “At Least For Now”, conquistando cuori e critica e confermandosi nel 2017 con la pubblicazione di “I Tell I Fly”. Scrittore, compositore, performer tra i più talentuosi della sua generazione, virtuoso polistrumentista autodidatta, cantante dalla vocalità intensa e particolare (senza scomodare Nina Simone alla quale in molti lo hanno accostato… non serve)… è un poeta Benjamin Clementine e ama i poeti. Li ama tanto da portarli nella sua musica, perché non siano vissuti invano, perché nulla e nessuno possa vivere invano. E lo fa anche, o forse soprattutto, con “Eternity”, un singolo appena registrato per siglare la collaborazione tra Vacheron Constantin, storici orologiai svizzeri, e gli Abbey Road Studios. Tralasciando l’operazione commerciale (di quello si tratta, per quanto i due colossi la vogliano illuminare di valori, etica e altezze artistiche), “Eternity” è una composizione elegante e tagliente nella sua dolcezza, con Benjamin al pianoforte e una orchestra d’archi di 12 elementi diretta dalla violoncellista Barbara Le Liepvre. È un’opera adulta e letteraria, non solo musicale. È la riscrittura di una poesia, The true knowledge di Oscar Wilde, è la riscrittura di tutti quei segni lasciati dall’oscurità, terra bagnata dalla pioggia come dalle lacrime, che sussurra, e con quell’immenso espandersi dei suoni degli archi prova a consegnarci il conforto, una promessa che grazie a una magia o forza divina farà si che ci si incontri ancora. “And death shall have not dominion” (Dylan Thomas)… e allora che ricominci a correre. Corri, ma corri a vedere, a sentire, a vivere perché non vuoi vivere invano.

Thou knowest all; I seek in vain
What lands to till or sow with seed –
The land is black with briar and weed,
Nor cares for falling tears or rain.
Thou knowest all; I sit and wait
With blinded eyes and hands that fail,
Till the last lifting of the veil
And the first opening of the gate.
Thou knowest all; I cannot see.
I trust I shall not live in vain,
I know that we shall meet again
In some divine eternity.

The true kwnoledgeOscar Wilde

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