Ben Lewin: “Tutto ciò che voglio” (2017) – di Maurizio Fierro

“Scrutando nell’abisso oscuro, Spock vide qualcosa che non aveva mai visto prima: una finestra, un portale verso altri mondi. Non era una visione, non era una luce. Era un sentimento, un sentimento che un vulcaniano non riusciva a comprendere. Era stupore”. Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città, “Tutto ciò che voglio” (2017) – titolo meno efficace rispetto all’originale “Please, stand by” – del regista polacco Ben Lewin, narra la storia di Wendy, una ragazza affetta da autismo impegnata a partecipare a un concorso indetto dalla Paramount Pictures per sceneggiatori di Star Trek, con un premio di centomila dollari per il vincitore. Wendy, che vive in una residenza assistita, dovrà affrontare varie difficoltà (la vicenda si snoda in un arco temporale di sette giorni, quelli che mancano alla scadenza del concorso) ma, alla fine, riuscirà a consegnare presso la sede della casa di produzione losangelina un complicatissimo e dettagliatissimo copione di 427 pagine. Non è certo la prima volta che il disturbo autistico viene rappresentato su grande schermo ma il pregio della pellicola di Lewin è quello di averlo fatto con leggerezza, una leggerezza che non è superficialità. Seguendo con levità le peripezie della protagonista (una Dakota Fanning ben calata nel ruolo e mai sopra le righe), la regia permette allo spettatore di dimenticarsi dell’esiguità del copione cinematografico e di simpatizzare per una ragazza che cerca di permettere al proprio talento di realizzarsi nel copione della vita. “Lei non sa quanto è difficile fare lo scrittore, perché la storia che racconti significa tutto, per te, e io voglio solo un’opportunità, proprio come tutti gli altri”, dice a un certo punto Wendy a un ottuso impiegato della Paramount. Sì, la storia che racconti significa tutto… raccontare una storia, dare forma ai fatti che si vuole narrare e perché il messaggero li vuole narrare, proprio in quel modo, la storia dietro la storia, perché poi è un po’ una sorta di terapia, quella che uno scrittore sceglie di intraprendere. L’obiettivo della terapia della scrittrice compulsiva Wendy è trovare la fiducia in se stessa che serve per conquistare quella della sorella Audrey, che non la ritiene in grado di vivere una vita “normale” fra le pareti domestiche. Wendy è una “trekkies”, una fan della serie prima televisiva poi cinematografica che, attraverso l’astronave spaziale Enterprise, ha trasportato la fantasia di milioni di appassionati là dove nessuno uomo era mai giunto prima, in viaggio per l’universo alla scoperta di nuovi mondi e sconosciute forme di vita: non per conquistarli, solo per conoscerli… ed è ciò a cui aspira Wendy: conoscere e farsi conoscere anzi, riconoscere… e con questo farsi accettare. Ma la vita, là fuori, non è facile per lei, un territorio sconosciuto abitato da alieni che rivestono il midollo della sensibilità con la corteccia del cinismo, e che parlano una lingua incomprensibile. L’ansia della sorella Audrey/Bianconiglio, col suo carico di fretta e stress, non aiuta Wendy/Alice, che chiede solo di essere attesa – Please, stand by – nei suoi ritmi e nelle sue pause, che sono un po’ i tempi dell’infanzia, con quello stupore contemplativo che l’età adulta bandisce. “La fuga è fondamentale”, sussurra Spock nel copione. Già: la fuga. Quella in una sorta di luogo mentale in cui proteggere il proprio puer aeternus, un microsistema in cui tutto si tiene, lontano da un mondo in cui si ha paura di inoltrarsi: un labirinto di apparenze di cui non si riesce a comprendere il significato. E allora il filo di Arianna da seguire per non smarrirsi è quello della ritualità, scandita da gesti e comportamenti precisi, sempre quelli… ma poi, come in ogni fiaba che si rispetti, il percorso di autoconoscenza deve evolvere perché, come afferma ancora Spock, “L’ignoto ci attende per essere conquistato, non per spaventarci”. In compagnia del cagnolino Pit e “armata” del suo inseparabile taccuino, Wendy si addentra nell’oscurità del mondo che sta al di là delle sue barriere protettive, amorevolmente inseguita dalla sorella e da Scottie, l’istitutrice della residenza da cui è fuggita per portare a termine la sua intrapresa artistica e, in definitiva, per impedirsi di passare la vita a farsi dire che ha problemi. Come i personaggi della sua storia, anche Wendy si sente una piccola eroina e, come tale, per salvarsi deve salvare… proprio ciò che accade nell’epilogo del copione quando, dopo aver messo in salvo la sorella Audrey/capitan Kirk, è lei, Wendy/Spock, a essere finalmente salva, salva e “libera di scoprire il suo cuore umano”. È un film molto gradevole, “Tutto ciò che voglio”. Di quelli che portano con sé la delicatezza delle cose che di solito sfuggono allo sguardo. Una piccola fiaba moderna che insegna l’importanza delle storie… perché poi, per la protagonista, e forse per tutti noi, il segreto è racchiuso nel suggerimento che conclude la lettera della Paramount sull’esito del concorso: “Non smettere mai di raccontare le tue storie, Wendy!”.

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