Belfagor, i Rosa-Croce e altri misteri – di Maurizio Fierro

Nel 1925 Arthur Bernède scrive il feuilleton mistery “Belphégor”, che esce in 59 episodi su “Le Petit Parisien” prima di essere pubblicato dalla casa editrice Tallandier nel 1927, anno in cui ne viene prodotta anche la prima versione cinematografica in quattro puntate diretta da Henri Desfontaines, sceneggiata dallo stesso Bermède e interpretata da René Navarre (già famoso in patria per la serie “Fantomas”, del 1913). Quarant’anni dopo, l’emittente francese ORTF (Office de Radiodiffusion Télévision Française) ne propone l’adattamento televisivo diretto da Claude Berna e sceneggiato da Jacques Armand. I due cambiano alcuni nomi, ridimensionano il ruolo del detective Chantecoq (eroe del romanzo) a favore di quello del commissario Ménardier e di una giovane coppia di improvvisati investigatori, e implementano il tessuto narrativo con suggestioni esoteriche. Protagonista, il misterioso fantasma che appare in prossimità della statua della divinità caldea Belfagor e si aggira di notte nelle sale del Louvre, con un lungo mantello, un copricapo nero e una maschera di cuoio sul volto, guidato da un bambino che gli fa strada richiamandolo con un particolare fischio. Divinità demoniaca presso alcune popolazioni semitiche del Medio Oriente, Belfagor (da Baal-P’eor, letteralmente “Signore della Morte” secondo la lingua caldeo-babilonese) viene assimilato dal Cristianesimo al Diavolo e comunemente identificato come il “Dio dell’inganno”. Quando il capo custode viene trovato morto all’interno del museo e la polizia parigina inizia a indagare, un giovane studente, Andrea Bellegarde, attirato dalla notizia, inizia a fare delle ricerche insieme a Colette, figlia dell’ispettore Ménardier incaricato dell’inchiesta e, dopo aver trovato un meccanismo che aziona un sarcofago mobile. si fa rinchiudere nel museo per svelare l’arcano che si cela dietro le apparizioni del fantasma, scoprendo le misteriose pratiche di una setta di occultisti discendente dalla confraternita dei Rosa-Croce, il cui tesoro, dal potere radioattivo, sarebbe nascosto proprio nel Louvre. L’attività esoterica di una confraternita della Rosa-Croce (dal nome del presunto fondatore dell’ordine, Christian Rosencreutz, la cui esistenza si sarebbe protratta per 106 anni, dal 1378 al 1484) ha origine da due manifesti, “Fama” e “Confessio”, apparsi nel 1614 e nel 1615, a cui fanno seguito alcuni manoscritti diffusi nell’agosto del 1623 a Parigi, che annunciano l’esistenza di una congrega di illuminati che, “seguendo la volontà dell’Altissimo, vogliono trarre gli uomini dall’errore e dalla morte, e tutti coloro che ne entreranno a far parte – si legge nei manoscritti – saranno istruiti alla conoscenza dell’Altissimo, resi da visibili a invisibili e da invisibili a visibili, e avranno la capacità di parlare le lingue straniere senza la necessità di apprenderle”. Di una simile confraternita c’è testimonianza fin dal 1200, quando, nella sua “Ars Magna”, il teologo spagnolo Raimondo Lullo scrive a proposito di “questi associati alchimisti della Rosa-Croce” ma, probabilmente, le radici affondano in una precedente e più universale setta chiamata Stirpe di David, che l’abate Gioacchino da Fiore definisce Radix Davidis, e che si perpetua fino al frate domenicano Giordano Bruno, per molti il perno della rinascita rosacrociana, in una dottrina che recupera tradizioni iniziatiche egizie mitraiche e che si colloca nell’ambito di una visione scientifica del mondo (il principale difensore di Galilei è proprio Giordano Bruno, che riorganizza la confraternita ribattezzandola dei Giordaniti, mentre Cartesio viene accusato di essere un adepto rosacrociano e Spinoza ha come sigillo una rosa, come simbolo di accesso alle verità nascoste). Da questa riunione confluiscono tutti i veri o presunti Rosa-Croce, dall’umanista e allievo di Giordano Bruno, Simon Studion (autore del libro di profezie “Naometria”) al musicista e alchimista Michael Mayer fino a Jacob Andreae, il “secondo Lutero” (zio di Johann Valentin Andreae, autore de “Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz”, pubblicato nel 1616 e considerato il terzo manifesto rosacrociano), il quale nega che esistano i Rosa-Croce per evitare persecuzioni da parte della Chiesa, supportato, in questo, dal medico e teosofo inglese Robert Fludd (altro allievo di Giordano Bruno), che nella sua opera “Silentium post clamores” lancia un messaggio preciso a tutti i confratelli: “bisogna essere invisibili, cosi devono essere i Rosa-Croce”, perché si sa, la ricerca esoterica a sfondo spirituale è vista con sospetto dalle gerarchie ecclesiali, troppo prese da esigenze più temporali, e si ripete quanto già capitato alla dottrina gnostica nel II secolo d.C., troppo “pericolosa” nella sua tensione alla salvezza individuale per pochi illuminati, e troppo eterodossa nel considerare gli accadimenti del mondo reale come il riflesso di ciò che accade in quello invisibile, e per questo tacitata prima e confutata poi dagli esegeti ed eresiologi cristiani. Bene, da quel momento, come afferma Frances Yates, “il comportamento abituale degli scrittori rosacrociani sarà affermare di non essere, per parte loro, rosacrociani”, continuando peraltro a diffondere il “verbo” attraverso appositi codici cifrati, nella ferrea convinzione che il piano esteriore, quello della storia ufficiale, sia espressione di un piano occulto che agisce in una dimensione spirituale (come in seguito ribadirà il medico antroposofico Rudolf Steiner), che per essere compreso necessita di una chiave iniziatica, perché, come scrive Michael Mayer: “Chi cerca di penetrare nel Roseto dei Filosofi senza la chiave, sembra un uomo che voglia camminare senza i piedi”. Se la presunta invisibilità dei Rosa-Croce si presterà a facili leggende (come nel caso del conte di Saint-Germain), e si discuterà a lungo dei loro rapporti con la tarda massoneria, “rimarrà comunque eterna materia di illazione l’esistenza di una confraternita realmente esistita ed esistente, con conseguente trasmissione di un sapere a pochi illuminati”, come scrive Umberto Eco nella prefazione a “La storia dei Rosa-Croce” (1991) di Paul Arnold. Già: pochi illuminati… proprio come gli adepti di “Belfagor”… dalla protettrice della divinità caldea Lady Hodwin, alle misteriose gemelle Luciana e Stèphanie Borel (entrambe magistralmente interpretate da Juliette Gréco), fino all’esperto di riti iniziatici Boris Williams…sì, perché non ci siamo dimenticati del nostro fantasma del Louvre… e come potremmo? Come potremmo dimenticare le sei puntate andate in onda sulle reti Rai, la fotografia espressionista con il suo alternarsi di luci e ombre, le note della musica composta da Antoine Duhamel (futuro collaboratore di Jean-Luc Godard e François Truffaut) e l’occhio della macchina da presa a guidarci per sale museali, passaggi segreti e reconditi spazi sotterranei adibiti a riti esoterici, in un’atmosfera di magia e di mistero? No, impossibile dimenticarsi di Belfagor, la divinità dell’inganno. L’inganno…ma quale inganno? E poi, chi sono gli ingannati? Coloro che rifiutano di scorgere l’invisibile dietro il visibile, oppure chi ci invita a scrutare ciò che si cela dietro il visibile? Nel dubbio, lui, il fantasma del Louvre, continuerà a materializzarsi nella memoria di chi ha assistito a quell’iconico telefilm, con il suo lungo mantello, il copricapo nero e la maschera di cuoio sul volto. Occulto ai più, visibile e invisibile nello stesso tempo. Un personaggio che non è mai esistito ma che non smetterà mai di esistere. Un vero, autentico, Rosa-Croce

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