Bebo Valdès: “Làgrimas negras” (2001) – di Francesco Picca

Nel 1963, Dionisio Ramòn Emilio Valdès Amaro si trasferisce in Svezia. Qui muore, in esilio, nel marzo del 2013. Quando da ragazzino giocava per le strade di Quivican, a Cuba, gli amici lo chiamavano “Caballon”. Alto, grandi mani, istrionico, vivace, curioso. Il percorso che lo ha portò alla notorietà come Bebo Valdès fu lento e costante, passando per la tradizionale didattica del pianoforte e del solfeggio, arrivando poi allo studio dell’armonia e della composizione. Il pubblico, Bebo, lo affrontò per la prima volta militando nelle tradizionali orchestre che musicavano le serate degli hotel e dei locali notturni. L’esperienza più lunga e segnante fu quella con l’orchestra del mitico Tropicana, alla corte della grande Rita Montaner, un’artista poliedrica, incontenibile, divisa tra il canto lirico, la radio, il teatro e il cinema. Nel 1948 Bebo Valdès diventò il direttore musicale del Tropicana, ma non trascurò la sperimentazione di nuove ritmiche, spesso concepite e collaudate nelle jam session notturne a margine del cartellone ufficiale. Nel settembre del 1952 un amico gli combinò un’audizione con il produttore Norman Granz, un ebreo ucraino che non suonava nemmeno il triangolo, ma che con le sue etichette discografiche scritturò tutti i più grandi del Jazz ed ebbe il merito di iniziare il grande pubblico a questo genere musicale. Granz era piuttosto scettico sulle reali capacità dei cubani di suonare il Jazz, ma era disposto a mettere in discussione questa sua convinzione. Bebo, però, arrivò in studio in ritardo, quando Granz era ormai andato via. La partenza di Bebo da Cuba, nel 1960, fu dovuta alle frizioni con il governo. Lasciò moglie e figli, direzione Messico. Rassicurò l’anziana madre dicendo che sarebbe rientrato a Cuba dopo il “crollo del sistema”. Ma le cose andarono diversamente. Il lungo esilio fu accompagnato anche da una sorta di embargo rivolto alla sua musica, tanto da rendere il suo repertorio quasi ignoto. Dopo una tappa in California si diresse in Spagna e poi toccò mezza Europa. I primi anni di permanenza in Svezia furono sonnacchiosi, riempiti dal secondo matrimonio, da altri due figli e dall’attività come pianista in una catena di hotel. Tornò ad incidere soltanto nel 1994, su iniziativa di Paquito D’Rivera, portando in studio di registrazione testi propri, melodie e arrangiamenti: il risultato fu l’album “Bebo rides again” (Termidor Music). L’ultima produzione artistica di Bebo Valdès è del 2001. Ad ottobre incide il disco “El arte del sabor” (Blue Note Records), avvalendosi delle ritmiche di Carlos “Patato” Valdes e del contrabbasso di Israel “Cachao” López: tre allegri ottantenni, in una esplosione incontenibile di afro jazz, guaracha e conga. A maggio dello stesso anno era uscito nelle sale il film “Calle 54”, del regista Fernando Trueba. Il titolo richiama l’indirizzo della Sony Music Studios nella cinquantaquattresima strada di New York e la pellicola è una irripetibile carrellata in forma di documentario sul panorama del latin jazz, con sontuose performances in studio di autentici mostri sacri come Gato Barbieri e Tito Puente. Bebo, accompagnato al contrabbasso sempre da López, canta Làgrimas negras, un bolero composto ed interpretato nel 1929 da Miguel Matamoros. Il brano vanta numerosissime versioni: immortali quelle di Compay Segundo e di Cesária Évora; la più nota è quella del 2003, proprio di Bebo Valdès che accompagna al pianoforte la voce flamenca di Diego el Cigala… ma la trasposizione che più incarna la tradizione e la filosofia cubana è quella musicata nel film documentario “Cuba Feliz”, diretto dal francese Karim Dridi. La strada, il vicinato, la vita e le sue alterne vicende condivise e raccontate in musica attraverso il viaggio onirico e circolare di un anziano rumbero, Miguel “El Gallo” Del Morales. Sulla soglia di una casa popolare, con un contrabbasso scalfito, una tromba struggente e due chitarre che accompagnano una voce femminile sintonizzata sul tormento della narrazione, partono lente le note di Làgrimas negras. La voce matura della donna e quella impertinente del giovane trombettista sfogliano i pochi capitoli di una storia di abbandono e disillusione che però non prevede alcuna forma di rancore. La porta in legno graffiata dal tempo dell’attesa, le grate alla finestra, occhio sul mondo e prigione di solitudine, accolgono ancora parole di “benedizione” per quell’amore ormai distante. La partenza, l’assenza, i riff di tromba e di chitarra, vengono incorniciati dagli sguardi del pubblico occasionale, dal suo vociare, dal suo testimoniare durante il pigro via vai sulla strada polverosa. Il tormento dell’amore e l’incanto popolare di Cuba e del “Son cubano” classico si snodano lungo un piano sequenza musicale tanto semplice quanto calzante in una cultura sospesa nell’eterno sogno di una festa campestre, di una comunità solidale sopravvissuta al logorio del tempo e alla morsa dei luoghi comuni. “El alma” malinconica di un popolo pacifico e sorridente, leggero, refrattario alla storia. “…piango senza che tu sappia / che il mio pianto ha lacrime nere / ha lacrime nere come la mia vita”.

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